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Consigli non richiesti ai leader conservatori. Il pensiero di Ocone

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“Ocone’s corner”, la rubrica settimanale di Corrado Ocone, filosofo e saggista

Grazie all’impegno di associazioni politico-culturali come “Nazione Futura”, presieduta da Francesco Giubilei e animata da bravissimi giovani in tutta Italia, il termine “conservatorismo”, che dalle nostre parti non ha avuto mai molto fortuna, comincia ad avere nel discorso pubblico la dignità che merita. E contemporaneamente si definiscono idee e programmi, e si intrecciano alleanze e rapporti internazionali (si pensi solo un attimo al successo non solo italiano della seconda conferenza del “National Conservativism” che si è svolta nei giorni scorsi al Grand Hotel Plaza di Roma, organizzata in partnership da “Nazione Futura” e “Edmund Burke Foundation” ).

Sarà per spirito di parte, cioè di mestiere, sarà per il mio voler essere ostinatamente “inattuale”, fatto sta che, se fossi un leader conservatore, io metterei su una grande battaglia, che giudico in qualche modo prioritaria rispetto ad ogni altra: quella per la conservazione e la promozione della cultura classica occidentale. E’ lì, in quel luogo preciso fatto di momenti storici e autori fondamentali (i cosiddetti “classici”), che si è forgiata e dovrebbe continuamente rigenerarsi ciò che a un conservatore sta più a cuore: la nostra civiltà, o se volete la nostra identità. Ed è proprio la cultura occidentale che è stata invece poco alla volta smantellata e accantonata dalla mentalità progressista dominante.

Dal Sessantotto al multiculturalismo, fino al “politicamente corretto” che i classici li vorrebbe emendare o addirittura cancellare, è stato tutto un susseguirsi di azioni “criminali” verso la parte più nobile della nostra eredità. In Italia cominciò Don Lorenzo Milani, il quale voleva addirittura che cultura fosse non quella insegnata a scuola (nella nobile e classica scuola italiana di allora) ma l’altra, pratica e materiale, appresa dai ragazzi per strada. Idea che avrebbe fatto inorridire un Antonio Gramsci, o i marxisti storici, i quali volevano che alla gente semplice fosse data l’opportunità di elevarsi alla grande cultura non certo sostituire ad essa le proprie pur eccellenti abilità manuali.

E che dire della mentalità neopositivistica imperante, la quale, mercé lo sviluppo delle “scienze sociali”, ha dimenticato che non si va a scuola per essere praticamente efficaci o eticamente sensibili, ma prima di tutto per acquistare quella profondità intellettuale e saggezza pratica che solo una mente formata prima di tutto sulla storia, sulla filosofia e sulla grande letteratura può possedere?

E ripeto: il mio non è un discorso di parte, bensì l’insorgenza di un’esigenza inderogabile: il ripristino della consapevolezza perduta della misura perduta delle cose, in questo caso del pensiero vero o concreto, umano e disinteressato, a cui tutto il resto può dare un utile supporto ma non può certo sostituirsi. Così come la morale concreta non può sostituirsi all’etica parolaia ed ipocrita dei “grandi sistemi” e dei fustigatori dei costumi a buon mercato. Che il “declino” o “tramonto” dell’Occidente non abbia anche a che fare con questa perduta consapevolezza?

Ovviamente, sono discorsi radicali e di scenario, come sempre quelli filosofici. Indicano però una direzione di marcia per il conservatore, cioè per chi crede nell’umanità così come ci è stata dalle nostre parti tramandata. Volete allora fare un regalo a un giovane? Mettetegli in mano il Canone occidentale di Harold Bloom o fategli leggere le opere di Dante, di Shakespeare, dei tragici greci, ecc.: varranno per la sua formazione più di mille trattati socio-economici-politologici. O portategli gli esempi giusti di persone colte, di veri intellettuali, che non mancano nemmeno nel nostro tempo: ad esempio il grande George Steiner, che proprio questa settimana è scomparso e a cui idealmente dedico la mia nota domenicale.

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