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Così in Germania sfotticchiano i siparietti di Palazzo Chigi sulla Libia

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Libia

Che cosa ha scritto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, il quotidiano più autorevole in Germania, su mosse e passi falsi del governo italiano nel dossier Libia

Il fallimento diplomatico dell’Italia e del suo primo ministro Giuseppe Conte nella crisi libica non è passato inosservato alla stampa tedesca. Ad occuparsene è la Frankfurter Allgemeine Zeitung, il quotidiano più autorevole del paese, in una analisi a pagina 4 del corrispondente politico da Roma Matthias Rüb dal titolo “Non tutte le strade portano a Roma”.

Di sicuro una via consolare che lo conducesse nell’antica capitale dell’impero romano non l’ha trovata il premier libico Fayez al Sarraj, l’uomo che il nostro paese ufficialmente sostiene nel confronto sull’altra sponda del Mediterraneo e che con il suo tirar dritto sulla via da Bruxelles a Tripoli ha gettato all’aria la “carrambata” con il nemico generale Haftar organizzata dall’Italia. Un pasticcio diplomatico invece del grande colpo che avrebbe dovuto proiettare la figura internazionale di Giuseppe Conte accanto a quella di due altri protagonisti che nello stesso giorno stavano decidendo le sorti libiche sulla testa dell’Italia: Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan.

“L’impresa è invece fallita in maniera completa”, scrive oggi il quotidiano tedesco, perché nel momento in cui il premier al Sarraj in visita a Bruxelles ha capito che nella sua tappa romana avrebbe dovuto stringere la mano al suo attuale contendente, ha deciso di modificare la sua rotta di volo e di rientrare direttamente a Tripoli.

“Le opposizioni si infervorano sull’errore da dilettante di Conte, che secondo il protocollo e l’arte diplomatica avrebbe dovuto prima ricevere il legittimo rappresentante del popolo libico e solo in un secondo momento colui che è un ribelle”, riprende Rüb ricordando che Sarraj è il premier riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma la realtà è che “l’Italia ambisce a svolgere un ruolo da protagonista in Libia, ma nella ridda degli attori politici e ancor più militari non riesce a farsi sentire”.

Non aiuta, a detta della Frankfurter, la strategia ondivaga del governo: “Roma è al fianco di Sarraj ma intrattiene rapporti anche con Haftar e si offre, in maniera piuttosto dilettantesca, come mediatore in buona fede fra i partiti impegnati nella guerra civile. Anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è da giorni in missione per le vicende libiche”. Rüb riepiloga anche l’agenda intensa di Di Maio negli ultimi giorni, fra Bruxelles, Istanbul e il Cairo, dall’incontro con i suoi partner europei al faccia a faccia con il suo collega turco, fino al vertice nella capitale egiziana dove ha potuto confrontarsi con i ministri degli esteri di Francia, Grecia, Cipro ed Egitto. Ma al ritrovato movimentismo degli italiani sulla scena diplomatica non è corrisposto un risultato positivo.

“Come ex potenza coloniale dello Stato nordafricano, Roma sente di dover mantenere la sua mano protettiva sulla Libia”, scrive ancora la Faz, ricordando gli intensi rapporti economici e politici intrattenuti dal nostro paese anche dopo l’esperienza coloniale. Rapporti che hanno attraversato epoche e regimi libici e tutti i governi della nostra Repubblica, fino ai rinsaldati legami con Gheddafi ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi quando venne firmato un trattato di amicizia che, sospeso temporaneamente dopo il conflitto in Libia, venne ripreso e aggiornato proprio dal precedente governo giallo-verde nel luglio 2018. Il giornale non manca di evidenziare l’enorme interesse che la Libia riveste per l’Italia sul piano energetico e la lunga e radicata presenza dell’Eni. E il ruolo decisivo che il paese nordafricano svolge come valvola per i flussi migratori dall’Africa verso l’Europa attraverso la rotta del Mediterraneo centrale: “Anche per questo l’Italia ha un vitale interesse che il governo libico resti in sella”.

Gioverà ricordare, appena per inciso, che la Germania fu l’unico paese occidentale ad astenersi sulla risoluzione 1973 al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che diede inizio all’intervento internazionale ai danni del regime di Gheddafi. Una posizione allora molto criticata, anche da parte della stampa interna, ma che oggi mette al riparo Berlino (diversamente da Parigi) da corresponsabilità nel caos geopolitico che ne è poi derivato.
Il problema di questi mesi è che gli attuali attori della diplomazia italiana, dopo aver trascurato le dinamiche internazionali, faticano a trovare gli strumenti giusti per riguadagnare terreno. Liquidata come dilettantesca la tattica seguita da Conte, la Faz ricorda come Di Maio, prima della sua nomina a ministro degli Esteri, avesse mostrato scarso interesse per la politica estera. Ora chiude la sua analisi riportando le critiche che gli muovono le opposizioni: al di là di generici appelli ai partner europei affinché sul caso libico trovino una voce comune, non è stato finora in grado di presentare una proposta costruttiva.

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