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Schlein Militante

Convergenze parallele fra Meloni e Schlein sul no al terzo mandato per i governatori

Inedite sintonie di fatto fra la presidente del Consiglio, Meloni, e la segretaria del Pd, Schlein, sul no al terzo mandato per i presidenti delle regioni. I Graffi di Damato

Davvero curiosa “la crisi del terzo mandato” gridata con entusiasmo da Repubblica per la “maggioranza divisa” in occasione del voto in commissione al Senato sulla proposta della Lega di superare il blocco dei due mandati dei presidenti delle regioni. O “governatori”, come ci siamo abituati a chiamarli fra i lamenti degli esperti della materia, con o senza la parrucca dei professori.

Davvero curiosa, e simmetrica, anche la preoccupazione levatasi da Libero. Il cui direttore editoriale Daniele Capezzone, preoccupato dal disorientamento che potrebbero avvertire domenica in Sardegna gli elettori di un centro diviso così clamorosamente spaccatosi al Senato, ha tirato le orecchie alla coalizione di governo in un editoriale titolato: “Non litigate sul terzo mandato”.

In verità, l’unico o maggiore scontro nel centrodestra avvenuto sulla faccenda è quello raccontato sul Foglio tra il presidente meloniano della Commissione senatoriale, stupito dell’insistenza del leghista Massimiano Romeo nel far votare una proposta bocciata in partenza per come si si erano schierate le forze in campo, e lo stesso Romeo. Che gli ha gridato: “Ci dovete mandare sotto. Ci dovete massacrare. Massacrare. Non ci siete solo voi. Non la ritirerò mai. Hai capito? Mai. E’ una battaglia identitaria, Continueremo. Basta”.

In effetti ci sarà un secondo tempo della partita, in aula, prevedibilmente dopo le elezioni europee di giugno, dove e quando si potranno avere sorprese di ripensamenti non tanto nella maggioranza quanto nell’opposizione: più in particolare nel Pd. La cui segretaria Elly Schlein ha lo stesso interesse dalla Meloni, nella maggioranza, di cambiare gli equilibri interni alle amministrazioni locali, maturati prima di lei. Ma non ha la stessa capacità di Meloni, mancandole il governo, di far cambiare parere ai resistenti, chiamiamoli così, ricorrendo ad una crisi nazionale di governo che li stenderebbe al tappeto con il loro partito.

Le proteste levatesi dall’interno del Pd sulla posizione fatta assumere in commissione al Senato sono state parecchie, a cominciare da quella del presidente dello stesso Pd e dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, contro i “patti non rispettati” dalla segretaria.

In questa situazione hanno molto ben rappresentato le cose sia Il Fatto Quotidiano col fotomontaggio in prima pagina in cui fra i “potentissimi” aspiranti al terzo mandato si vedono in piedi sulla stessa poltrona, da sinistra a detra, i piddini Vincenzo De Luca e Bonaccini. leghisti Attilio Fontana e Luca Zaia e il post-forzista, chiamiamolo così, governatore della Liguria Giovanni Toti. Di identico segnale o significato politico è la prima pagina del Rifomista con quella Eddy che “sceglie” Giorgia per “rottamare gli amministratori del Pd” diventati anche per lei, come una volta nel Pds-ex Pci per Massimo D’Alema, dei fastidiosi “cacicchi”. Ricordate? I soliti corsi e ricorsi politici, e non solo storici.

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