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Coronavirus e influenza, che cosa c’è di vero e di farlocco

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Covid-19

Coronavirus: già sarebbe un grosso guaio se Covid-19 si rivelasse una forma grave di influenza. Il problema è che i dati che provengono dalle casistiche cinesi fanno pensare che… Il post di Roberto Burioni e Nicasio Mancini tratto da Medical Facts

Facciamo il punto su un argomento molto dibattuto negli ultimi giorni su tutti i media del mondo.

In questi giorni, avete sentito molto spesso questa frase: «Tranquilli, tanto non è altro che una sindrome simil-influenzale: magari un po’ più grave». Cosa c’è, però, dietro quest’affermazione? Proviamo a ragionare un po’ sui numeri.

L’IMPATTO DELL’INFLUENZA

Partiamo da un presupposto: l’influenza è tutt’altro che un’infezione banale. Il sito Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità, recentissimamente aggiornato, stima in circa 8 mila i decessi annui medi a essa più o meno direttamente collegati, sulla base di alcuni parametri non virologici. In altre parole, solo in una minima parte di queste morti è stata confermata la presenza del virus. È una stima, per l’appunto, che si basa su varie analisi.

LE MORTI GIORNALIERE PER L’INFLUENZA

Una di queste, per esempio, è il computo delle morti giornaliere, per tutte le cause, osservate negli ultra-sessantacinquenni (una categoria a rischio). Tipicamente, la mortalità ha un picco nei mesi invernali, soprattutto negli anziani. Confrontando le morti degli ultra-sessantacinquenni durante il periodo influenzale con quelle degli anni precedenti, è possibile avere un’idea di quale sia stato l’impatto del virus in quel determinato anno. Questo in estrema sintesi.

IL TASSO DI MORTALITA’

Non è, quindi, semplice stabilire con assoluta esattezza il tasso di mortalità dell’influenza, ovvero il numero di morti per una determinata causa in una data popolazione. Se riportiamo le 8 mila morti medie stimate ai circa 60 milioni di cittadini italiani, otteniamo un tasso di mortalità di poco superiore allo 0,01% medio annuo. Circa una morte ogni 10 mila individui, con picchi molto più alti nelle categorie a rischio.

IL CORONAVIRUS

Il problema è che per il nuovo coronavirus non possiamo ancora avere questo dato. Ci dobbiamo allora basare su un altro parametro: il cosiddetto tasso di letalità, ovvero il numero di morti che si verificano nei pazienti infettati. Quindi, non sull’intera popolazione, ma sui casi identificati.

I FATTORI

La significatività di questo parametro dipende, ovviamente, da vari fattori: per esempio, da quanti test specifici vengono eseguiti e, di conseguenza, da quanti positivi si riescono a rilevare. Oppure, da quanti casi sono evidenziati sulla base del solo sospetto clinico. Più si è precisi nell’identificazione dei casi, più vicino alla realtà è il risultato che si ottiene.

L’INFLUENZA SUINA

Proprio per questi motivi, non è semplice nemmeno calcolare il tasso di letalità nel caso dell’influenza. Per esempio, riguardo la pandemia del 2009 (la cosiddetta “suina”), un’attenta revisione della letteratura ha valutato in meno dell’1% il tasso di letalità. È inutile dare un numero preciso: la forbice di valori che si ottiene quando si parla di letalità del virus dell’influenza stagionale è molto ampia; uno dei valori che spesso viene usato è lo 0,02% ma, ripetiamo, è un valore soggetto a una notevole variabilità nei vari studi. Tutto questo riferito a un virus considerato “poco pericoloso” che, comunque, ha causato (e continua a causare, visto che continua a circolare) centinaia di migliaia di morti a livello mondiale ogni anno.

CHE COSA SI SA DEL CORONAVIRUS

Cosa ci dicono, però, i primi dati osservati sulle casistiche cinesi? La scorsa settimana il Chinese Center for Disease Control and Prevention ha pubblicato una casistica molto ampia: più di 72 mila casi, di cui circa 45 mila confermati virologicamente, cioè di cui si è certi a seguito di esami di laboratorio. Considerando solo questi ultimi casi (quelli più sicuri), il tasso di letalità osservato è superiore al 2% (2,3%).

IL TASSO DI LETALITA’ DEL CORONAVIRUS

Anche considerando i casi non confermati virologicamente, il tasso di letalità resta comunque ben al di sopra dell’1% (1,5%). Questi valori, osservati su una casistica così ampia, rientrano nella forbice (0,9-1,7%) dei valori finora calcolati da vari modelli matematici, che includevano anche possibili casi non registrati. Come per l’influenza, picchi superiori al 10% si sono osservati nei pazienti più anziani.

LE INCOGNITE SUL CORONAVIRUS

Ci sono, però, grosse incognite aggiuntive nel caso del coronavirus. Per esempio, quanti di noi hanno già difese immunitarie in grado di limitarne la replicazione (ricordiamo che per l’influenza abbiamo un vaccino e che, comunque, una fetta della popolazione è protetta dalle infezioni che ha preso negli anni scorsi)? La risposta alla domanda è: probabilmente molti di noi non hanno difese già pronte contro questo virus. Quanto sono efficaci i farmaci che si stanno provando, non avendo altro, sui casi di coronavirus (non dimentichiamo che per l’influenza abbiamo, invece, farmaci)? La risposta alla domanda: è molto probabile che i farmaci che si cerca di usare non siano molto efficaci, essendo stati concepiti per virus molto diversi.

LA RAPIDITA’ DI DIFFUSIONE

Una cosa certa, però, c’è: questo nuovo coronavirus si diffonde molto, ma molto rapidamente e questo deve preoccuparci, anche se qualcuno reputa “non elevata” (e non lo è affatto) una letalità dell’1%, volendo restare bassi nelle stime. Se volete, fate voi i calcoli aumentando man mano il numero dei casi.

I CONFRONTI CON LE INFLUENZE

In conclusione: già sarebbe un grosso guaio se COVID-19 si rivelasse una “forma grave” di influenza. Il problema è che i dati che provengono dalle casistiche cinesi fanno fortemente pensare che si tratti anche di qualcosa di ben più preoccupante.

COMMENTO CONCLUSIVO

Niente facili previsioni e smettiamola di fare paragoni: nel frattempo la guardia deve rimanere alta.

(tratto da Medical Facts; qui la versione integrale)

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