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Delitti e castighi alla Farnesina

Delitto Alla Farnesina

“Delitto alla Farnesina” di Daniele Capezzone letto da Paola Sacchi

 

Ti cattura, dall’inizio alla fine, senza sosta, come Cleopatra. È la gatta sul delitto che scotta. “Delitto alla Farnesina”, niente po’ po’ di meno. Esordio narrativo, con questo giallo umoristico, di Daniele Capezzone. Il libro è diffuso con il quotidiano di Maurizio Belpietro La Verità, che ne è editore, di cui Capezzone, ex parlamentare, opinionista per Mediaset, è editorialista. “Ogni riferimento a fatti e personaggi realmente esistiti è assolutamente e puramente casuale”, è la netta specificazione. Certamente l’autore di fantasia ne ha molta. Così come quel certo senso dell’ironia colta ma anche dal linguaggio molto franco e diretto che ti strappa un sorriso dietro l’altro, se non risate vere e proprie.

Michele Morabito, un giornalista-commentatore, di raffinate letture, un tempo anche politico, persona perbene e sensibile, ma anche dalle nette convinzioni, che con educato sarcasmo sbatte in faccia ai politici -persino a “Carlo Malerba”, ex presidente del Consiglio (Partito del Progresso) – si ritrova a indagare sul delitto accaduto tra i marmi bianchi, i grandi saloni della Farnesina. Peggio: proprio nella stanza, dalla vastità chilometrica, del ministro degli Esteri Filippo Di Carmine. È a Morabito, anche se non si occupa di giudiziaria, che il quotidiano per cui lavora affida il clamoroso caso. Giudiziaria sì, ma il delitto ha uno sfondo molto politico. Se ne parla in tv, in villini e villoni della sinistra radical-chic di Capalbio. La ricerca del colpevole impazza, congetture a gogò su ipotetici complotti internazionali, preferibilmente da oltreoceano contro certo andazzo filo-cinese alla Farnesina. Morabito viene convocato a Capalbio da certa Lalla Belfiore, firma della rivista radical-chic “Moralità”. Qui, lui che sta a certi mondi come il diavolo all’acquasanta si ritrova con l’intellighentia della “Piccola Atene”, in tutte le sue sfumature di rosso da quello più profondo giustizialista al rosato. Ci sono un tal “Andrea Scarsi”, un dominante guru “Paolo Terzi”, un giornalista italo-americano, lo scrittore “Sandro Lamentosi”. Sono apparentemente gentili e raffinati, ma, scrive Morabito, pronti “a rovinar carriere con una sola feroce battuta” contro chiunque non la pensi come loro e dunque si becca del “fascista”.

Il nostro qui si imbatte anche con il cameriere filippino Venancio, che gli confessa in cucina: “Senor, son due mesi che non mi pagano”. E gli dice che non se ne può più perché “qui anche la colpa della pioggia, di una mareggiata viene attribuita a Santelli (Sergio Santelli, esponente politico di destra, ndr)”. Ma, intanto, Morabito, che consiglia a Venancio prudenza, altrimenti si ritrova “con un calcio in c… giù per l’Aurelia”, deve scoprire il colpevole del delitto.

Però sono soprattutto gli altri che cercano l’avventuroso giornalista, ex politico, come spinti da un incontenibile bisogno di confessarsi con lui.  Altri come “Manuel Dibboni”, neopolitico sui generis, un tempo amico di Di Carmine. Tutti, compreso il ministro, riconoscono a Morabito schiettezza e onestà intellettuale, anche se sanno benissimo che le sue idee fanno a pugni con le loro. E Morabito, che frequenta anche gli studi televisivi come commentatore, non esita a sferzarli, pungolarli. Ma il nostro è anche auto-ironico. Contrariamente a come fanno certi politici o gli stessi elettori “che si affidano fideisticamente ai leader”, si prende anche un po’ in giro per via di quel tic con cui si sistema la lente sinistra nelle situazioni di particolare stress.

La forza di Morabito ma anche una certa, a tratti esilarante, schiavitù è Cleopatra. La gatta, ovvero la libertà che solo i felini rappresentano, come diceva Churchill. L’autore del delitto? E la morale, cosa diversa dal moralismo, che ne segue? Cleopatra non vi mollerà mai fino alla fine nella lettura del giallo.

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