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Covid-19: fatti, numeri e analisi

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pandemia

Il post di Stefano Biasioli sulla pandemia da Covid-19

Un po’ alla volta, stanno emergendo alcune verità fondamentali sul Covid-19.

I FATTI

Infatti se le regioni industriali del Nord sono state massicciamente colpite fin dall’inizio, l’andamento successivo è stato ben diverso. La Lombardia – purtroppo – capofila, seguita da Emilia Romagna e Veneto poi, con il passar delle settimane, la virosi è esplosa in Piemonte mentre altrove il decorso diventava più favorevole.

In questi giorni, appare chiaro che in Val D’Aosta, Veneto, Friuli V.G., Emilia R., Liguria  e a Trento e Bolzano il numero dei guariti supera largamente il numero degli infettati attuali.

Invece in Piemonte, Lombardia, Toscana, Campania e Puglia è esattamente il contrario.

Nel complesso, in Italia, il numero dei guariti è ancora inferiore al numero attuale degli infettati (-21%) e rappresenta il 38% del fenomeno totale.

Conclusioni (di questa parte): la riapertura del paese avrebbe dovuto tener conto di questi andamenti, ossia generale in alcune regioni e graduale – programmata – in altre.  Questo, ennesimo, decreto di Conte, non tiene conto di questi dati, pur elementari e grossolani, ma solo delle previsioni formulate dagli esperti.

MODELLI MATEMATICI: VERITÀ E FALSITÀ

Finalmente, nei giorni scorsi, è stata fatta un po’ di chiarezza su questi aspetti, misteriosi per l’italiano medio, ma invocati come “verità divina” dai nostri governanti.

Dobbiamo alla holding privata Carisma l’aver messo in evidenza la criticità dello studio IIS–Kessler-Comitato tecnico-scientifico (CTS), rilevandone gli errori di metodo e di calcolo.

In breve, il modello presagisce, in caso di riapertura, numeri esponenziali di nuove infezioni e di occupazione di letti in terapia intensiva.È intitolato:” Valutazione di politiche di riapertura utilizzando contatti sociali e rischio di esposizione professionale”, con diversi scenari/ampiezze della riapertura, dopo i mesi di chiusura. Sulla base di queste previsioni il CTS conclude: “Essendo le stime attuali di Ro comprese tra 0,5 e 0,7, appare evidente dalle simulazioni se – con la riapertura – Ro fosse anche di poco superiore a Ro 1 (1,05-1,25) l’impatto sul SSN sarebbe notevolE, quindi lo spazio di manovra sulle riaperture non è molto”. Da qui, una serie di indicazioni,  su cui è basato il recente ed ennesimo  decreto governativo.

Clinici e non teorici, quali siamo sempre stati, contesto assolutamente l’idea che sta alla base di questo studio. Ossia calcolare il numero dei casi critici sul totale degli infettati – in altri termini il numero dei ricoveri nelle T.I. – derivandolo dall’indice R0, ossia dalla diffusione teorica del virus, in diversi scenari di riapertura: edilizia, scuola, ristorazione, commercio, considerando diverse fasce d’età e attribuendo arbitrariamente un valore del 15-25% ai sistemi di protezione individuale.

Un’idea, non un dogma. Un’idea peregrina per diversi motivi:

  • Perché è  basata sui dati (morti+ soggetti in terapia intensiva/totale infetti), già vecchi (31/3/20), in presenza di una virosi che ha perso forza ( in tutte le Regioni sopra citate) tra il 20 e il 27 marzo;
  • Perché è finito l’effetto “soepresa”, quello che ha provocato migliaia di morti innocenti;
  • Perché la % di pazienti ospedalizzati finiti, purtroppo, in terapia intensiva è fortunatamente pesantemente calata. In Veneto, ad esempio, siamo passati dal valore massimo del 30% (inizio pandemia) ad un valore sul 17% (fase intermedia) e poi al valore attuale del 9,73%, in continuo calo;
  • I protocolli sanitari sono migliorati e si è capito che, se trattati più intensamente all’inizio della infezione, meno pazienti arrivano in T.I. Anzi, va fatto il massimo perché ciò non succeda.
  • Se, esclusa la Lombardia, nessuna T.I. è arrivata alla saturazione, come è ipotizzabile che una recidiva della virosi produca più danni della sua fase iniziale?
  • L’indice di riproduzione è opinabile e un modello predittivo epidemiologico cosi’ costruito è poco scientifico. Lo stesso dicasi per quello previsionale più recente (si veda il Corsera del 3/05, pag.12). Troppe sono ancor oggi le variabili ignote: efficacia della clausura e dei mezzi di autodifesa (mascherine, guanti, gel); caratteristiche del virus (tempi di infezione, sensibilità alle alte temperature, sua evoluzione ossia “effetto gregge”; efficacia dei percorsi “specifici” extra ed intraospedalieri; efficacia del mix diagnostico e terapeutico.
  • E, soprattutto, non tiene conto di un elemento fondamentale: il comportamento individuale, ad auto e ad altrui tutela. Comportamento che, in Italia, è stato largamente ottimale

CONCLUSIONI (PARZIALI) : MEDICHE E MORALI

MEDICHE

Chi scrive si vanta di essere stato, per lunghi 50 anni di vita ospedaliera, un “clinico ruspante”, un medico abituato a curare i suoi malati con impegno e scienza-coscienza, sempre. Un medico che, tra le altre cose, ha sempre chiesto ai pazienti, alle persone ammalate, di “aiutarlo a curarle”, di essere loro-lui-lei (i singoli malati) al fianco del camice bianco, anche e soprattutto nei casi più gravi.

E, in assenza di cure “codificate”, questo “clinico ruspante” – esattamente come fatto da moltissimi colleghi – spiegava al paziente la precarietà terapeutica e gli proponeva – in assenza di linee farmacologiche sicure – l’approccio alla “terapia compassionevole”, ossia all’uso di farmaci/tecnologie codificati per altri scopi.

E, così, nel corso degli anni la medicina ha fatto progressi: con la terapia fatta sul campo (prima) e codificata e asseverata da studi clinici (poi).

Così, proprio così, l’Italia è diventata leader mondiale nelle tecniche dialitiche; così, proprio così, si sono fatti progressi farmacologici importanti: dai singoli casi clinici alla terapia ufficiale validata.

Due esempi, su tutti. Negli anni settanta, in terapia dialitica, l’uso della doppia pompa e del bicarbonato (al posto dell’acetato) nelle soluzioni dialitiche. Negli anni ottanta, l’uso degli ACE-inibitori per contrastare l’evoluzione delle nefropatie e l’uso dello schema di Ponticelli, nella sindrome nefrosica di una certa tipologia.

Ma di esempi potrei farne a centinaia. Anche oggi, in assenza di terapie codificate, i medici italiani hanno fatto così. Hanno provato di tutto, come dimostrano i fatti. Hanno provato, in attesa degli studi clinici codificati, che arriveranno “a babbo morto”. Ma questa è un aspetto che valuteremo in un prossimo articolo.

MORALI

Il comportamento (teoria e prassi) tenuto dalla politica romana è stato quanto meno criticabile.

Ci si è riparati dietro il parere del CTS, come alibi. Ma la politica deve fare delle scelte, sempre, altrimenti è inutile.

È mancata una visione sistematica e soprattutto la fiducia nei cittadini. Da ciò, l’assunzione di misure al limite della Costituzione, bloccando la libertà dei cittadini, anche quando il dato reale l’avrebbe permesso.

Conte & Co hanno preteso il controllo assoluto dei cittadini, senza avere né il carisma (che ci sarebbe voluto) né i mezzi.

Sui mezzi, stendiamo un velo pietoso: la Consip – quella che doveva essere la garanzia per tutti – si è rivelata inadeguata: senza un deposito “sufficiente alla bisogna” dei presìdi necessari, associato alla incapacità  ad evitare grossolane truffe commerciali.

Dai tempi dell’epatite (B,C,D), dell’HIV, della mucca pazza, della viaria ecc il rischio clinico non è più un’eccezione ma la regola.

In questi decenni abbiamo capito che anche il semplice uscire di casa è diventato pericoloso.

Lo stesso dicasi per le attività lavorative. C’è un rischio, sempre.

Non si può chiudere la gente in casa, per mesi o per anni. Occorre essere consapevoli dei rischi legati al vivere comune e comportarsi di conseguenza, da persone civili e consapevoli.

Non c’è bisogno di leggi o di Dpcm per questo.

La salute è un bene primario, lo so bene. Ma libertà e lavoro sono altrettanto essenziali, perché un uomo sano senza lavoro e/o senza libertà non è un uomo nella pienezza del suo essere.

La vita umana è un bene unico, poiché la morte è irreversibile.

Ma i momenti critici vanno affrontati con decisione e intelligenza. Doti che la politica romana ha dimostrato di non avere.

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