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Covid-19, quanto sono affidabili i numeri cinesi? Report

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Wuhan ecdc screening

Quanto sono affidabili i dati cinesi su Covid-19? A questa domanda rispondono Simone Franchini, Enzo Marinari, Giorgio Parisi e Federico Ricci Tersenghi su Scienzainrete

 

UNA MANO SULLA COSCIENZA: QUANTO SONO AFFIDABILI I DATI CINESI

È lecito domandarsi quanti sono stati i casi in Cina. Il rapporto dell’OMS suggerisce che il numero di casi che si sono avuti fuori dall’Hubei sia stato molto ben stimato: nel Guandong sono stati fatti 320.000 test a campione sulla popolazione e la conclusione è che non c’è un iceberg nascosto sotto la superficie. Nell’Hubei la situazione è diversa: ci sono stime che dicono che il numero di casi veri potrebbe essere due volte più grande di quello misurato. È facile rendersi conto del problema; i cinesi hanno utilizzato una definizione precisa di casi severi: “dyspnea, respiratory frequency ≥ 30/minute, blood oxygen saturation ≤ 93%, PaO2/FiO2 ratio < 300, and/or lung infiltrates > 50% of the lung field within 24-48 hours”. I casi severi fuori dall’Hubei sono il 10% del totale, mentre nell’Hubei i casi severi sono il 20% del totale.

Una stima ad occhio, confermata da una stima professionale, ci fa pensare che la maggiore percentuale di casi severi nell’Hubei rispetto al resto della Cina corrisponda a una mancata rendicontazione del 50% dei casi, cosa che non deve stupire visto la situazione di enorme confusione che regnava in quei momenti nell’Hubei. La curva che raffigura il numero dei casi dichiarati in Cina come funzione del tempo ha delle stranezze evidenti.

Quando i dati sono strani, è sempre meglio cercare di capire i veri motivi di quella che sembra un’anomalia, per evitare cattive sorprese successive. La riproduciamo qui utilizzando per l’asse orizzontale la data vera, e non quella traslata in modo da sovrapporsi alla curva ottenuta dai casi italiani.

Grosso modo il comportamento descritto è estremamente ragionevole. La curva cresce all’inizio esponenzialmente con la pendenza giusta, e dopo il massimo riscende esponenzialmente con una pendenza di segno opposto un po’ più bassa. La decrescita è molto forte e decisa dopo il 30 gennaio, dieci giorni dopo il lockdown dell’Hubei. Ci sono due dettagli strani:

  • L’aumento del numero di casi che diventano sintomatici il primo febbraio. In questo caso sono diventate sintomatiche circa il 30% di persone in più rispetto sia al giorno precedente che al giorno successivo: questo fatto è, naturalmente, molto sospetto. Questo problema nei dati potrebbe forse essere dovuto a risposte imprecise, del tipo “all’inizio del mese”, che sono state tutte registrate il 1 febbraio. In ogni caso questo problema riguarda solo un numero piccolo di casi
  • L’uscita dall’andamento esponenziale crescente avviene il 23 gennaio, data del lockdown dell’Hubei. Da quella data in poi il numero di nuovi casi sintomatici rimane costante. Dato che il tempo medio di incubazione risulta essere di cinque giorni abbondanti, il lockdown dovrebbe avere effetto cinque giorni dopo i sintomi, e quindi l’abbandono della crescita esponenziale non può essere causata dal lockdown.

Possiamo tentare due spiegazioni che ci aiutino a comprendere il fenomeno.

  1. La sottostima dei casi clinici potrebbe essere cominciata verso la fine di gennaio nell’Hubei, e questo potrebbe avere causato un apparente rallentamento (spurio) della crescita una settimana prima, esattamente come ipotizzavamo per l’Italia nell’ultima decade di febbraio. Se la sottostima fosse di un fattore due (un caso registrato per ogni due casi realmente avvenuti) questo introdurrebbe una lieve distorsione della curva nell’ultima decade di gennaio in Cina.
  2. Il 18 gennaio nella città di Wuhan si è tenuto un banchetto di quarantamila famiglie che hanno mangiato insieme dividendosi il cibo. Questo potrebbe aver causato un aumento anomalo dei sintomatici nei primi giorni successivi che si riflette infine in un’apparente riduzione nei giorni ancora dopo.

Probabilmente ci sono anche altre spiegazioni, ma in ogni caso, qualunque sia l’origine di queste marginali discrepanze, che si tratti di un piccolo artefatto della rendicontazione o di un evento sociale estremamente atipico, esse non appaiono tali da mettere in discussione la sanità sostanziale dei dati cinesi. Tuttavia la probabile sottovalutazione in Cina del numero di casi clinici potrebbe suggerire un’ulteriore sottovalutazione in Italia. Sapremo esattamente quello che è successo quando saremo in grado di fare ricerche degli anticorpi a campione su grande scala.

(Estratto di un articolo tratto da Scienzainrete: qui l’articolo integrale)

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