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Covid, pandemia e le prove di guerra con arma biologica

Arma Biologica

A fini strategici assume un rilievo determinante per un pianificatore militare analizzare la pandemia come se fosse una prova generale di una futura guerra con impiego massiccio dell’arma biologica. L’analisi del generale Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare e della Difesa

 

A fini storici e a fini politici è certamente di fondamentale importanza appurare l’origine del virus che sta causando la pandemia da CoViD-19, se abbia una genesi del tutto naturale o se sia il risultato di manipolazioni genetiche effettuate in un ambulatorio.

Tuttavia, a fini strategici la questione diventa di secondaria importanza, mentre assume un rilievo determinante per un pianificatore militare analizzare la pandemia come se fosse una prova generale di una futura guerra con impiego massiccio dell’arma biologica.

La storia ci dice che peraltro l’idea non è certo nuova: nel passato era pratica abbastanza comune l’avvelenamento dei pozzi, utilizzando anche carogne di bestiame, in modo da diffondere malattie fra le truppe nemiche, per ridurne od annientarne le capacità operative. Vicende anche abbastanza recenti ci dicono di guerre in cui, fra i militari, il numero di caduti in combattimento è stato inferiore ai deceduti per malattie, come accaduto ad esempio durante la guerra di Crimea.

In tempi più recenti il problema è rimasto costantemente all’ordine del giorno e l’arma biologica è stata sempre adeguatamente considerata anche durante le guerre del secolo scorso, con agenti come l’antrace concretamente inseriti negli arsenali, al punto che ogni esercito si è dotato di capacità definite in gergo militare con l’acronimo NBC, cioè Nucleare, Batteriologico, Chimico, comprendendo quindi la capacità di operare in ambienti contaminati dalle varie tipologie di agenti. Anzi alcuni paesi hanno sviluppato più di altri questa sensibilità e oggi nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, ad esempio, è preziosa la disponibilità dell’esperienza maturata dall’esercito della Repubblica Ceca, formalizzata con la costituzione di un ‘Centro di Eccellenza’ multinazionale nella base di Vyskov.

Gli accadimenti di questi ultimi due anni, in cui la maggior parte dei paesi hanno visto compromesse ai limiti del crollo le proprie economie e quindi la capacità di continuare ad essere attori credibili negli scenari internazionali, hanno dato una chiara ed inequivocabile evidenza, che deve costituire motivo di riflessione. Infatti una potenza ipoteticamente determinata ad assumere una posizione dominante potrebbe conseguire tale scopo sviluppando contemporaneamente un agente patogeno ad alta letalità, in grado di diffondersi rapidamente, e le opportune contromisure, sotto forma di adeguati vaccini od altro, con cui proteggere la propria popolazione e il proprio strumento militare al quale non sarebbe quindi difficile avere ragione di forze avversarie fiaccate da una critica situazione sanitaria.

La reazione del modo occidentale alla comparsa del SARS-CoV-2 e alla sua rapida diffusione, con devastanti effetti, è stata incredibilmente rapida, consentendo la produzione nell’arco di poco più di dodici mesi di una serie di vaccini che hanno drasticamente ridotto la letalità dell’agente patogeno, agente che comunque continua a mantenere in difficoltà la vita quotidiana e le capacità economiche dei nostri paesi. Ma dodici mesi sono un’enormità che difficilmente ci si potrebbe permettere di fronte ad un’azione determinata come quella sommariamente descritta, accuratamente pianificata ed eseguita, accompagnata da una campagna militare classica da parte di una potenza ostile. Con ogni probabilità la capacità di resistere da parte dei paesi aggrediti sarebbe drasticamente ridotta, come chiaramente dimostrato nei primi mesi dell’attuale pandemia: una portaerei americana dislocata nel Pacifico, la Roosevelt, è stata fuori combattimento per quasi tre settimane a causa della diffusione del virus nel suo equipaggio, con un pesante disorientamento di tutta la catena gerarchica statunitense. Infatti il comandante della portaerei Brett Crozier venne rimosso per volere del Segretario alla Difesa Elmer, che in seguito se ne scusò.

Da episodi come questo occorre trarre la lezione della necessità di avere pronte misure preventive adeguate, al fine di assicurare l’operatività dello strumento militare in qualsiasi circostanza, il che richiede investimenti nel personale, nelle attrezzature, anche se in tempi normali questi investimenti possono apparire ridondanti.

Altra lezione da trarre dalle vicende di questi due anni è relativa all’integrità delle catene di rifornimento: la globalizzazione ha consentito un’ottimizzazione dei costi grazie alla possibilità di delocalizzare la produzione di componenti e sottoinsiemi a basso contenuto tecnologico in paesi dove il costo del lavoro è più basso. I paesi a più elevato livello tecnologico hanno però pagato questo vantaggio economico con un’inaccettabile vulnerabilità delle catene produttive, al punto da dover dipendere dalla Cina per l’approvvigionamento di semplicissime mascherine protettive. Ciò non deve più accadere, non nel senso che si debbano a tutti costi mantenere produzioni che risultino antieconomiche, ma che per qualsiasi catena del valore occorre individuare gli elementi critici, per i quali si renda necessario mantenere una potenziale capacità di riprendere prontamente possesso dell’integrità dei processi. Anche qui servono investimenti, che possono apparire improduttivi, ma che non sono altro che il premio di un’assicurazione, senza la quale ci si troverebbe alla mercé non solo di eventi accidentali e fortuiti, ma soprattutto di chi volesse sfruttare queste vulnerabilità per i propri disegni strategici, disegni che metterebbero a rischio i nostri modelli sociali, se non le nostre libertà.

Prepararsi al peggio può essere costoso, ma è sicuramente meno costoso del prezzo delle conseguenze dell’impreparazione.

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