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Da liberale a liberale dico: professor Panebianco, faccia ancora un piccolo sforzo…

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Quasi un “manifesto sovranista” quello di Panebianco, ma alla fine non si capisce perché dovrebbero essere proprio le classi dirigenti che hanno “pervertito” l’Europa a fare harakiri e a correggere di propria sponte i loro mastodontici errori. “Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista.

 

Qualunque sia l’esito delle elezioni europee, credo che i movimenti “sovranisti” comunque porteranno a casa un risultato: avranno messo sul tappeto una serie di problematiche che erano state semplicemente occultate da quell’europeismo di maniera che ha costituito il dogmatico sapere di sfondo delle classi dirigenti e intellettuali degli ultimi decenni.

Il “sovranismo” ha imposto anche una riformulazione dell’ideale europeista da parte dei liberali, i quali oggi, a mio avviso, devono tenersi lontani sia dall’ideologia liberal e multiculturalista, sia da una mera riproposizione del modo di ragionare che fu proprio dei cosiddetti “liberali della guerra fredda”. Questi ultimi, in effetti, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, capirono che, vinto il nazifascismo, le forze liberali avrebbero avuto la necessità di guardarsi da un altro nemico, per certi versi più insidioso, il comunismo.

Era più insidioso il comunismo sia perché, fra i vincitori della guerra, c’era anche l’Unione Sovietica che cominciava ad estendere, non solo nell’Est europeo, ma su mezzo mondo, la sua influenza; sia perché le classi intellettuali europee subivano sempre più la fascinazione del socialismo che consideravano come lo sbocco finale dello stesso liberalismo e della democrazia riconquistata.

Generoso e eroico compito si assunsero questi liberali, ritornando alla dottrina e mettendo in guardia dai nuovi rischi che la libertà correva. Essi insistettero molto sulle virtù del mercato, in un’epoca in cui ad esso veniva imputata ogni nefandezza e la “programmazione economica” veniva anteposta ad ogni possibile ordine spontaneo. Fu un lavoro sottotraccia che avrebbe visto i suoi effetti solo negli anni Ottanta del secolo, quando si impose la Reaganomics in genere prevalsero le politiche della deegulation.

Poi cadde il muro, si pensò persino che la storia fosse finita con la vittoria del liberalismo, e ci si adagiò su schemi mentali e modi di operare non più adatti ai tempi nuovi. Infatti, il liberismo nel frattempo era diventata una ideologia astratta e dogmatica, mentre le differenze di cui vive il liberalismo si irrigidivano in un predominio etico e culturale delle minoranze organizzate.

Un “pensiero unico”, o quasi, fatto di mentalità liberal e liberismo economico, avvolgeva come una cappa il mondo occidentale. Era indubbio che il liberalismo, inteso come un metodo che si riformula nelle contingenze storiche, come “risposta a sfida”, e che vive ri-definendosi ogni volta, doveva cambiare registro. Fa piacere perciò che anche il maggiore allievo di Nicola Matteucci, il grande studioso liberale che questa idea del liberalismo illustrò magistralmente, si sia accorto che i “sovranisti” non siano tanto una brutta “bestia nera”, o un’accozzaglia di “maleducati”, ma lancino una sfida al pensiero liberale. Angelo Panebianco lo ha fatto l’altro ieri nel suo fondo sul Corriere della sera, dando loro ragione quasi su tutto.

Fra le cose che non funzionano in Europa, ha scritto l’illustre editorialista, c’è la sistematica violazione del principio di sussidiarietà a favore del dirigismo e del centralismo; la retorica che nega gli interessi nazionali; la negazione delle buone ragioni dei britannici a favore di una Europa economicamente più liberale e meno dirigista; la negazione del fatto che la Brexit sia anche per l’Europa una sconfitta culturale e politica; la retorica degli anni di pace e benessere che sarebbero stati garantiti in Europa dal processo di integrazione e non, come è stato, dall’America e dall’Alleanza atlantica…

Quasi un “manifesto sovranista” quello di Panebianco, tanto che alla fine il discorso si sposta sui modi e non sulla sostanza dell’azione politica degli eurocritici (il che per un realista politico qual è lui è un po’ contraddittorio). Alla fine non si capisce perché dovrebbero essere proprio le classi dirigenti che hanno “pervertito” l’Europa a fare harakiri e a correggere di propria sponte i loro mastodontici errori.

Da liberale a liberale, mi permetto di dire al professor Panebianco: ancora un piccolo sforzo…

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