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Che cosa succede tra Prodi e Berlusconi?

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Fatti, parole e ricostruzioni dopo la sortita di Romano Prodi su Silvio Berlusconi

 

Mentre Emilio Giannelli traduceva nella sua vignetta di prima pagina per il Corriere della Sera il trambusto politico provocato dalle aperture, a dir poco, dell’ex presidente del Consiglio Romano Prodi ad una nuova maggioranza di governo comprensiva del suo antico rivale o concorrente Silvio Berlusconi, la capogruppo di Forza Italia alla Camera, l’ex ministra Mariastella Gelmini, rilasciava  al Dubbio un’intervista per liquidare tutto ad un disperato tentativo dello stesso Prodi di guadagnarsi i voti forzisti in Parlamento per essere eletto presidente della Repubblica nel 2022, succedendo a Sergio Mattarella. No, “i complimenti tardivi non servono: non lo voteremo al Colle”, ha mandato a dire a Prodi, e amici o compagni, l’onorevole Gelmini.

Dev’essere stato un colpo, quello della Gelmini, anche per i sognatori di Libero, già inneggianti su tutta la prima pagina a “Mortadella al Colle, Silvio senatore a vita” e spintisi ben oltre la soddisfazione della Verità, il giornale diretto da Maurizio Belpietro, di vedere “la sinistra in ginocchio  da Berlusconi”. Che deve essere un po’ l’incubo del Fatto Quotidiano, distesosi in un fotomontaggio sovrastato da un gigantesco “Ancora tu” contro il Cavaliere. Che peraltro proprio in questi giorni abbiamo scoperto, da accurate inchieste giornalistiche, ancora  titolare dell’onorificenza che altri ritenevano affrettatamente decaduta, come la carica di senatore, dopo la pur controversa condanna definitiva del 2013 per frode fiscale.

Sulla quale anche i renziani, ancora partecipi della maggioranza, se qualcuno non li ha cacciati nella notte scorsa, hanno riconosciuto al Senato la necessità di una commissione parlamentare d’inchiesta dopo quel che si è saputo, o risaputo, del “plotone di esecuzione” descritto a Berlusconi addirittura dal giudice relatore della sentenza. Quel magistrato  sarà morto, per carità, l’anno scorso ma ha lasciato la registrazione di una specie di confessione all’inputato da tempo a disposizione di una Corte europea di giustizia che potrebbe prestarle credito.

Berlusconi naturalmente sta lì ad aspettare e guardare in alto con la fiducia del solito, inguaribile  ottimista, capace ancora di sorprendere e spiazzare sia chi gli vuole bene sia chi gli vuole male: dal Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa, compiaciuto del “partito degli ex premier”, al  già citato e per niente rassegnato Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.

Sia il no gridato con tanta tempestività dalla Gelmini sia il sogno a occhi aperti di Libero aiutano a capire i danni che si è procurata da sola la maggioranza giallorossa ponendosi tra i suoi obiettivi, già alla nascita, la gestione — che non dovrebbe appartenere a nessun governo — della successione a Mattarella nel non vicino 2023.

Ora tutto ciò che accade e si dice viene ricondotto a quel passaggio. Si vede sempre, e ovunque, la corsa al Quirinale, con le conseguenti distorsioni del dibattito politico e della stessa visione dei fatti, al plurale. Ciò non giova a nessuno, a cominciare dal governo per finire al capo dello Stato ancora in carica, e deciso a proteggersi giustamente dall’area di provvisorietà o decadenza che rischia di minacciarlo.

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