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Serve una doppia struttura tecnica per il Recovery Plan?

di

NGEU

Una struttura ad hoc per il Revovery Plan non aggirerà il problema dei tempi, che sono regolati da norme contabili e amministrative ben definite vigenti nell’ordinamento. L’approfondimento di Alfredo Ferrante, dirigente pubblico

Il tema del miglior impiego dei circa 209 miliardi di euro assegnati all’Italia a seguito dell’adozione del Next Generation EU è al centro del dibattito pubblico. Le gravissime ripercussioni della crisi sanitaria e epidemiologica ancora in corso richiedono, infatti, un’attenta e puntuale pianificazione e implementazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea sui temi considerati fondamentali per i prossimi anni come, ad esempio, digitalizzazione, rivoluzione verde, equità sociale. La sfida è decisiva dato che depressione economica e crisi sociale rischiano di indebolire in profondità il tessuto civile e produttivo del Paese, con rischi incalcolabili. Non sono certamente mancate le critiche sul lavoro svolto sinora circa i progetti in corso di elaborazione: si tratta, in ogni caso, di un elemento positivo, posto che un discorso pubblico aperto, financo aspro, sul tema, che porti a costruire una posizione italiana coerente è senza dubbio utile a favorire la messa in opera di tutte quelle condizioni indispensabili al rilancio del Paese.

In questo quadro, ha provocato qualche perplessità l’annuncio di affidare la gestione dell’attuazione del PNRR ad un nutrito gruppo di esperti esterni guidata da 6 manager, ciascuno su una delle macro aree di intervento, che dovrebbe affiancarsi (sovrapporsi?) alle strutture ministeriali già impegnate nei diversi dossier. Il tema è stato posto, fra gli altri, da Barbara Casagrande, Segretario Generale dell’Unione nazionale dei dirigenti dello Stato (UNADIS), che ha evidenziato come la nomina dell’ennesima task force rispecchi “la mancanza di fiducia dei politici rispetto ai propri burocrati, relegati da una politica miope ad un ruolo adempimentale da esecutivi piuttosto che propositivo da innovatori”, precisando che la politica deve, al contrario, fidarsi dei suoi burocrati, che rispondono “alla Repubblica nel suo proprio significato di res publica, cosa di tutti”. Se a questo si aggiunge che un esponente politico importante come Andrea Orlando, vice-segretario del Partito Democratico, sostiene che coloro che conoscono bene “la condizione della pubblica amministrazione e dei ministeri sanno bene che è praticamente impossibile garantire una spesa rapida sulla base di una riorganizzazione da fare nell’arco di qualche settimana”, rimarcando su Twitter che capi di gabinetto e direttori generali non sono idonei a gestire i 200 miliardi in campo, è evidente come poggi in mezzo al tavolo una questione sistemica grande come una casa, che sarebbe meglio affrontare senza infingimenti.

Occorre tornare ad una domanda che aleggia – e galleggia – nei convegni sulla macchina pubblica da almeno 30 anni: che pubblica amministrazione si vuole e per fare cosa? La risposta dovrebbe essere ovvia: una PA che sia leva di sviluppo per il Paese e che sostenga imprese, famiglie e cittadini, in un sistema in cui partecipano tutte le formazioni sociali nelle quali, come recita l’art. 2 della Costituzione, si svolge la personalità del singolo. È una domanda alla quale molta politica ha dato risposte ondivaghe, dettate dalla contingenza, raramente ispirate da una visione di respiro generazionale. Il risultato, come ha ricordato ForumPA, è un’amministrazione pubblica anziana nella quale, a fronte di 3,2 milioni di impiegati pubblici italiani (in termini assoluti il 59% di quelli francesi, il 65% di quelli inglese, il 70% di quelli tedeschi), l’età media del personale è di 50,7 anni, con il 16,9% di dipendenti ultrasessantenne e appena il 2,9% sotto i 30 anni, in cui 4 dipendenti su 10 hanno la laurea ma con investimenti in formazione dimezzati in dieci anni. È una PA che ha, tuttavia, retto l’urto della pandemia, pur se con tutte le difficoltà dettate da condizioni nuove e inedite, anche grazie all’adozione straordinaria del lavoro a distanza. Ha in questo momento davanti la sfida della ripresa e, al pari di ogni altra organizzazione complessa, deve misurarsi col cambiamento: chi non cambia muore e il cambiamento costa. Cosa vuol fare, allora, la politica?

La questione della gestione dei fondi Ue ha, evidentemente, molto di politico e attiene alla libera dinamica delle relazioni fra le forze parlamentari e di governo. Non può però trascurarsi, oggi più che mai, che i riflessi sono amministrativi e organizzativi. Se per taluni esponenti della politica il punto è la fiducia nelle strutture amministrative, ciò investe un tema generale di regole di ingaggio, per le quali l’ortodossia vuole che alla politica, libera nei fini, spettino gli indirizzi e alla tecnostruttura, non soggetta a spoils system, la gestione e il raggiungimento di risultati. Nello svolgersi di un rapporto decisore/amministratore talvolta tumultuoso, il sistema politico-amministrativo gestisce annualmente più di 800 miliardi di euro (quasi la metà del PIL), fra alti e bassi ma assicurando la sostanziale continuità dell’azione pubblica: c’è da chiedersi allora perché non dovrebbe poter gestire ordinariamente anche il tesoretto europeo della ripresa. Si dirà: la gestione del Recovery Fund ha natura eccezionale e, alla luce della peculiarità della situazione, nella quale i fondi Ue seguiranno un sistema a rimborso sulla base di tappe prefissate e risultati raggiunti, richiede tempistiche più veloci e procedure meno ingessate rispetto al quadro di regole nazionali. Se il punto è questo, va però rilevato che un’eventuale superfetazione di strutture non aggirerà il problema dei tempi, che sono regolati da norme contabili e amministrative ben definite vigenti nell’ordinamento. Insomma, occorre massima attenzione a evitare un doppio rischio: creare strutture parallele che, pur dotate del miglior patrimonio di conoscenze e competenze, abbiano difficoltà a interagire con efficacia con le strutture burocratiche e ricorrere, ancora una volta, a azioni emergenzial-commissariali che contribuiscono solo parzialmente a risolvere le questioni in campo.

La pubblica amministrazione è afflitta da tanti problemi, inutile nasconderlo, non raramente suppliti col personale impegno dei lavoratori. Tuttavia, sino a che alla domanda poc’anzi posta non verrà data una risposta che sia, in primo luogo, organizzativa e di respiro ampio, difficilmente si faranno concreti passi avanti nel dibattito. Occorre in proposito una buona dose di realismo scevro da pastoie ideologiche e prendere atto del fatto che la più grande organizzazione del Paese richiede idee e investimenti di lunga lena in termini non solo monetari ma, soprattutto, di cura e crescita di capitale umano. Come hanno evidenziato, fra gli altri, il Forum delle Diseguaglianze e Movimenta in un documento di proposte, “fino ad oggi la PA è rimasta orfana di attenzione, nella politica e nella società, salvo lamentarci tutti della burocrazia che ostacola e blocca”, mentre deve diventare la priorità di ogni ministro, parlamentare, politico eletto a livello regionale o locale, delle imprese e di chiunque lavora con la società civile. Le politiche di tagli lineari, del blocco del ricambio degli apparati e delle riforme a costo zero, accompagnate da un evidente spinta al controllo e all’ingerenza da parte di buona parte dei decisori politici hanno infatti contribuito ad impoverire la robustezza della macchina dello Stato, delle regioni e dei comuni, senza curarsi della perdita di senso che ha colpito il personale pubblico a tutti i livelli e che, pure, ha tirato e continua a tirare la carretta.

Come si usa dire, ogni crisi cela in sé delle opportunità. Quella che viene oggi offerta è ripensare, una volta per tutte e in profondità, missione e profilo della nostra amministrazione pubblica, che rappresenta, come per ogni altro Paese, un patrimonio comune. Come ha sottolineato il segretario generale del Censis, Giorgio De Rita, spetta alla classe dirigente nazionale che, “nello sforzo di confinare l’emergenza”, sembra aver “dimenticato di rimettere mani all’aratro”, trovare la forza di guardare avanti, oltre lo sguardo corto e la necessità di pensare all’oggi. Come? Lavorando ad esempio, per un reclutamento attrattivo per le nuove leve, rendendo finalmente, ad esempio, la modalità del corso-concorso della Scuola nazionale di amministrazione l’unico canale di accesso per una dirigenza pubblica sempre più aggiornata, moderna, repubblicana. O, ancora, facendo tesoro della lezione dello smart working d’emergenza acquisita nel corso della pandemia e rendere strutturali nuove nuova modalità di lavoro che prescinda, ove possibile, dal feticcio della scrivania e incida nel cambio di paradigma delle culture interne agli uffici. Ma, soprattutto, non dimenticando mai che la risorsa più preziosa di tutte le organizzazioni, incluse quelle pubbliche, è la risorsa umana. Se non entrerà definitivamente e una volta per tutte nell’agenda della politica l’ossessiva cura delle professionalità che ha a disposizione e che deve consolidare, promuovere e sviluppare nella cucina di casa propria, nel rispetto vicendevole – e arricchente – dei ruoli fra indirizzo e gestione, sarà decisamente difficile giocare bene la partita della vita. E l’arbitro, ricordiamocelo, sta per fischiare l’inizio.

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