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Cuba nel mirino di Trump: dopo Maduro, l’Avana rischia il negoziato coatto. Report Csis

La cattura di Maduro e il corollario Trump alla dottrina Monroe segnalano che Cuba è il prossimo obiettivo degli Usa: senza più il sostegno venezuelano e con una società al collasso, l’Avana rischia un negoziato coatto o un destino simile a quello di Caracas. Ecco cosa dice il report del Csis.

Come scrive il Center for Strategic and International Studies (CSIS) in un nuovo report firmato dal ricercatore Christopher Hernandez-Roy, il 2025 ha segnato una svolta decisa nella politica americana verso l’America Latina.

Con la nuova National Security Strategy firmata da Trump e il lancio del cosiddetto “Trump Corollary” alla Dottrina Monroe, Washington ha dimostrato di non avere più remore a usare la forza per piegare regimi ostili.

L’operazione militare del 3 gennaio 2026 in Venezuela – che ha portato all’arresto di Nicolás Maduro e al controllo del regime chavista – ha mandato un messaggio chiaro a tutta la regione: gli Stati Uniti sono pronti a intervenire con precisione chirurgica quando lo ritengono necessario.

Per Cuba, che già vacilla sotto il peso di una crisi economica e sociale senza precedenti, questo precedente rappresenta un campanello d’allarme. L’asse Havana-Caracas è spezzato, il sostegno venezuelano evaporato, e il regime di Díaz-Canel si trova di fronte a un bivio: negoziare con Washington prima che sia troppo tardi o rischiare di finire come il Venezuela di Maduro.

Il trauma del Venezuela

Per decenni, osserva Hernandez-Roy, i regimi autoritari dell’America Latina hanno creduto che gli Stati Uniti non avrebbero più usato la forza diretta nella regione. L’ultima volta era stata l’invasione di Panama nel 1989. Trump, con la sua avversione alle “guerre infinite”, aveva rafforzato questa convinzione: sanzioni sì, ma niente “scarponi sul terreno”.

L’operazione in Venezuela ha ribaltato tutto, rimarca l’autore. È stata rapida, mirata, con poche vittime collaterali e un largo consenso popolare in gran parte dell’America Latina (oltre il 60% in molti paesi). Non ha scatenato le reazioni di rigetto del passato, anzi: ha dimostrato che Washington sa colpire selettivamente per ottenere risultati politici concreti.

Per l’Avana il messaggio è inequivocabile, si sottolinea: l’idea che Cuba sia intoccabile per via della sua “resistenza storica” non regge più. I generali e i vertici della sicurezza cubana devono ora fare i conti con un rischio reale.

L’asse Havana-Caracas: il salvagente che non c’è più

Da trent’anni il Venezuela era il pilastro esterno del regime cubano. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’alleanza con Chávez e poi con Maduro ha garantito petrolio a prezzi stracciati, valuta forte dalla rivendita del greggio e un alleato ideologico potente. Medici e istruttori cubani in cambio di miliardi di dollari.

Oggi quel legame è morto. Con il blocco totale delle esportazioni petrolifere venezuelane verso Cuba imposto da Trump e la dichiarazione presidenziale “zero petrolio e zero soldi per Cuba”, l’economia dell’isola perde l’ultima ancora di salvezza.

Senza quei fondi, diventa impossibile tenere in piedi l’elettricità, comprare generi alimentari o pagare la fedeltà di militari e burocrati. E la rottura non è solo economica: Maduro, formato ideologicamente proprio a Cuba, aveva intrecciato legami profondissimi con i servizi segreti dell’Avana. La sua cattura ha decapitato anche quel pezzo di rete di potere.

La disfatta delle Avizpas Negras

L’operazione americana ha ucciso 32 membri delle Avizpas Negras, l’élite delle forze speciali cubane che proteggevano Maduro.

Per l’Avana è stata una umiliazione storica: dopo decenni di smentite ufficiali sulla presenza militare a Caracas, il regime è stato costretto ad ammettere la verità. È la peggiore sconfitta subita dalle forze armate cubane dai tempi di Grenada nel 1983, quando morirono 24 soldati.

Quel lutto, dopo due generazioni, ha lasciato un segno profondo: i militari cubani, che si sentivano invincibili, devono ora fare i conti con la vulnerabilità.

Nel frattempo, il regime ha risposto con allerta massima, esercitazioni difensive e sorveglianza capillare. Ma dietro le dichiarazioni roboanti di Díaz-Canel (“fino all’ultima goccia di sangue”) si percepisce una paura crescente.

La società cubana al collasso

Dentro l’isola la situazione è disperata. L’89% delle famiglie vive in povertà estrema, sette cubani su dieci saltano almeno un pasto al giorno, solo il 3% trova i farmaci in farmacia. L’inflazione galoppante, i salari da fame e un sistema sanitario al collasso hanno distrutto ogni residuo di legittimità di un regime percepito come un peso da molti cubani.

Un sondaggio del Cuban Observatory of Human Rights dice che il 92% disapprova la gestione economica del governo e il 78% vuole andarsene o conosce qualcuno che lo ha già fatto.

Le proteste dell’11 luglio 2021 hanno rotto il tabù della rassegnazione: la gente è scesa in strada, ha gridato “Patria y Vida” e ha sfidato la repressione. Da allora il malcontento non si è spento, ma non trova sfoghi istituzionali.

A differenza del Venezuela, a Cuba non c’è opposizione organizzata né elezioni vere. Questo rende esplosiva qualsiasi scintilla.

Perché la pressione interna da sola non basta

Le proteste spontanee possono essere represse all’infinito se i vertici del regime restano coesi. Ma la pressione esterna può cambiare le carte in tavola, alzando i costi della repressione e rendendo insostenibile lo status quo.

La Russia non ha mosso un dito per Maduro, la Cina si sta già tirando indietro per limitare le perdite. Cuba lo ha visto e sa di essere sola.

Per Washington l’isola non è più un conflitto congelato: è una minaccia aperta per migrazione, narcotraffico, influenza cinese e russa. Marco Rubio, segretario di Stato e da sempre ossessionato da Cuba, vuole chiudere i conti. Il “Trump Corollary” punta a gestire il regime, non a rovesciarlo con un’invasione classica: si tratta di piegarlo con minacce credibili, strangolamento economico e offerte condizionate.

Verso un negoziato coatto?

Gli Stati Uniti potrebbero puntare sui generali di GAESA, il colosso economico militare che controlla turismo, banche e commerci, o sui rampolli della famiglia Castro. La leva? Minaccia militare credibile, blocco totale del petrolio, stop alle missioni mediche all’estero, sanzioni mirate. In cambio: stop alle basi russe e cinesi, cooperazione su migranti e droga, restituzione di proprietà espropriate, estradizione di latitanti.

L’obiettivo finale non è una democrazia immediata, ma un controllo del comportamento del regime, con continuità di alcune istituzioni (Partito comunista, forze armate) e un’apertura graduale verso un’economia di mercato. Un negoziato imperfetto, ma forse l’unica via per evitare il collasso totale.

Cuba è a un punto di non ritorno. Il regime può resistere ancora, ma la certezza della sua eternità è svanita. Il precedente venezuelano ha accelerato tutto: senza una pressione esterna forte e costante, la repressione terrà in piedi il sistema; con essa, un passaggio negoziato diventa possibile.

Il destino dell’isola non è più scritto, ma – conclude Hernandez-Roy –  si deciderà nei prossimi mesi, e Washington ha tutte le intenzioni di dettare le condizioni.

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