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Dedollarizzazione

Ma ci sarà davvero la de-dollarizzazione? Report Ispi

La retorica della Cina e dei Brics insiste molto sulla dedollarizzazione, ma l'accantonamento della valuta statunitense è davvero fattibile? Ecco cosa dice il focus dell'Ispi.

Se la dedollarizzazione è diventata il grido di guerra di Paesi come la Cina e di blocchi come i Brics, il dibattito tecnico sul tema soffre di alcuni deficit analitici. Come osserva un recente focus dell’Ispi firmato dagli analisti Luca Fantacci e Lucio Gobbi, più che soppiantare il biglietto verde, monete alternative come quelle che i Brics meditano di lanciare al prossimo summit di Città del Capo sono destinate a diventare prevalenti solo in specifici contesti geografici e in ben precisi settori, all’interno di un sistema finanziario che diventerà sempre più frammentato.

There is no alternative?

Il paper di Fantacci e Gobbi esordisce ricordando che è imminente il vertice estivo dei Brics in Sudafrica, dove si discuterà del progetto di creare una nuova moneta internazionale a base aurea: una moneta che, sottolineano gli Autori, “dovrebbe prendere la forma di una valuta digitale garantita da riserve d’oro e di altre materie prime, in particolare di terre rare”.

La possibile decisione dei Brics riporta in primo piano la questione del ruolo globale del dollaro. Come è noto, i processi di globalizzazione finanziarizzata si sono consumati sulla base di un precetto formulato a partire da un noto slogan di Margaret Thatcher: “there is no alternative”. In quest’ottica l’argomento principale a favore della persistente forza della valuta americana rimanda alla debolezza delle altre valute.

Questo è un concetto che è risuonato nelle recenti dichiarazioni della Segretaria al Tesoro Jenet Yellen formulate al termine della sua visita in Cina: “Tutti i dati di cui sono a conoscenza – ha sottolineato Yellen – mostrano che il dollaro è utilizzato in modo preponderante, quasi al 90%, nelle transazioni internazionali, e non credo che esista un’alternativa che possa sostituirlo nel prossimo futuro”.

Lo stesso mantra è affiorato in un recente editoriale di Paul Krugman sul New York Times, dove l’economista premio Nobel ha affermato che: “Il dominio del biglietto verde non durerà per sempre, perché nulla è eterno. Ma il clamore sulla de- dollarizzazione è molto rumore per quasi nulla. Per ora, il dollaro domina perché non ci sono alternative valide”.

Ma questo argomento, si chiedono gli estensori del paper, è davvero valido? In realtà esso si fonda sull’assunto implicito che il sistema monetario internazionale sia come una competizione sportiva in cui c’è sempre un solo vincitore, quando la realtà è un’altra. “La fine del dominio del dollaro – rimarcano Fantacci e Gobbi – potrebbe essere segnata non dall’emergere di un’egemonia alternativa, bensì da una frammentazione degli spazi monetari e addirittura da un parziale ritorno all’oro”.

Ritorno all’oro?

La verità è che il dollaro, nella sua qualità di strumento di riserva, affronta la crescente concorrenza non di monete rivali che dovrebbero soppiantarlo, bensì dell’oro.

Per esempio, la Cina ha effettuato nel mese di giugno acquisti d’oro per l’ottavo mese consecutivo, portando le proprie riserve auree a un totale di 2.113 tonnellate per un controvalore di 134 miliardi di dollari. Così facendo la Cina avrebbe scalato posizioni nella classifica dei principali Paesi detentori di riserve auree raggiungendo il quinto posto, non lontano dall’Italia con le sue 2.451 tonnellate.

Protagonista di questa nuova corsa all’oro non è solo la Cina. Vi sono altri Paesi che stanno accumulando riserve auree e tra questi figurano Polonia e Repubblica Ceca.

In un trend che procede ininterrotto da dieci anni, le Banche centrali di tutto il mondo stanno acquistando più oro di quanto ne vendano. Nel 2022 il saldo era positivo per 1.136 tonnellate, il massimo storico dal 1950.

Questa dinamica è destinata a proseguire: come ha mostrato un sondaggio condotto a maggio dal Word Gold Council, un quarto delle Banche centrali intende incrementare le proprie riserve auree nel corso di quest’anno e del prossimo. Un altro indicatore rilevante è emerso da un’inchiesta condotta da Invesco, secondo cui molte Banche centrali stanno riportando in patria le riserve auree detenute all’estero.

L’effetto inesorabile di questi comportamenti è il rialzo del prezzo dell’oro che, superato ogni record, sfiora oggi la quotazione di 2.000 dollari l’oncia.

Verso una frammentazione valutaria?

Gli acquisti massicci di oro non sono l’unica via attraverso cui si starebbe sgretolando il dogma del dollaro come valuta senza rivali. In realtà vi sono altre monete che stanno prendendo piede, anche se in luoghi e per impieghi decisamente delimitati.

Tale coesistenza non è un’effettiva novità, ma ricorda da vicino quanto si registrava nel passato. Infatti, come osservano gli autori, la storia “non autorizza a credere nel dogma della moneta unica, ossia nell’idea che un solo strumento debba servire tutte le funzioni monetarie in tutto il mondo. Semmai insegna il contrario: che diverse monete possano servire scopi diversi in spazi diversi, secondo un principio di specializzazione territoriale e funzionale, nel quale non vi è sempre e solo competizione, ma anche complementarità”.

Il punto che si vuol evidenziare è che l’attuale situazione di predominio del dollaro è destinata a lasciare spazio a un sistema monetario internazionale frammentato. Secondo questa prospettiva, che trova autorevoli sostenitori come Mohamed El-Erian, capo economista di Allianz e Paul Gruenwald, capo economista dell’agenzia di rating S&P, il dollaro continuerà a mantenere la propria preminenza ma solo in alcune funzioni monetarie, mentre la perderà in altre.

Un segnale in questa direzione lo sta dando la Cina dove, nell’ultimo anno, il valore dei titoli di stato Usa detenuti si è contratto di oltre 100 miliardi di dollari scendendo a 847 miliardi nel maggio 2023, con una diminuzione del 35% rispetto a dieci anni fa.

Altrettanto sintomatica è la caduta del dollaro fra le valute di riserva, sceso al 47% rispetto al 70% di quindici anni fa.

Parimenti indicativo è il fatto che in Cina l’utilizzo dello yuan per i pagamenti internazionali ha recentemente superato quello del dollaro, con un raddoppio della quota dello yuan registrato a partire dall’inizio della guerra in Ucraina.

Il biglietto verde tuttavia si mantiene forte in altri settori. Le transazioni via Swift, ad esempio, nel mese di aprile hanno registrato un picco della quota in dollari che ha sfiorato il 60% per poi tornare il mese successivo al 42%.

Le ragioni di un cambiamento

Il principale motivo per cui un Paese come gli Usa raggiunge l’egemonia monetaria è il fatto di avere la bilancia commerciale in attivo. Come già insegnava Adam Smith e ribadiscono gli autori del paper, “l’unica funzione del denaro è acquistare beni di consumo. Se un’economia ha più da vendere che da comprare, la sua moneta sarà desiderata in quanto chiave d’accesso ai beni che ha da offrire”.

Come è noto, tuttavia, la bilancia commerciale Usa è da decenni in deficit, con i massicci acquisti di beni e servizi effettuati da consumatori e imprese americani compensati dalla vendita di titoli.

Posto che, in un mondo che risparmia, è utile avere un luogo sicuro come gli Usa dove effettuare investimenti, bisogna anche ricordare che la funzione di riserva è indissociabile da quella di mezzo di scambio. “Affermare che il vantaggio degli investimenti in dollari è la loro liquidità, implica la possibilità – fanno notare Fantacci e Gobbi – di trasformarli in ultima istanza in beni di consumo”.

Il punto qui è che, a differenza degli Usa, i Brics sono in surplus. Se consideriamo che il loro peso economico è superiore a quello del G7 e che svariati Paesi emergenti hanno manifestato la volontà di aderire al gruppo, ne dobbiamo dedurre che, per dirla con gli autori, “una loro iniziativa congiunta per creare una moneta internazionale potrebbe costituire una sfida credibile al predominio del dollaro”.

Il guanto di sfida è dunque lanciato, anche se ci vorrà parecchio tempo per corrodere l’egemonia di una valuta come il dollaro che continuerà ad essere la valuta privilegiata per gli scambi interni all’Occidente in un mondo frammentato e diviso in blocchi contrapposti.

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