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Perché le democrazie devono reagire all’espansionismo di Russia e Cina. Parla il prof. Parsi

Democrazia

La difesa della nostra democrazia passa attraverso la leadership delle democrazie nel mondo. Ecco perché. Conversazione con Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano e direttore dell’Aseri, autore de “Il posto della guerra”

 

Professor Parsi, il 4 novembre si è celebrata la giornata delle Forze Armate, di cui il Presidente Mattarella ha sottolineato l’importanza evocando lo scenario di guerra in Ucraina provocato dalla invasione russa. Quanto la pace e l’ordine mondiale possono essere affidati alle diplomazie e quanto invece sono decisive le alleanze (militari) tra i Paesi occidentali per difendere le nostre democrazie dalle aggressioni dei regimi totalitari? Quale ruolo devono esercitare l’Onu e la Nato?

Si tratta di istituzioni che esercitano un ruolo fondamentale per la difesa dei valori della cultura occidentale.

Un’alleanza politico-militare come la NATO che raccoglie gli Stati che condividono la forma politica della democrazia rappresentativa, la forma economica delle economie di mercato e la forma sociale della società aperta è fondamentale perché nel suo ambito le forze armate hanno il compito primario di proteggere la sicurezza nazionale. Ora è chiaro che difendersi non significa farlo solo con le armi ma anche intessere una rete di relazioni che tenga conto dei Paesi che non sono amichevoli per verificare il livello e l’agibilità delle relazioni. Quanto all’ONU sta svolgendo il proprio ruolo terzo e lo fa per quello che può.

Vorrei anche sottolineare che l’elogio e la celebrazione della giornata delle Forze Armate non riguarda solo il ricordo del passato, la difesa della Patria e i sacrifici compiuti in tempo di guerra ma anche l’attenzione e la dedizione con cui le Forze Armate conducono una vita di sacrificio e difendono le nostre libertà nel presente: di questo dobbiamo esser loro profondamente grati.

Quello stesso giorno il cancelliere tedesco Olaf Scholz si è recato in visita in Cina per consolidare i rapporti economici tra i due Paesi. La Cina è il secondo partner commerciale della Germania, con uno scambio di merci di 245,4 miliardi di euro nel 2021, inoltre Scholz porta in dote una quota azionaria nel Porto di Amburgo da cedere a COSCO e il 35% dell’azienda Tollerort che gestisce il terminal dei container. Fino a che punto la geoeconomia può condizionare gli asset strategici della geopolitica? E fino a che punto questi accordi bilaterali minano la compattezza dell’Europa?

E’ chiaro che c’è una rete di relazioni che è pregressa alla crisi, e questo vale anche per gli asset economici. Scholz sta dimostrando una certa difficoltà a mantenere una linea di coerenza politica nell’ambito della crisi ucraina ed è molto attento e anche preoccupato per l’economia tedesca e i suoi interessi immediati. Tuttavia spiace constatare che non abbia colto un insegnamento dalla dura lezione impartita dalla Russia e dall’eccesso di confidenza nel legarsi alla fornitura delle dotazioni strategiche ad un sistema autoritario, non abbia tratto una indicazione che marcasse un confine netto e invalicabile.

Fa bene l’Ue a preoccuparsi dei legami con la Cina di Paesi europei perché ciò significa aprire le porte alle politiche espansive della Repubblica Popolare cinese. Ciò era accaduto nei confronti della scelta del Governo Conte e del Ministro Di Maio con il Memorandum della via della seta del 23 marzo 2019 e che riguardava i porti di Genova e Trieste. Di tutti questi accordi abbiamo indubbiamente motivo di preoccuparci.

La geoeconomia è sempre legata a doppio filo con la geopolitica: agire sui traffici commerciali dei porti europeo potrebbe creare difficoltà all’Ue nella gestione di una politica comunitaria che faccia gli interessi dei Paesi europei.

La gestione dei flussi migratori è un tema ormai consolidato negli incontri dei capi di governo dell’UE tuttavia non ci sono accordi stabili ed equi. Quali previsioni sono credibili a fronte di questa grande ondata anche considerando il fatto che la Cina (prima potenza manifatturiera del mondo) ostenta ambizioni nei confronti delle immense risorse naturali dell’Africa?

Intanto dobbiamo tenere presente che l’Italia in questo periodo dovrebbe fare meglio i calcoli sull’entità delle migrazioni che la riguardano: a fronte anche di arrivi importanti- dell’ordine delle mille/tremila persone la settimana – sappiamo che ci sono 14 milioni di profughi ucraini che bussano alle porte dell’Europa. Anche se fossero centomila i migranti che arrivano a fine anno questo valore va rapportato all’entità del fenomeno migratorio complessivo, compreso quello proveniente dall’Ucraina. La Germania aveva accolto un milione di siriani in fuga e la Merkel aveva detto “si deve fare”.

Detto questo, se il polmone demografico dell’Africa non verrà messo su un sentiero di sviluppo da qualche parte dovrà avere sfogo. E’ tuttavia altrettanto vero che non possiamo immaginare di svuotare un continente, anche se a noi serve manodopera. Dobbiamo fare investimenti importanti e su questo Meloni non ha detto cose sbagliate. Non possiamo dimenticare che oltre alle mire espansionistiche della Cina ci sono anche gli interessi della Russia nel centro Africa. Quindi non possiamo cedere la governance di questo fenomeno.

L’infiltrazione putiniana nei media italiani è chiara. Questa distorsione nell’informazione non riguarda solo le emittenti private ma anche quelle pubbliche. Come crede che potremo uscire da questo pericoloso loop? Chi ha interesse a mistificare la realtà?

Una parte di mondo ha avuto un riflesso anti-occidentale automatico: se la Russia invade l’Ucraina ‘la colpa è della NATO che ha lambito i confini e ha fornito le armi’. Trovo che ci sia molta approssimazione nelle valutazioni di ciò che è accaduto, insieme ad altrettanti pregiudizi ideologici nei cfr. dell’Occidente. Che è oggi molto diverso dall’Occidente che è arrivato fino al 1945. Da quella data in poi l’Occidente ha significato democrazie, mercati e società aperta. A ciò si aggiunga che In Italia c’è una carenza culturale pesantissima, perché noi scontiamo le tare della nostra istruzione, l’espunzione della storia e della geografia dai programmi di studi che stranamente rende tutti ‘geopolitici’ per mera opinione personale.

Gli italiani purtroppo condividono con i russi la critica del presente, la paura del futuro e l’ossessione del passato.

Dopo la chiusura di Novaya Gazeta e l’arresto dei dissidenti il regime del Cremlino sta tacitando la protesta: si tratta solo di una ristretta area di intellettuali o sta maturando una consapevolezza popolare circa gli errori della guerra, le perdite umane e di mezzi militari, la fuga all’estero dei coscritti? Esiste un fronte interno organizzato di dissenso?

Esiste un dissenso interno importante che cresce e matura convincimenti sul disastro della guerra in Ucraina: i russi hanno perso almeno 65 mila uomini senza contare feriti e dispersi in 8 mesi di guerra, ne avevano persi 15 mila in otto anni di guerra in Afghanistan. C’è tutto questo insieme alla incapacità nella conduzione delle operazioni militari ma anche la consapevolezza dell’impoverimento della cultura russa e alla sua impronta nel mondo: io credo che Putin alla fine sarà per la Russia più distruttivo della caduta del regime sovietico.

Si è assistito al proliferare di siti web complottisti e cospirazionisti sull’11 settembre, o che mettevano in dubbio addirittura l’allunaggio. Stessa cosa è successa in tema sanitario, screditando le major farmaceutiche e premendo sul dubbio circa l’efficacia dei vaccini. Oggi accade così per la realtà ucraina. Come si spiega questa deriva di negazionismo dilagante?

E’ ovvio che il Covid ha lasciato nella mente di tanti un atteggiamento antiscientifico e di rafforzamento dei pregiudizi spaventoso, ancora una volta si pone un problema culturale di fondo, occorre promuovere l’uso del pensiero critico, favorire il radicamento di opinioni e convincimenti propri, sostenuti da argomentazioni razionali. Dietro questi atteggiamenti pregiudiziali c’è una deriva di impoverimento culturale e di sciatteria.

L’Occidente dovrà ancora supportare militarmente Kyiv o ci sono spiragli per una soluzione che porti al cessate il fuoco e a trattative diplomatiche?

Il cessate il fuoco passa attraverso il sostegno militare all’Ucraina, chi ritiene il contrario è lontano dalla realtà e dalla possibilità di giungere alla pace. Questo sostegno è l’unico che può portare ad un punto di partenza negoziale. Nessuna trattativa può essere intavolata se la Russia non torna alla situazione precedente l’invasione, quindi a prima del 24 febbraio 2022, per discutere degli assetti territoriali occupati nel 2014. Altrimenti non si può fare niente per giungere ad un accordo bilaterale sostenibile.

Nessun Paese ha ereditato in sede dell’Onu i diritti acquisiti da un altro. Non è stato così per la Cina, che pure ne era membro fondatore, non è stato così per l’ex Jugoslavia, e per la Cecoslovacchia. Eppure, sfruttando a proprio  la dichiarazione di Almaty e la presenza di un ex ambasciatore russo alla presidenza di turno dell’Onu, la Federazione Russa è riuscita a creare questo unicum nella storia, acquisendo il diritto di veto e la presenza come membro permanente del consiglio di sicurezza. Come sarà possibile superare questa impasse?

In realtà è abbastanza insuperabile, l’ONU è quello che è e dobbiamo tenercelo come tale. Qualunque ipotesi di riforma in questo periodo di crisi è impraticabile, d’altra parte l’ONU fa il suo lavoro e lo fa bene, grazie all’ottimo impegno che le sue Agenzie realizzano.

Sarebbe necessario invece che la Russia prima o poi ritornasse a comportarsi non da Stato-canaglia ma da Stato responsabile in modo che l’ONU possa far funzionare il Consiglio di sicurezza.

Passiamo alla conflittualità nell’area del Pacifico. C’è il pericolo che una volta raggiunto un accordo sull’Ucraina si apra un altro focolaio bellico forse ancor più gravido di incognite, a cominciare dall’uso dell’atomica?

Penso di no, direi che se Putin verrà fermato, la tensione nel Pacifico avrà meno possibilità di evolversi in una escalation di tipo militare. Se Putin riuscirà ad ottenere i suoi obiettivi espansivi con la guerra in Ucraina, ci sarà allora la possibilità di replicare ed aprire altri fronti a cominciare da quello nel Pacifico.

E’ fondamentale risolvere la questione ucraina impedendo l’arbitrio che Putin vuole perpetrare.

Ristabilendo la verità e la giustizia storica dei fatti.

Stato, Paese, Nazione, Patria: sono termini usati spesso in modo ambiguo o conflittuale ma di fatto storicamente legittimati e compresenti. Che ne pensa?

Diciamo che nel momento in cui c’è un richiamo ad una maggiore capacità decisionale da parte dei vari Paesi, questi stilemi sono molto meno contendibili dalla sinistra. Il concetto di popolo può essere utilizzato dalla cultura politica di destra e di sinistra, così vale per i termini Patria, Nazione, Paese.

Ricordiamo quanto si sia speso il Presidente Ciampi affinché queste parole tornassero ad essere condivise, evitando che una fazione o l’altra nel tempo le possano far proprie.

Vorrei aggiungere una considerazione riassuntiva: noi viviamo in un sistema internazionale che è fatto a misura dei principi delle democrazie. Questo è stato possibile perché gli Stati Uniti e i Paesi occidentali hanno costruito questo sistema a loro immagine e somiglianza. Illudersi che se ci fosse un predominio russo o cinese le istituzioni internazionali continuerebbero ad essere di questo tipo e il mondo stesso continuerebbe ad essere ospitale per le democrazie è molto pericoloso. Quelli che straparlano di pace e di guerra senza intendersene granché non capiscono che la difesa della democrazia domestica passa attraverso la leadership delle democrazie nel mondo.

Vittorio Emanuele Parsi è autore, per Bompiani, di Il posto della guerra e il costo della libertà.

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