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Covid-19 in Italia: numeri, obiettivi, errori e sfide

di

Piemonte tamponi emergenza covid-19

L’intervento di Stefano Biasoli, nefrologo, sul Covid-19 in Italia

 

Questa maledetta virosi da  Covid-19 ha prodotto, finora 1.809 morti su 24.747 infettati (20.603 attualmente positivi), in Italia. E non siamo ancora arrivati al picco dell’infezione.

Un disastro, nonostante le intuizioni di Zaia e di Fontana e l’impegno straordinario dei medici e di tutti gli operatori sanitari, fino a 15 giorni fa generalmente ritenuti dei fannulloni e degli incapaci. Come dimostrato dalle aggressioni nei pronto-soccorso e dalle migliaia di azioni legali contro i medici….per anni-annorum.

Non è ancora il tempo delle accuse, ma mi pare chiaro che:

a) la politica nazionale non ha saputo programmare i bisogni sanitari di questo Paese, soprattutto a livello delle Rianimazioni/Terapie intensive; dei Reparti di malattie infettive; delle Geriatrie; delle Oncologie….;

b) le infezioni causate dalle Epatiti B-C; le infezioni da HIV; le virosi degli anni 2000 non hanno insegnato nulla alla politica e a chi doveva fare programmazione sanitaria. Per essere più espliciti, l’HIV ha prodotto un potenziamento dei reparti di malattie infettive solo nelle regioni più virtuose;

c) si sono tagliati migliaia di posti letto ospedalieri, arrivando a % inferiori alla media UE, solo perché “si doveva risparmiare, dato il buco della finanza pubblica…” ma la politica non si è posta il problema di quello che sarebbe successo in modo certo (invecchiamento della popolazione, malattie croniche) o in modo possibile (virosi, batteriemie,…come insegna la storia…);

d) si sono modificate le competenze sanitarie (modifica costituzionale del 2001), causando ulteriori distonie tra sanità nazionale e sanità regionali;

e) non si è modificata l’organizzazione prevista dalla riforma del SSN (1978!) e dal sistema organizzativo ospedaliero (Donat Cattin, 1984).

Lo ricordo: prevedeva una articolazione della rete ospedaliera per graduazioni/livelli di competenza (ospedale zonale, regionale). Agli ospedali regionali erano riservate le competenze più elevate, con passaggio automatico del malato dall’ospedale zonale a quello regionale.

Donat Cattin prevedeva altresì che ogni Reparto autonomo avesse un organico di 1/2/4 ossia un Primario, 2 Aiuti, 4 Assistenti. Una gerarchia chiara, con responsabilità chiaramente suddivise.

Chiarezza che, oggi, non c’è più. I medici ospedalieri, tutti, sono dirigenti (dal 1996) e è stata abolita, nei fatti e nei fattacci, ogni carriera medica.

Anche il Primario (anzi Direttore!) viene scelto con criteri astrusi che non privilegiano la professionalità individuale, ma la discrezionalità del Direttore Generale dell’ASL, molto spesso non medico e non tecnico sanitario, e -sempre- di nomina politica.

Costui sceglie il Primario (Direttore) da una terna che gli viene proposta da una Commissione, ma può anche scegliere il medico valutato peggio.

Carriera piatta, retribuzione inadeguata per i carichi di lavoro e per le responsabilità professionali, organici ridotti al minimo, ben inferiori agli standards citati.

Anche la “graduazione ospedaliera” (zonale, provinciale, regionale) è sparita per far posto alle ASL (con popolazione assistita in quantità definita ad libitum) e per individuare pochi ospedali HUB (altro inglesismo bocconiano) e tanti ospedali più o meno equivalenti tra loro, come strutture, ad eccezione di qualche superspecialità concentrata negli  HUB (trapianti, radioterapie, trattamenti sostitutivi particolari..).

Ecco dove ci hanno portato i budget sanitari che i bocconiani hanno voluto imporre alla sanità italiana, per controllare la spesa. Risparmi fatti a capocchia, chiudendo posti letto e strutture non sulla base di dati asseverati e di una seria programmazione, ma – ancora una volta- sulla base di scelte politiche, mai giustificate e, comunque, oggi largamente sbagliate.

Lo dimostrano i dati.

1.809 morti, 24.747 infettati, con almeno 5.000 ricoverati e gli altri (non morti e già guariti) in prigione domiciliare. Prigione domiciliare, per infettati “lievi” e per sani. Tempi di guerra…

Già, hanno risparmiato 35 miliardi, sulla sanità, in 10 anni. Ma quanti ne perderà il Pil italiano, se questa virosi arriverà a maggio 2020?

E, comunque sia, la salute è priorità assoluta. Se non c’è salute, non c’è Pil.

Abbiamo copiato il modello del National Health Service, con risultati disastrosi.

Non voglio tornare al 1972, quando -per carenza di posti letto di dialisi- si era costretti a decidere chi trattare e chi no, con la dialisi. Per fortuna quei tempi sono lontani. Da Primario, ho finito la carriera mettendo in dialisi vecchietti di 93 anni e facendo trapiantare gente di 65-70-75 anni.

Proprio perché “ci sono passato in mezzo” lotterò (con tanti altri, spero) perché non si abbandoni la cura di tutti, indipendentemente da razza, sesso, età, malattia.

Sono passati 38 anni ma l’idealizzato NHS Inglese sembra tornare alle scelte del passato. Allora “non si dializza la gente con più di 65 anni, non ce lo possiamo permettere…” e, ora, ” …Lasciate che gli inglesi si infettino liberamente, che la natura faccia il suo corso…”.

No, non è né giusto né etico.

Non è una predica fatta ora. Le stesse cose le ho dette e scritte tanti anni fa, assieme a pochi altri (ad esempio Giuseppe Pennisi) nel  lontano 2013 (Rapporto sul welfare 2012-2013, pubblicato dal CNEL).

 

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