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Covid, ecco come e perché (anche) la Germania barcolla

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Germania Covid

I numeri che salgono e che rendono arduo il tracciamento anti Covid. Le tensioni istituzionali e le prime proteste. Che cosa succede in Germania. L’approfondimento di Mennitti da Berlino

Erano i primi di luglio, appena tre mesi fa, quando Ramona Pop, responsabile verde del dicastero dell’Economia di Berlino, battagliava con il resto del governo cittadino per smantellare l’ospedale Covid provvisorio, realizzato in uno dei saloni della fiera durante la prima ondata pandemica. Supportata dalle associazioni imprenditoriali e dei commercianti locali e da politici di opposizione della Cdu, la senatrice (così si chiamano gli assessori di Berlino) sosteneva che quella struttura, messa su a tempo di record grazie alla tenacia di un ex vigile del fuoco berlinese, non servisse più: i numeri dei ricoveri si contavano ormai sulle dita di una mano e gli ospedali ordinari, peraltro mai finiti in sofferenza neppure nei mesi di piena, sarebbero stati in grado di gestire i pazienti. Del rischio di una seconda ondata, neppure a parlarne. Piuttosto, sosteneva Pop, bisogna riappropriarsi degli spazi per ospitare le fiere del 2021.

L’ospedale provvisorio non ha finora mai visto un paziente, perché quelli ordinari hanno retto la botta. Progettato per i casi meno gravi, può arrivare ad ospitare fino a 1000 letti. A maggio, quando la prima ondata ha cominciato a spegnersi, ne conteneva 88. A luglio, mentre la senatrice verde lottava per restituire i saloni all’attività fieristica, la sua collega alla Salute, la socieldemocratica Dilek Kalayci, profondeva uguali e contrari sforzi per allargare la capienza fino a 500 letti, occupando ulteriori spazi. Oggi, con l’arrivo veemente della seconda ondata, i berlinesi possono tirare un repiro di sollievo per il fatto che a vincere il braccio di ferro sia stata la senatrice socialdemocratica.

La Germania osserva i dati dei contagi, e ora ancor di più quelli dei ricoveri e delle terapie intensive occupate, e scopre di non essere più l’isola felice di marzo, e neppure quella di appena due settimane fa. Segno che anche il più robusto sistema di tracciamento dei contatti tedesco, peraltro rafforzato nelle scorse settimane dai militari della Bundeswehr, sta saltando. Come a Berlino, dove l’amministrazione ha annunciato un cambio di strategia. Lo hanno diplomaticamente chiamato “adattamento” alla nuova situazione: detto in parole semplici, siccome non è più possibile trattare con rapidità ogni caso, gli operatori si concentreranno solo su quelli che coinvolgono gruppi a rischio, come anziani, senzatetto, ospiti di case di riposo e malati cronici. Gli altri, in caso di positività, non dovranno più attendere la chiamata dell’ufficio sanitario per istruzioni, ma mettersi autonomamente in isolamento. E avvisare personalmente coloro con cui si sono avuti contatti nei giorni precedenti. Una soluzione creativa, l’ha definita la senatrice  Kalayci.

Di fronte a una società stressata, evidentemente non preparata alla pur annunciata nuova ondata autunnale e ora impaurita dalla prospettiva sempre più concreta di un nuovo lockdown, anche l’azione della politica appare spuntata. Governo e regioni faticano a trovare quel minimo comun denominatore che aveva consentito in primavera di fronteggiare con efficacia l’emergenza. Ogni Land va per conto suo, nella convinzione che misure localizzate possano avere più efficacia, ma la mancanza di un coordinamento rende la strategia caotica e frammentata, talvolta contraddittoria (come i divieti di viaggi fra regioni) e spesso vittima della scure dei tribunali: chi a Berlino ha fatto ricorso contro la chiusura di bar e ristoranti alle 23 si è visto riconoscere il diritto di riaprire dai giudici. A Monaco invece è stato introdotto il divieto di uscita da casa a partire dalle 21.

Così il fatto che, dopo un’infruttuosa riunione con i presidenti dei Länder, alla cancelliera non sia rimasto altro che appellarsi via podcast alla responsabilità individuale dei cittadini non può essere spacciato come un successo. È il tentativo di sensibilizzare i tedeschi a riprendere quei comportamenti rigorosi tenuti in primavera, a cominciare dalla drastica riduzione dei contatti personali, che evidentemente la politica non è più in grado di imporre.

Ma non basta più. La Bild rivela che nell’odierna riunione della Cdu che ha deciso lo slittamento del congresso del partito, Angela Merkel ha usato toni drammatici. “La situazione è minacciosa” anche per quel che riguarda le terapie intensive, “l’aumento dei contagi deve essere fermato”, “ogni giorno è importante”, sono i virgolettati riportati. Mercoledì prossimo è previsto un nuovo vertice con i presidenti regionali, nel quale si farà il punto sugli effetti delle misure relativamente blande adottate finora. La famosa previsione di Merkel sui 19.200 contagi giornalieri prima di Natale appare allo stato attuale fin troppo ottimistica: già nella prossima settimana potrebbe essere superata la soglia dei 20.000 casi giornalieri. Sabato scorso il Koch Institut, l’organo che gestisce l’emergenza pandemica, aveva registrato 14.714 nuove infezioni e indicato in 1.200 i ricoveri nelle terapie intensive degli ospedali tedeschi. È possibile che mercoledì, di fronte a dati probabilmente deludenti, la cancelliera spinga per un ulteriore passo avanti verso forme più o meno rigide di lockdown.

C’è da attendersi un’altra riunione infuocata con i presidenti dei Länder. E bisognerà vedere come reagirà la popolazione, ormai spaccata tra una maggioranza rassegnata e disposta a sopportare nuove limitazioni e una minoranza sempre più irrequieta che le contesta, sia in nome dell’emergenza economica che di teorie negazioniste. Domenica a Berlino l’ennesima manifestazione di contestazione alle misure anti-Covid è finita tra atti violenti e arresti. La scorsa settimana sono scesi in piazza i lavoratori autonomi del mondo artistico, esclusi dagli aiuti economici stanziati dal governo (che coprivano i costi correnti per  personale o affitto di locali, ma molti artisti autonomi non hanno questo tipo di spese e invece soffrono un crollo dei redditi). La polizia indaga da giorni su una serie di atti di vandalismo nei confronti di opere d’arte o archeologiche nella zona dell’isola dei musei, l’area museale della capitale: capolavori e sculture dentro e fuori i musei danneggiati o imbrattati da sconosciuti. Si sospettano azioni da parte di gruppi negazionisti e antisemiti, che nelle settimane passate avevano accusato la direzione dei musei di ospitare opere sataniste e di essere centrali di non meglio definiti criminali del coronavirus. Sabato notte ignoti hanno lanciato bottiglie incendiarie contro la facciata della sede del Koch Institut.

Insomma, la situazione è complessa, ed è difficile tenere insieme una società ampia e dagli interessi frastagliati. Le forze dell’ordine indicano un preoccupante aumento di reazioni aggressive e violente nei confronti dei poliziotti che provano a far rispettare l’obbligo di mascherina. Nel fine settimana, nella sola città di Berlino, i mille poliziotti in servizio hanno elevato 300 multe per violazione delle regole anti-Covid, la gran parte avvenute nelle ore serali. Sono state sciolte diverse feste private: una, nel quartiere Mitte, era un fetish-party con oltre 500 persone.

Nel frattempo il virus colpisce i simboli della politica. È in isolamento seppur con sintomi deboli il ministro della Sanità, Jens Spahn, che è un po’ come avere il generale ferito durante una battaglia. In un video pubblicato domenica scorsa dai siti dei principali quotidiani, Spahn ammoniva i suoi concittadini a non dare retta a coloro che minimizzavano i rischi del Covid.

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