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“Coronavirus: globalizzazione e servizi segreti“. Il libro di Giannuli letto da Gagliano

di

Giannuli

Aldo Giannuli analizza le implicazioni determinate dalla pandemia sia sotto il profilo geopolitico che sotto il profilo economico

Puntualmente arriva nelle nostre librerie l’ultima fatica saggistica di Aldo Gianulli intitolata “Coronavirus: globalizzazione e servizi segreti“ (Chiarelettere, 2020) nel quale l’autore analizza in modo ampio ed articolato le implicazioni determinate dalla pandemia sia sotto il profilo geopolitico che sotto il profilo economico.

Una delle conseguenze del Covid sarà sicuramente l’aumento dei disoccupati che a livello mondiale potrebbe arrivare a circa 1.250.000.000 di lavoratori. Ammettendo pure che questa previsione si avverasse solo per il 30% — sottolinea Giannuli — avremo quasi 400 milioni di disoccupati con delle conseguenze ovviamente immani per l’economia a livello mondiale. Un settore che è stato già colpito dalla pandemia, e che sarà certamente ancora più colpito, è quello del turismo; connesso a questo settore anche quello della ristorazione è stato pesantemente colpito.

Ma certamente una delle conseguenze di maggior impatto economico sarà quella legata alla discesa del prezzo del petrolio tanto è vero che oramai una bottiglia di petrolio costa meno di un’acqua minerale sottolinea non senza ironia Giannuli.

Sotto il profilo finanziario le assicurazioni sono certamente quelle più colpite e, in modo particolare le assicurazioni degli Stati Uniti, perché queste sostituiscono interamente il Welfare tipico dei paesi europei. Si pensi, ad esempio, che gli ammalati di Covid negli Stati Uniti hanno ormai superato il milione e 800.000 casi.

Evidentemente durante questi periodi le spese sanitarie non possono che crescere in maniera esponenziale e se queste spese devono essere coperte dalle assicurazioni, queste subiranno inevitabilmente un danno rilevante. Ecco allora che gli Stati dovranno necessariamente intervenire per ridurre il pericolo di una gravissima recessione globale facendo da un lato aumentare la spesa pubblica finanziata come sappiamo dalla crescita del debito e dall’altra lato emettendo liquidità costantemente.

Superfluo osservare che strategie di questa natura possono determinare il default di uno Stato soprattutto di quegli Stati europei — come l’Italia — che strutturalmente sotto il profilo economico sono molto deboli.

Tuttavia saranno certamente le organizzazioni mafiose a trarre maggiore beneficio da questa crisi perché possiedono molta liquidità. Basti pensare alla mafia nigeriana, a quella giapponese e a quella coreana che certamente avranno la possibilità di consolidare il loro potere economico e quindi la loro influenza politica.

Uno degli aspetti che emerge con maggiore chiarezza dal saggio dell’autore proprio in merito alle implicazioni della pandemia è la crisi del modello economico neoliberista che dimostra ancora una volta come gli Stati Uniti siano un gigante da piedi di argilla. Basti pensare, per esempio, che due economisti americani e cioè Robert Merton e Myron Scholes — vincitori del premio Nobel per l’economia nel 1997 — pur avendo dimostrato la prevedibilità ed evitabilità dei crack finanziari dopo aver fondato un fondo speculativo, siano stati loro stessi vittime di un crack finanziario di circa 1000 miliardi di dollari che provocò il fallimento del loro fondo. E che dire della criminale pratica dei mutui subprime che portarono al crack la Lehman Brothers facendo rischiare altrettanto quattro grandi banche d’affari americane? Tutto ciò non dimostra forse l’intrinseca fragilità dell’economia neoliberista che Luciano Gallino aveva già avuto modo di denunciare impietosamente?

La risposta non può che essere affermativa.

E cosa dire delle fallimentari guerre poste in essere dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan? Se pensiamo che la guerra in Afghanistan, solo nel 2008, aveva assorbito da sola 700 miliardi di dollari, ci rendiamo conto delle gravissime implicazioni globali che la politica irresponsabile americana determina a livello globale. Ma fino a quando l’impero americano si organizzerà intorno all’alleanza fra la spada e la moneta — “il dollaro infatti è la moneta esclusiva del cambio internazionale che garantisce agli Usa il diritto di signoraggio che fa quadrare molti conti”(pag.213) — le drammatiche implicazioni globali delle sue scelte in politica estera potranno essere riassorbite.

Anche se la pandemia porterà a una profonda ristrutturazione della globalizzazione non c’è dubbio — sottolinea l’autore con opportuno realismo —che sarà ancora una volta la logica di potenza degli Stati a porre in essere le soluzioni più idonee per evitare apocalittiche implicazioni a livello di economia mondiale. Ed è proprio lo Stato a essere nuovamente entrato in scena con tutta la sua realpolitik e con i suoi arcani imperi.

Se rivolgiamo la nostra attenzione, per esempio all’Italia, l’autore sottolinea come i provvedimenti presi dal presidente del consiglio abbiano fatto venire meno la separazione dei poteri, abbiano emarginato il parlamento consentendo l’esercizio di un potere di decretazione della presidenza del consiglio sconosciuto al nostro ordinamento. Pensiamo poi al fatto che la presenza dell’esercito per le strade, la sorveglianza dei cittadini da parte dei droni, le palesi violazione della privacy poste in essere da Fontana e da Zaia hanno avvicinato l’Italia ad un paese autoritario. Per quanto siano giustificate queste misure, sottolinea l’autore, tuttavia sono state misure molto pericolose perché di fatto hanno consentito che nel nostro ordinamento venisse introdotta di fatto la sospensione di ogni garanzia costituzionale.

Sia chiaro — precisa Giannuli — provvedimenti simili sono stati applicati in Spagna, in Francia, in Germania, negli Stati Uniti e Inghilterra.

Ma è stato nei paesi che sono più lontani dalla democrazia che la dimensione autoritaria ha assunto caratteri molto netti e chiari: nelle Filippine, in Colombia, in Indonesia, in Thailandia ma anche nella Ungheria dove il presidente Orban ha assunto pieni poteri sospendendo per intero la costituzione, chiudendo il parlamento e acquisendo di fatto il potere di sospendere o modificare tutte le norme esistenti. Insomma un vero e proprio colpo di Stato nei cui confronti ancora una volta l’Ue ha dimostrato tutta la sua inconsistenza politica. Anzi per citare esplicitamente l’autore: “l’Europa è un ectoplasma privo di identità e di testa, una insalata di Stati litigiosissimi e inconcludenti“ (pag.118).

Tuttavia un altro elemento con estrema chiarezza ha fatto emergere la pandemia: e cioè l’imprevidenza e la mancanza di adeguatezza delle classi politiche e delle conseguenti scelte sociali e sanitarie nonostante che nel 2012 David Quammen pubblicò un libro nel quale prevedeva con esattezza una pandemia simile a quella attuale causata da un travaso virale per zoonosi da pipistrello a uomo e nonostante il fatto che il 1 novembre del 2005 il presidente americano Bush aveva previsto un piano articolato in quattro punti per prevenire una eventualità di questa natura.

Tra i peggiori leader politici che si sono distinti per insipienza di fronte a una crisi di queste proporzioni vi sono stati certamente Boris Johnson, Trump e Bolsonaro.

Per poter esattamente valutare quali scenari si realizzeranno a seguito di questa pandemia dobbiamo tenere presente, fra gli altri fattori, due aspetti molto importanti relativi agli Stati Uniti e alla Cina. Se gli Stati Uniti adoperano la politica anche per rafforzare la loro posizione economica la Cina, al contrario,  adopera l’iniziativa economica per espandere la sua influenza politica. In fondo il patto di Shanghai non è forse pensato come un accordo economico? In fondo il progetto della Nuova via della seta non è forse la prosecuzione e la riproduzione ampliata dello schema del patto di Shanghai si domanda l’autore opportunamente?

Gli Stati Uniti sono innanzitutto una nazione marittima come dimostra la presenza delle sette flotte militari con 13 portaaerei che pattugliano tutti gli oceani, mentre la Cina punta a controllare l’aria asiatica, punta ad avere una fondamentale presenza nell’Indo-Pacifico e ad avere uno stretto rapporto commerciale con l’Europa.

Detto in altri termini: mentre la nazione americana è interessata ad affermare ovunque possibile il suo ordinamento, la sua moneta, la sua lingua e il suo diritto, al contrario la nazione cinese è introflessa, continentale, economica e commerciale, e non è interessata a esportare il suo ordinamento, la sua moneta, la sua lingua e il suo diritto ma è orientata a convivere con sistemi diversi e a distinguere fra paesi dipendenti, alleati, e paesi collegati commercialmente.

Ora, passando al ruolo della intelligence, la disamina svolta da Giannuli non poteva che essere impietosa.

Nonostante la ricchezza e la complessità dei dati, la previsione della Cia sulla possibilità di una pandemia non è stata neanche lontanamente contemplata. Troppo imprigionati ancora nella logica della guerra fredda e soprattutto troppo protesi a contrastare il nemico cinese e l’integralismo islamico. Ma soprattutto questa mancanza di capacità di previsione dipende da un elemento — che l’autore sottolinea acutamente — e cioè dalla mancanza di un’adeguata preparazione di fronte alla complessità del mondo. Cioè di fronte al fatto che i rapporti causa-effetto nel mondo reale non sono lineari perché “l’interdipendenza di tutte le sfere di azione e di tutti i paesi” (pag.142) complica enormemente le dinamiche politiche ed economiche. Ma soprattutto Giannuli, rivolgendo il proprio sguardo non solo alla intelligence americana ed europea ma anche a quella asiatica, si pone una domanda assolutamente legittima: come sia possibile che a queste nazioni sia sfuggita una pandemia di tale proporzione. O i servizi di sicurezza hanno mentito oppure dicono la verità e cioè non hanno compreso ciò che stava succedendo e ciò dimostra la loro gravissima inefficienza.

Proprio riflettendo sull’evoluzione dei servizi di sicurezza Giannuli non può fare a meno di rivolgere la sua attenzione a due novità che sono emerse nell’ultimo decennio e cioè lo Sharp Power e la Cyber Warfare.

Con la prima espressione si fa riferimento alla capacità di penetrare nelle difese altrui in forme non solo culturali, cioè attraverso la propaganda e l’informazione, ma anche attraverso la penetrazione economica rendendo un paese dipendente dalle proprie importazioni. Sfortunatamente questo concetto è tutt’altro che innovativo perché altro non è che una semplice riedizione dei vecchi concetti di guerra psicologica e di guerra economica che i servizi di sicurezza russi ed europei hanno ben conosciuto e applicato durante la guerra fredda. È insomma la solita aria fritta tipicamente americana di cui i soliti agenti di influenza americana in Italia — per intenderci i nipotini di Michael Ledeen — si fanno portavoce per imporre il loro approccio metodologico alla intelligence italiana.

Con la seconda espressione si fa riferimento alla guerra cibernetica insidiosa ed efficace insieme come dimostra quella posta in essere dai russi e dai cinesi a danno soprattutto degli Stati Uniti. Ed è proprio questa tipologia di guerra a costituire la vera novità dell’intelligence di questi ultimi decenni. Ad esempio l’unità 61398 dell’esercito cinese ha posto in essere operazioni di hackeraggio rivolte prevalentemente contro le compagnie americane più importanti e cioè dalla rete elettrica al gas fino alle condutture idriche.

Rivolgendo la sua attenzione agli interessi che girano intorno alla scoperta del vaccino Giannuli sottolinea sia gli interessi delle grandi aziende farmaceutiche sia delle equipe scientifiche ma naturalmente e soprattutto quella degli Stati.

A tal proposito da un lato gli Stati Uniti certamente cercheranno di usare la carta del vaccino in anticipo sugli altri e la Cina — facendo la scelta del vaccino come bene comune — cercherà di attirare nella sua orbita gran parte dell’Africa e numerosi asiatici. Ora, evidentemente, i servizi di sicurezza stanno già operando nella direzione di spiare le mail, intercettare le telefonate dei vari gruppi di ricerca per comprendere chiaramente a che punto sono arrivati i propri rivali cercando in questo modo di anticipare il proprio avversario.

Ebbene proprio alla Cina rivolge la sua attenzione Giannuli sottolineando come l’utilizzo di un insieme di elementi nel contesto dello spionaggio le hanno consentito di essere competitiva a livello globale e fra questi la delocalizzazione, l’utilizzo intelligente e selettivo delle fonti aperte, il reverse enginering, la formazione universitaria di alto livello che le ha permesso il trasferimento di conoscenze altamente sofisticate. Ma non è soltanto lo spionaggio ad aver contribuito alla ascesa cinese.

Vi sono infatti altri fattori e fra questi, il fattore demografico, il fenomeno delle delocalizzazioni ideate per usare una forza lavoro molto meno costosa di quella europea e nippo-americana e la cultura mandarinale che ha consentito alla Cina di avere un’impostazione fortemente meritocratica.

Naturalmente come tutte le nazioni anche la Cina ha i suoi limiti come per esempio quello di concentrare gli sforzi solo su alcuni poli di sviluppo come le grandi città o i centri lungo le vie di trasporto, come quello di anteporre la dimensione quantitativa a quella qualitativa a causa della quale la produzione cresce ma spesso a scapito della sua qualità; come il privilegiare la produzione di merci per migliorare i dati della bilancia commerciale trascurando però gli investimenti per le infrastrutture interne e il sistema educativo. Oppure quello di preferire gli obiettivi di breve e medio periodo rispetto a quelli di lungo periodo trascurando sovente o rinviando i necessari accantonamenti per un efficiente sistema pensionistico.

Ma accanto alla Cina, un altro attore di tutto rilievo certamente è la Russia che con Vladimir Putin ha riaffermato la sua identità distinta sia da quello occidentale che da quella asiatica ponendo in essere quindi non tanto una Russia filocinese o filo europea quanto piuttosto una Russia collocata in una posizione centrale fra le due e impegnata a raccordarle.

Particolarmente significativo per la storia della Russia è stato il 2008 con la questione georgiana che ha dimostrato la possibilità della rinascita militare russa ma soprattutto ha dimostrato l’importanza della guerra dei gasdotti: se infatti fino a quel momento il gas russo arrivava all’Europa tramite il vecchio gasdotto che attraversava l’Ucraina adesso la Russia proprio per aggirare l’Ucraina ha realizzato il North Stream che passa per il Baltico per rifornire direttamente la Germania e il South Stream che sarebbe passato dal Mar Nero. La realizzazione solo del primo gasdotto ha determinato la nascita di un polo energetico russo-tedesco.

Un’altra tappo importante nella storia recente russa è stata l’occupazione della Crimea a seguito della quale gli Usa hanno imposto delle sanzioni agli alleati europei, sanzioni che erano finalizzate a bloccare l’alleanza russo-tedesca. Tuttavia ci preme sottolineare come Giannuli formuli un’osservazione di particolare importanza per quanto riguarda la stabilità del potere russo e cioè il contrasto tra il servizio segreto dell’esercito — il GRU — e l’FSB. Infatti il potere di Putin si regge sostanzialmente non solo sul suo ascendente personale ma anche sull’appoggio della polizia politica cioè appunto sull’FSB.

In ultima analisi con la globalizzazione, conclude Giannuli, il mondo è molto più piccolo e unito del passato ma certamente è anche più ingovernabile poiché né la mano invisibile del mercato né tantomeno la volontà di potenza della politica sembrano essere in grado di dirigere gli accadimenti secondo una qualche volontà razionalmente determinata e prestabilita. Tutto ciò è spiegabile, almeno in parte, con la crescente complessità e dinamicità del mondo attuale alla quale contribuiscono le diverse strutture statali, le società multinazionali, le lobby e soprattutto gli organismi internazionali di varia natura.

Ora, la pandemia non ha fatto altro che inasprire la lotta per l’egemonia innescando una avere propria crisi economica e finanziaria fra le più pericolose della storia. Una miscela questa che lascia intendere chiaramente che si profilano all’orizzonte scenari drammatici. Proprio per questa ragione sarà necessario evitare che lo scontro da politico si possa trasformare in scontro di natura militare. Gli slogan pacifisti così come le buone intenzioni purtroppo non sono mai riusciti ad evitare nessuna guerra: oggi più che nel passato la linea di separazione tra il mondo politico, il mondo militare e quello degli affari si sta riducendo ulteriormente rendendo quindi il mondo sempre più insicuro ed instabile.

Passiamo adesso a considerare le due appendici posti a conclusione del volume. Nella prima appendice vengono analizzati in modo lucido ed impietoso tutti gli errori che sono stati commessi da parte del governo e delle regioni nella gestione della pandemia e fra questi, per esempio, il non aver dato vita a una cabina unica di regia sottraendo la materia alle regioni, i discutibili criteri di composizione del CTS, l’assenza di un rappresentante dei servizi di informazione all’interno del CTS che lasciano chiaramente comprendere che questo organismo sia stato composto con criteri amicali insomma secondo una mentalità tipicamente italiana.

Ma vi sono certamente altre numerose carenze oltre che profonde differenze tra regione e regione: se infatti il Veneto ha fatto un ricorso tutto sommato moderato alla ospedalizzazione facendo anche leva sull’uso dei big data al contrario la Lombardia ha fatto ricorso a un uso sistematico della ospedalizzazione trascurando invece la cura domiciliare.

Nella seconda appendice l’attenzione degli autori e cioè di Amedeo Maddaluno e Andrea Muratore, allievi di Aldo Gianulli, è rivolta alla guerra dell’intelligence e al ruolo dell’infowar.

Il ruolo della Guerra informativa nella gestione della pandemia è stato certamente fondamentale .Infatti i russi hanno cercato di costruire un’immagine positiva di sé stessi presso l’opinione pubblica italiana dando un aiuto concreto e tangibile alle popolazioni più colpite. Ma questo non deve fare dimenticare che fra gli uomini presenti in Italia vi fossero anche agenti dei servizi segreti russi. I russi infatti hanno dimostrato di essere consapevoli della incapacità della Nato di gestire questa pandemia e hanno usato la guerra informativa proprio per colpire gli americani.

Molto opportunamente gli autori sottolineano come le tecniche della guerra dell’informazione sono in fondo basate su sottili giochi di specchi e come poggino sempre sulla sottile miscelazione di vero e fasullo.

È ovvio che gli Stati Uniti, rivali strategici sia della Cina che della Russia, abbiano letto questi aiuti come una minaccia potenziale per loro egemonia volta a erodere la loro credibilità nei paesi destinatari. Per usare l’espressione americana soft power, Russia e Cina hanno utilizzato sapientemente proprio il soft power, teorizzato in America, proprio contro gli americani. Sia i russi che i cinesi infatti sono pienamente consapevoli che l’immagine nel mondo della globalizzazione è fondamentale per il consolidamento della credibilità di una potenza presso l’opinione pubblica. L’America di Trump l’ha compreso troppo tardi e quindi troppo tardi ha agito di conseguenza per riuscire a erodere il vantaggio che i due concorrenti erano riusciti a conseguire.

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