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Cosa va (e cosa non va) nell’Appello per il futuro dell’Europa firmato da Meloni e Salvini

Programma Gualtieri

L’opinione di Gianfranco Polillo

“Chi va con lo zoppo impara a zoppicare” é un vecchio adagio della tradizione popolare italiana. Vale anche per la politica? Non ne se saremmo così sicuri. Al contrario, in questo campo, gli accordi ellittici sono più una regola che non l’eccezione. Altrimenti non si capirebbe il susseguirsi repentino di due opposte maggioranze: quella giallo verde e quella giallo-rossa. Con alla testa lo stesso presidente del Consiglio, nella figura di Giuseppe Conte.

Non seguiremo pertanto il PD che grida allo scandalo e denuncia l’incoerenza di chi come Salvini vuole “stare allo stesso tempo con l’europeismo” di Draghi “e con Orban”: come ha tuonato Enrico Letta. Il che non significa non nutrire più di una perplessità sul testo (“Appello per il futuro dell’Europa”) appena sottoscritto tra lo stesso Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Viktor Orban, l’austriaco Fpoe, Marine Le Pen ed un’altra decina di leader europei, appartenenti tutti allo schieramento sovranista.

Sono le contraddizioni interne di quel documento che non convincono. La sua debolezza analitica che si trasforma nel fragile basamento, sul quale si vorrebbe costruire la proposta di un’Europa non meglio definita. Un’Europa che fosse un collage di Stati nazionali. Una sorta di Confederazione: anche se una prospettiva del genere, che avrebbe almeno il merito della chiarezza, non é mai evocata.

Le premesse del documento sono perfettamente condivisibili. Parlano della storia più recente. Del lungo cammino compiuto verso l’indipendenza sia nazionale che rispetto al dominio sovietico. Quindi del “processo di integrazione” che “ha fatto molto per creare strutture durature di cooperazione e per mantenere la pace, la comprensione reciproca e le buone relazioni tra Stati. Questo lavoro deve essere mantenuto come un valore di importanza epocale.”

Poi il salto logico.”Tuttavia la serie di crisi che hanno scosso l’Europa negli ultimi dieci anni hanno dimostrato che la cooperazione europea sta vacillando, soprattutto perché le nazioni si sentono lentamente spogliate del loro diritto ad esercitare i loro legittimi poteri sovrani”. Francamente, avremmo pensato il contrario. Se una critica va fatta é di segno opposto. BCE e Commissione europea, seguendo l’esempio americano, potevano, forse, fare di più, per affrontare uno shock di carattere esogeno, qual é stato quello della pandemia. Altro che la proposta di lasciar soli i singoli Stati nell’esercizio dei propri “poteri”.

Di fronte a popoli che anelano e lottano per le loro libertà, “l’Ue sta diventando sempre più uno strumento di forze radicali che vorrebbero realizzare una trasformazione culturale e religiosa, per arrivare alla costruzione di un’Europa senza nazioni, puntando alla creazione di un Superstato europeo, alla distruzione o alla cancellazione della tradizione europea, alla trasformazione delle istituzioni sociali e dei principi morali fondamentali”. Assolutamente incomprensibile nel suo sviluppo logico.

Chi sono queste forze radicali? La sinistra? Può essere pure, ma siamo comunque nel mezzo di quel conflitto politico – culturale che é il cuore della democrazia. Che può essere scongiurato partecipando alla battaglia con posizioni diverse. Ed invece il documento attribuisce ad una entità non meglio specificata – una sorta di “spectre” – il potere che, storicamente, é stato proprio di uno Stato dominatore. Lo si é visto proprio in quella storia europea che il documento ha richiamato all’inizio.

L’eventuale Confederazione, sempre che sia questo il modello sotteso nel documento e non la generica esaltazione dello Stato nazionale, avvicina o allontana questa prospettiva? Paradossalmente l’avvicina. Perché il suo funzionamento si basa su una sorta di ordinamento gerarchico in cui uno o più Stati, in accordo tra loro, dominano sul resto della Confederazione. La storia degli Stati Uniti, prima di divenire uno Stato federale, grazie al cosiddetto “momento hamiltoniano”, dovrebbe insegnare qualcosa.

Le preoccupazioni degli estensori del documento dovrebbero essere, quindi, di segno contrario. Nel sistema federale, infatti, il potere centrale è organizzato su base politica. Presuppone una partecipazione democratica che non può certamente annullare i differenziali, nei rapporti di forza tra i diversi protagonisti, ma limitarne il peso relativo. Nel modo di funzionare della UE questa preoccupazione é stata sentita al punto da richiedere l’unanimità dei Paesi membri per tutte le decisioni più importanti. Anche a costo di rendere defaticanti le procedure necessarie per giungere ad un qualsiasi compromesso.

Tutto il resto del documento risente di questa erronea impostazione iniziale. Ne derivano proposte su cui non si può che convenire, ma anche giudizi che non trovano conferma nella realtà. “Attraverso una costante reinterpretazione dei trattati da parte delle istituzioni dell’Unione europea – si legge ancora – negli ultimi decenni”, sono state create una serie di delimitazioni che “si sono spostate significativamente a svantaggio degli stati”. Il che é indubbiamente vero. Ma qual’è la sorgente di queste “delimitazioni”? Forse il lavoro dei burocrati di Bruxelles, oppure la presenza, più o meno discreta degli Stati, di cui quei soggetti altro non sono che i relativi “portavoce”? Altrimenti non si capirebbe il perché di quell’asse franco – tedesco, che, in tutti questi anni, ha dominato la scena.

Peccato, quindi. Finora la cultura leghista, con il suo pragmatismo ha richiamato tutti ad un principio di realtà, in aperto conflitto con l’ideologia di tante posizioni dominanti. La lettura critica del documento, appena sottoscritto, dimostra che quella impostazione faceva parte del novero delle condizioni necessarie, ma purtroppo ancora insufficienti. Rispetto ad un passato in cui si teorizzava semplicemente la fuoriuscita dall’euro, un passo avanti. Ma altri dovranno essere compiuti.

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