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Covid-19, l’emergenza economica e un nuovo governo

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cts stato emergenza post pandemia

Gli effetti politici della pandemia muteranno il quadro politico? L’intervento di Walter Galbusera

Se appare in via di superamento l’emergenza sanitaria, rimane quella economica-sociale e si aprono gli interrogativi sulle conseguenze politiche della pandemia. Si potrà riorganizzare il lavoro, distribuirlo in nuovi spazi e in nuovi orari, ma il ritorno allo stato quo ante, già in sé arduo e graduale, sarà favorito in primo luogo dalla crescita della produttività che da lunghi anni è il punto debole del nostro apparato economico e della Pubblica Amministrazione.

Su questo tema non c’è dubbio che la contrattazione aziendale avrà un peso determinante e che sarebbe auspicabile anche nel pubblico impiego una politica sindacale propositiva ed incisiva sulla riorganizzazione dello Stato. Nell’immediato era necessario un forte allargamento della spesa pubblica sia per tutto il mondo del lavoro, dipendente ed autonomo, per il quale sarà giusto pensare ad un sistema di regole comuni di protezione, sia per le imprese che, come aveva segnalato con chiarezza Mario Draghi, hanno bisogno di una forte iniezione di liquidità, anche a fondo perduto, nei tempi più brevi possibili.

Allo stato è lecito dubitare che, al di là delle risorse significative impiegate, i provvedimenti del governo siano pervenuti alla gran parte dei destinatari in tempi rapidi. E ancor di più preoccupa la tendenza a moltiplicare gli interventi assistenziali come l’estensione di fatto del reddito di cittadinanza o della bizzarra creazione degli assistenti civici.

Tutte decisioni che eludono il problema di fondo, che preesisteva alla crisi sanitaria, quello di condizionare (non su base volontaria) l’erogazione di un sussidio di medio-lungo periodo a soggetti in grado di lavorare alla disponibilità effettiva a seguire corsi di formazione “veri” , ad accettare offerte di lavoro concrete o a prestare attività di pubblico interesse non astruse. Per questo saranno necessari gli aiuti dell’Europa, ma sarà pur lecito chiederne un utilizzo razionale? Del resto non possiamo illuderci che le risorse siano infinite, né illuderci sull’efficacia di una norma che vieta i licenziamenti.

Sarà anche inevitabile che ad un certo punto si chieda ai cittadini che sono in grado di farlo, o che sono stati colpiti meno di altri (a parte i rischi di inflazione), di concorrere al risanamento attraverso contributi di solidarietà o con una patrimoniale “leggera” sui conti correnti, come ha ipotizzato Oscar Farinetti. Ma questo avrebbe senso per chiudere una stagione, non per procrastinare misure inefficaci o destinate a fallire, come la perenne ricapitalizzazione di Alitalia che sembra valere per il Governo italiano più della ricerca scientifica.

Ma sono le prospettive politiche quelle meno chiare. Riusciranno le attuali forze politiche, sia pur ritrovando nuovi equilibri, a governare in tempi ragionevoli una fase che si annuncia assai difficile e socialmente dolorosa, magari mettendo mano a riforme istituzionali? Se è vero che difficilmente la storia si ripete e che le vicende passate non sono mai del tutto comparabili con quelle presenti, è utile riflettere su alcuni aspetti del primo dopoguerra, quando a un grande numero di persone il futuro appariva senza speranze.

Lasciamo la parola a Pietro Nenni (da Il diciannovismo): “La smobilitazione getta ogni giorno sulla strada gli ufficiali di complemento col magro viatico di una magra indennità….E poi studenti, impiegati, figli di contadini, di piccoli commercianti, destinati in tempi normali alle carriere burocratiche…che hanno perduto nell’avventura eroica il gusto dello studio, del lavoro e della mediocrità delle professioni liberali…Pensano che la società ha contratto nei loro riguardi l’impegno a sottrarli alla mediocrità della vita piccolo borghese….Non vogliono tornare agli umili lavori….qualche volta non possono perché il lavoro non c’è. La città li seduce ma non ha per loro né lavoro né pane. Domani offriranno i quadri per l’avventura fascista”.

Va detto che lo scenario descritto è l’effetto di una guerra catastrofica per vittime e per danni materiali che non aveva pari nella storia dell’umanità a cui si era aggiunta la pandemia “spagnola” che nel 1918-19 aveva provocato 50 milioni di morti. A onor di verità è difficile credere al ripetersi nel nostro paese di un movimento rivoluzionario (che in realtà fu di demagogia verbale e di attesa messianica degli eventi) come quello che seguì alla rivoluzione bolscevica. Né sembrano esistere le condizioni oggettive, né una leadership per un movimento di reazione che si trasformi in regime.

Eppure agli esclusi “tradizionali” e ai dipendenti che hanno perso il lavoro potrebbero aggiungersi come “nuovi poveri” quella parte di ceto medio che svolgeva attività commerciali, di servizi, di piccolo artigianato, senza contare i molti giovani che si stavano affacciando al mondo delle professioni. Questa fascia sociale è oggi la meno protetta e la più interessata a ricercare un’identità politica per “legittima difesa”. Difficile dire se essi diventeranno i “nuovi Arditi” (di destra o di sinistra). Comunque non va sottovalutato l’ordine pubblico in senso lato, dalle mafie alla microcriminalità. Oltre alla lotta all’usura, sapremo, dopo il momento della solidarietà e del ringraziamento, difendere infermieri e medici dalle aggressioni nei pronto soccorso? E come funzioneranno a settembre trasporti pubblici e scuole? Per fortuna che sui giornali non ci sono solo le registrazioni “via Trojan” dei pochi edificanti colloqui di molti magistrati ma anche gli interventi di chi cerca di richiamare con toni pacati alla realtà, come il Presidente dell’Emilia-Romagna che sui suoi rapporti con il

Presidente veneto Luca Zaia dichiara : “Lavoriamo a stretto contatto perché l’emergenza sanitaria non è né di destra né di sinistra”. Finalmente un po’ di luce.

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