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Conte

Conte? Da avvocato del popolo ad avvocato dei magistrati

Continua la multiforme evoluzione a tratti macchiettistica di Giuseppe Conte. I Graffi di Damato.

“In cauda venenum”, dicevano i latini. Veleno nella coda è stato anche l’intervento di Giuseppe Conte, non credo casuale ma programmato a dovere, alla giornata conclusiva del congresso dell’associazione nazionale dei magistrati. Ai quali, sorpassando la segretaria del Pd Elly Schlein che l’aveva preceduto sabato, l’ex premier si è proposto come il difensore maggiore delle toghe che si sentono minacciate dalla riforma della giustizia in cantiere. Una riforma “ad orologeria”, secondo la loro impressione recepita nella vignetta odierna del Corriere della Sera, più delle inchieste giudiziarie che incrociano la politica.

CONTE, L’AVVOCATO DEI MAGISTRATI

Da “avvocato del popolo” del suo primo arrivo a Palazzo Chigi Conte è passato quindi ad avvocato dei magistrati. Ad essi, incoraggiandone la mobilitazione contro il governo deciso a separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, ha praticamente spiegato, questa volta come professore non di diritto ma di storia, che è ormai in via di esecuzione prima ancora del programma del governo in carica, derivato dagli impegni elettorali ricordati al congresso dei magistrati dal guardasigilli Carlo Nordio, quello del defunto Licio Gelli. Che da capo della P2 aveva cercato, non riuscendovi, di torcere la cosiddetta prima Repubblica in senso autoritario. Poi essa finì per via giudiziaria come una specie di gigantesca associazione a delinquere, secondo la rappresentazione che dei loro partiti facevano un bel po’ di magistrati inquirenti, ed anche giudicanti, per via del finanziamento illegale.

Il finanziamento alla politica, oltre che privatizzato, in questa seconda o terza o quarta Repubblica, secondo il conteggio preferito, si è regolarizzato con tanto di versamenti iscritti nei bilanci dei donatori e dei riceventi, ma la loro natura o puzza corruttiva non sarebbe cambiata. E infatti Conte -sempre lui- parla di una nuova Tangentopoli, all’ombra della quale, come reazione, egli forse immagina di poter anche tornare a Palazzo Chigi. La cui via è lastricata di cronache politiche frammiste a cronache giudiziarie e condite di processi sommari, prima nelle piazze e poi nei tribunali.

Fra l’ovazione ottenuta all’apertura del congresso dell’associazione nazionale dei magistrati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e gli applausi quasi conclusivi riservati all’aspirante capo dell’opposizione ad un governo avvertito dalle toghe come il loro nemico c’è un filo non certo di continuità per il rispetto che si deve al capo dello Stato. E che egli merita. C’è un parallelismo di una certa inquietante ambiguità, mitigata solo dalla presunzione fisica che le parallele possano incontrarsi solo all’infinito nel loro punto improprio. Sarebbe un bel guaio si si perdesse l’infinito e si trovasse invece un punto proprio, come accadde all’epoca di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, volente o nolente la buonanima del capo dello Stato eletto nel 1992 fra i marosi di Tangentopoli e il sangue delle stragi di mafia.

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