In diplomazia richiamare un ambasciatore in patria è il penultimo gradino di irritazione formale di uno Stato nei confronti del Paese in cui tale diplomatico risiede. Subito dopo c’è solo la rottura delle relazioni.
Sembrerà bizzarro, ma l’Italia si è portata a un passo da questa severa prospettiva non già con Emmanuel Macron e la sua Francia, con cui litigi e riconciliazioni sono ricorrenti come capita in famiglia tra cugini troppo affini per non provare il piacere di suonarsele ogni tanto.
La potenziale rottura neppure riguarda le relazioni mai così ballerine con l’America di Donald Trump, che una ne fa e cento ne minaccia. Ma che con l’Italia ha finora avuto un occhio di riguardo (a parte l’imposizione dei dazi di valenza europea).
Il pessimo momento diplomatico lo stiamo invece vivendo con la tranquilla, pacifica e a volte da alcuni mitizzata Svizzera.
Il “non ci sto” è arrivato dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha deciso di richiamare il nostro ambasciatore “per consultazioni”, ossia per protestare ufficialmente dopo che il tribunale di Sion ha scarcerato Jacques Moretti grazie a una cauzione corrispondente a oltre 216 mila euro pagata in franchi da un facoltoso imprenditore.
Moretti è il proprietario della tristemente nota discoteca “Le Constellation”, dove la notte di Capodanno s’è consumata la tragedia dell’incendio che ha provocato la morte di 40 persone, di cui 6 italiane, e il ferimento di altre 116 (11 nostri connazionali) a Crans-Montana.
Quasi tutti giovani e giovanissimi in un evento che ha suscitato dolore e indignazione nel nostro Paese con in testa le sue autorità. Allibite per come nel 2026, con tutta la cultura della prevenzione e della sicurezza nei luoghi pubblici che in Italia è stata acquisita da decenni, ragazze e ragazzi possano invece morire per altrui gravissime responsabilità, mentre festeggiano in una discoteca svizzera.
Ma la Svizzera non era l’esempio istituzionale spesso assurto a modello da quelli che l’invocano senza realmente conoscerlo? Purtroppo per loro: ora potrebbero ricredersi.
Al metaforico bazooka di Tajani a nome del governo e delle famiglie italiane coinvolte nel dramma contro ciò che è considerato un affronto senza vergogna, cioè la liberazione di Moretti (“un provvedimento fuori dalla logica umana”, accusano i familiari, che plaudono alla reazione del governo), ha risposto Guy Parmelin, presidente della Confederazione elvetica. Dicendo che da lui vige la separazione dei poteri e che la politica “non deve intervenire”. “Comprendiamo l’indignazione, ma in Svizzera abbiamo procedure diverse”, ha concluso, con un tocco di gratuita malizia.
Sia perché non è vero che la separazione dei poteri sia una prerogativa elvetica: in Italia esiste da 80 anni.
Sia perché – qui ha ragione – da noi nessun milionario potrebbe pagare per scarcerare un indagato eccellente. Per quanto lenta, scalcagnata e buonista il valore della nostra giustizia non si misura a colpi di denaro.
In questo senso l’“avere procedure diverse” è per noi un impagabile onore.
(Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova)
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