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Coronavirus, cosa fa e cosa si dice in Francia

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Che cosa succede in Francia con il Coronavirus? L’approfondimento di Enrico Martial

In Francia si chiedono se seguiranno la traiettoria italiana. Il 10 marzo, su France 2, Jérôme Salomon, direttore generale al Ministero della Salute, spiegava la politica del ritardamento e di attenuazione del picco dei contagi, per renderlo compatibile con la capacità del sistema sanitario francese. Oggi, su Le Figaro, un articolo indicava invece un ritardo di nove o dieci giorni rispetto all’Italia, con una curva simile a Cina e Corea, e uno scenario grave quanto il nostro.

I commenti dei dibattiti televisivi sono simili a quelli italiani di alcuni giorni fa: si mescolano sottovalutazioni, sopravvalutazioni e ipotesi variegate. Scorrono immagini di partite a porte chiuse, di ministre che fanno riunioni gomito a gomito pur giustificando la sufficienza delle distanze, gestori di teatri parigini che fanno entrare 900 persone su una capienza di 1050, per rispettare formalmente la soglia massima in 1000 persone disposta dall’8 marzo per i raduni.

Vi è tuttavia una differenza con l’Italia, che i media riportano, ed è organizzativa. Nei servizi televisivi, con numeri di contagi ancora relativamente più bassi, si mostrano scatoloni appena arrivati con migliaia di mascherine, nuovi letti di terapia intensiva anche negli ospedali più remoti. Peraltro, da almeno una settimana, almeno un sito a livello dei 101 dipartimenti (analogo a un territorio provinciale italiano) può eseguire i test, con risultato entro le tre e le cinque ore, contemporaneamente per numerosi prelievi. Dal 10 marzo, sono abilitati anche tutti i laboratori, presso cui un test costa 54 euro, rimborsato per il 70% dalla previdenza sociale e il restante, caso per caso, dalle “Mutuelles”.

Procedimenti più veloci, automatici e contemporanei sono in arrivo. Anche la Diasorin italiana e lo Spallanzani di Roma li annunciano per fine marzo, ma intanto, per dire un caso, solo nei prossimi giorni l’ospedale di Aosta sarà dotato di una propria capacità diagnostica, mentre a oggi una ventina di tamponi sono ancora in coda all’Amedeo di Savoia di Torino, in attesa di risultato.

La programmazione fa la differenza. L’Italia dispone di un Piano Pandemico nazionale dal 2009, di piani pandemici regionali, di Asl e ospedalieri. Da noi i piani non sono stati quasi citati, mentre in Francia sono un punto di riferimento.

E’ anche un modo di far comunicazione, ma il Plan Orsan REB (per le epidemie/pandemie) è stato attivato il 13 febbraio per il livello 1 (limitare l’introduzione del virus) e il 24 febbraio per il livello 2 (rallentare la diffusione). Il 17 febbraio è stata diffusa, anche ai medici di famiglia, una guida metodologica, con terminologia, varie misure tra cui l’allerta, l’isolamento, le protezioni, le istruzioni per l’allestimento delle stanze. Si partiva da 38 istituti in grado di prendere in carico i pazienti positivi per allargare la capacità a 107 ospedali e centri. Il 6 marzo è stato attivato il Piano Bianco (Plan Blanc), uno schema per le emergenze in tutti gli ospedali (personale integrativo, rinvio interventi non urgenti, riorganizzazione dell’accoglienza e triage ecc.), che peraltro in Italia si sono fatti anche senza un piano dichiarato o comunicato al pubblico. Il Piano Bianco era già stato attivato il 24 febbraio negli ospedali di Creil e Compiègne, nei primi cluster d’infezione. Il Piano Bianco dispone misure anche non ospedaliere: per esempio ricordando attuali vicende italiane, per gli istituti penitenziari oppure in materia di comunicazione di emergenza. Per le residenze e centri per anziani è stato invece attivato il Piano Blu, nato dopo le ondate di calore del 2003, per limitare i contatti e per riorganizzarsi per l’epidemia.

Certo non mancano le polemiche: ci sono state (per poi rientrare) sulle mascherine, sui compiti dei medici di famiglia, così come sugli investimenti sulla sanità. L’effetto di questi piani, oltre ad anticipare le azioni rispetto ai momenti critici, dà anche un senso allo sforzo comune: sono condivisi perimetro, fattori, strumenti e linguaggio anche fuori dall’ambito strettamente sanitario.

La preoccupazione è però palpabile. Il ministro della cultura, Franck Riester, risulta positivo così come cinque deputati; il capo di gabinetto di Emmanuel Macron, Patrick Strzoda, è a casa perché è stato in contatto con un positivo. Gli annullamenti degli eventi si susseguono, le aziende attivano lo smart working, i fatturati calano, le misure di compensazione sono tracciate.

Non si sa se abbia ragione il direttore generale del Ministero della Salute che ritiene efficace la fase due di ritardamento e abbassamento del picco, oppure gli osservatori che vedono sovrapposte le curve italiane, coreane, tedesche e francesi, con la stessa minaccia di grave crisi che noi stiamo vivendo.

Sui giornali dell’11 marzo si legge che la Francia deve prepararsi a un inasprimento delle misure. Si pensa al primo turno delle elezioni comunali di domenica prossima, 15 marzo, che si vorrebbero in condizioni accettabili.

Più complicato potrebbe essere il secondo turno del 22 marzo, se la curva non scendesse continuando a sovrapporsi a quella italiana, e il ritardo di nove giorni fosse colmato.

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