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La gogna pubblica di Ottaviano Del Turco sa molto di “Schadenfreude”

Del Turco

Il corsivo di Michele Magno sul caso Del Turco

Chiamato a decidere sulla revoca del vitalizio a Ottaviano Del Turco, il Consiglio di presidenza del Senato è stato aggiornato a martedì prossimo. Gli esponenti dei Cinquestelle e della Lega, infatti, si sono assentati al momento del voto, facendo così mancare il numero legale. Una mossa che ha impedito la riparazione di un torto che grida vendetta. Tuttavia, coltivo la ragionevole speranza che almeno il partito di Salvini in questi giorni maturi una posizione più responsabile, e che prenda le distanze da un oltranzismo giustizialista, quello dei grillini, che non dovrebbe appartenergli.

Il movimento di nuovo conio di Giuseppe Conte, infatti, ha confermato non solo di essere insensibile alle condizioni di salute di un uomo afflitto da patologie gravemente invalidanti e non più padrone di se stesso, ma anche di essere pregiudizialmente ostile a qualsiasi ripensamento su una norma che, come ha scritto Giuliano Cazzola, approvata in regime di autodichia e in un clima di caccia alle streghe, è incostituzionale e comunque indegna del Parlamento di uno Stato di diritto.

“La sfortuna degli altri è dolce come il miele”, recita un antico proverbio giapponese. I tedeschi, più pragmatici, per esprimere la gioia per le disgrazie altrui usano un termine, “Schadenfreude”, forse un po’ minaccioso e oscuro, ma che allude a un sentimento più comune di quanto siamo disposti ad ammettere. Ecco, le torture mediatiche che hanno accompagnato il calvario politico-giudiziario dell’ex segretario della Cgil sanno molto di “Schadenfreude”. Nietzsche la definiva la “vendetta dell’impotente”, mentre per Schopenhauer era un “indizio infallibile di un cuore profondamente cattivo”.

In una delle sue magistrali lezioni di filosofia morale, Hannah Arendt osservava che il sadismo è curiosamente assente nel catalogo canonico dei vizi umani; al contrario, il puro piacere di infliggere il dolore e di contemplare la sofferenza dovrebbe essere considerato il vizio di tutti i vizi. Per secoli è stato rappresentato solo nella letteratura pornografica e nell’arte della perversione. Lo si è sempre rinchiuso tra le pareti della camera da letto, e solo di tanto in tanto si riusciva a trascinarlo nelle aule dei tribunali.

Oggi, invece, da noi è praticato liberamente e alla luce del sole in particolare da un quotidiano nazionale, il cui direttore è famoso, oltre che per le sue campagne manettare, per il suo sorriso beffardo (solo le classi subalterne ridono a crepapelle; l’elitista sorride preferibilmente a bocca chiusa). Tertulliano e Tommaso d’Aquino annoveravano, in perfetta innocenza, la visione dei dannati all’inferno tra i piaceri che attendono i santi in paradiso. Quel direttore non è un santo, e quindi non avrà questa opportunità. Ma anche per lui dovrebbe valere la prescrizione somma dell’etica cristiana: “Non fare agli altri ciò che non desideri sia fatto a te stesso”.

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