Skip to content

comitato

Chi c’è nel comitato dei cattolici per il sì alla riforma della giustizia

Tutti i componenti del comitato di cattolici per il Sì alla riforma della giustizia presieduto da Stefania Brancaccio.

Oggi, 8 gennaio 2026, è stato costituito presso un notaio di Roma un comitato referendario di cattolici per appoggiare il “SÌ” alla riforma sulla giustizia approvata dal Parlamento lo scorso 30 ottobre 2025, con l’esplicito scopo di ricostruire l’equilibrio tra i poteri dopo la ricorrente giurisprudenza creativa in materia antropologica che ha esautorato il parlamento.

Il comitato nazionale, che gemmerà numerosi comitati civici nel ricordo di Gedda, sarà presieduto dalla imprenditrice dell’Ucid Stefania Brancaccio (nella foto) e avrà come presidente onoraria Paola Binetti, accademica di medicina. Sarà composto da oltre cinquanta personalità dell’associazionismo e dell’imprenditoria di matrice cattolica, come da giuristi e docenti cattolici, da tempo impegnati a promuovere la ricchezza della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, in ogni circostanza.

Fra gli aderenti iniziali figurano, tra gli altri, gli ex ministri e parlamentari Luisa Santolini, Maurizio Sacconi, Massimo Polledri, l’ex Presidente della Consulta Antonio Baldassarre, il vicepresidente dei giuristi cattolici Vincenzo Bassi, i docenti universitari Emmanuele Massagli, Gaetano Armao, Eliana Maschio, Giovanni Doria, Mario Esposito; il presidente Inapp e ex sindacalista cisl Natale Forlani, gli avvocati Eva Sala, Francesco Cavallo, Pietro Tantalo, Kira Curti, Venturini Anton Francesco, esponenti del mondo associativo, quali Domenico Menorello, Invernizzi Marco, Inchingoli Antonio, Borri Guglielmo, Caradonna Marcella, D’Agostini Marco, Fruganti Elena, Tiliacos Eutimio, Maurizio Gallo, Peppino Zola, Ugolini Elena, D’Amico Giusy, Saladini Simona, il poeta Davide Rondoni, gli intellettuali Salvatore Abbruzzese, Bolzan Mario, Navarini Claudia, ex magistrati come Pino Morandini ed Enza Lanteri. Accanto alla presidente Stefania Brancaccio, i vicepresidenti, Borri Guglielmo, Invenrizzi, Marco, Cogliandro Roberto e vicepresidente vicario Domenico Menorello.

“Nell’approfondire in questi anni il tratto del “cambio d’epoca” (Francesco) – spiega Domenico Menorello, coordinatore del network “Ditelo sui tetti” – abbiamo varie volte individuato nella magistratura ideologizzata, non certo in tutta la magistratura, la ricorrente fonte creativa di atti che hanno sospinto una vera e propria trasformazione antropologica in tanti temi sensibili, dal gender alla maternità e alla genitorialità fino alle questioni del c.d. ‘fine-vita’”.

“Si tratta di pretese di certa magistratura che, al di là dal merito, si collocano oltre la legge e sostituiscono la volontà popolare rappresentata dal parlamento, condizionando la mentalità di tutti. Va allora riparato il vulnus alla libertà del popolo italiano e alla libertà di ciascuna persona. Spesso parte della magistratura ha preteso e pretende che un potere dello Stato venga finalizzato non alla funzione che gli è propria, cioè ‘il dare a ciascuno il suo’, bensì a obiettivi ideologici che si sono diretti contro una tutela integrale della vita fragile. È una concezione errata della giustizia, che ha avuto bisogno di un CSM a guida politica per supportare determinate linee interpretative della giurisdizione, che ha avuto necessità di ritenere ‘sovrani’ i magistrati, dando avvio a una larga autoreferenzialità e alla confusione fra carriere di giudici e PM”.

“La riforma costituzionale votata dal Parlamento il 30 ottobre 2025 – prosegue l’avv. Menorello – va sostenuta non tanto per i dettagli della proposta, ma perché viene affrontato di petto il grave problema strutturale di questa sbagliata idea di Giustizia, contestando la pretesa di finalizzazione ideologica della stessa e di prevaricazione sugli altri poteri democratici e dunque sul popolo. In questo senso, vanno nella giusta direzione il superamento di un CSM appannaggio delle correnti, la separazione costituzionale delle carriere giudicanti e inquirenti, la liberazione del giudice da influenze improprie provenienti anche dall’interno della stessa magistratura, sottoponendo a responsabilità ogni magistrato attraverso il giudizio di una alta corte autonoma e indipendente, perché nessuno sia al di sopra della legge. Vorremmo dare un contributo costruttivo, perché l’occasione del referendum non coincida con nessun’altra logica di contrapposizione politica, ma sia una vera occasione di dialogo solo sui contenuti e sul significato della Riforma nel Paese, dunque sul senso stesso della Giustizia, ma anche per sottolineare la necessità di magistrati dediti esclusivamente alla loro vocazione istituzionale, senza la quale non si dà nemmeno alcuna società civile.”

Torna su