C’è un punto preciso a Istanbul, un largo affaccio sul mare diventato per me – da poco tempo – un luogo magico.
Davanti alle banchine del porto, con l’immagine esuberante delle prime case della costa asiatica sulla sinistra, e a destra le propaggini discendenti del promontorio europeo che quasi affondano nel mare – caricandosi sopra il Topkapi colossale palazzo del Sultano, l’imponente Santa Sofia oggi diventata luogo di culto musulmano, e la Moschea blu visitata persino dai Papi – va in scena ogni giorno uno spettacolo unico.
All’esatta congiunzione di questo sfondo, sopra e sotto la superficie si mescolano, in un vortice sorprendentemente visibile a occhio nudo, acque provenienti da tre diramazioni diverse: Corno d’Oro, Mediterraneo e Mar Nero. È un mulinello continuo, circolare, ipnotico. Evidenziato sulla cresta da sbuffi tranquilli e, all’interno, da gorghi misteriosi che, miscelati tra i flussi che si dividono equamente tra i due maestosi scogli di Asia e di Europa, finiscono per sfociare nella sola direzione possibile: a sud, verso il largo, sbucando dal Bosforo per sciogliersi nel Mare di Marmara, raggiungendo molto più in giù lo Stretto dei Dardanelli. Arricchendo così della loro forza magnetica la portata di quei toponimi antichi.
È una vista portentosa nel suo insieme, possibile nell’unica città al mondo che si adagia su due continenti. E capace di offrire in quel punto preciso – sono incredibilmente pochi a saperlo – uno spettacolo sbalorditivo.
Questo luogo in apparenza calmo, e al tempo stesso mosso e stupefacente, libero e aperto a ognuno che si trovi a passeggiarci davanti, ha sede nel quartiere di Karaköy, in turco “il villaggio nero”. Qui il Mar Nero ha fine.







