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Come va l’economia della Turchia?

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turchia sabatini

Conversazione con Gaetano Sabatini, professore ordinario di Storia economica presso l’Università degli Studi Roma Tre, sull’economia della Turchia

Conversazione con con Gaetano Sabatini, direttore dell’ISEM-CNR, Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea, e professore ordinario di Storia economica presso l’Università degli Studi Roma Tre, dove ha insegnato anche Geopolitica economica.

Professor Sabatini, cosa c’è dietro le azioni provocatorie che Ankara sta conducendo nel Mediterraneo orientale?

Dietro vi è, indubbiamente, la gravissima crisi economica della Turchia che Erdoğan sta disperatamente cercando di coprire. Sulla Turchia sta per abbattersi una tempesta finanziaria, che potrebbe risultare fatale e alla quale Erdoğan rischia di non sopravvivere politicamente. Solo un cospicuo prestito internazionale potrebbe salvare la Turchia dal collasso, ma al contrario il presidente turco prova a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle questioni economiche accendendo il nazionalismo con azioni in patria e nel Mediterraneo. La riconversione di Santa Sofia in moschea e le provocazioni militari nei confronti della Grecia in materia di esplorazioni energetiche possono essere lette in quest’ottica. Contemporaneamente però Ankara cerca un accordo internazionale per dare ossigeno alle casse turche, rivolgendosi come sempre a Stati Uniti, Fmi, Ue e agli altri partner internazionali.

Ma la Turchia avrà maggiori possibilità di trovare prestiti all’estero per salvare la sua economia con o senza Erdoğan?

Certamente senza! Immaginiamo una Turchia senza le leggi liberticide di Erdoğan, con un quadro politico interno ed esterno più stabile e meno polarizzato (si pensi solo alla questione curda), questa potrebbe essere in grado di ottenere con più successo un prestito internazionale. Questo lo pensano ormai anche molti turchi dei ceti medi, che in passato lo hanno sostenuto, e per questo Erdoğan potrebbe avere le ore contate. Naturalmente Erdoğan cercherà di impedire con ogni mezzo questo scenario e lo sta già facendo appunto con le azioni nazionaliste in patria e nel Mediterraneo, ma si tratta di gesti disperati, di corto respiro. Non è difficile pensare che non sarà lui a negoziare il prestito. I principali centri di potere turchi lo manderanno a casa per negoziare meglio; una importante conferma in tal senso viene dalla frammentazione del partito di Erdoğan, l’AKP, in varie forze politiche.

Tutta l’aggressività di cui ha dato prova la politica estera di Erdoğan degli ultimi anni, in una prospettiva che è stata – da lui per primo – chiaramente etichettata come neo-ottomana, è stata anche un modo per nascondere la crisi economica strisciante del paese, mentre continuava ad erodersi il suo consenso interno e, per converso, si accresceva grandemente il ricorso a leggi liberticide e all’islamizzazione della società turca.

Sì, è così, e c’è da dubitare che la maggioranza dei turchi segua ancora l’AKP. Il ceto medio basso, più osservante dei precetti dell’Islam e quindi più sensibile ai richiami di Erdoğan, è anche la parte della popolazione maggiormente esposto alla crisi e questo potrà renderla meno convinta nel sostegno al presidente.

Ma quali sono i punti più deboli di Erdoğan?

l punto debole di Erdoğan e dell’Erdoğanomics è il terribile squilibrio della bilancia commerciale turca, non più compensato dai flussi di capitali in entrata, frenati dal Covid-19, dal blocco delle attività e dal crollo del turismo. Gli ultimi dati sulla bilancia commerciale turca sono emblematici e prospettano il disastro: meno 3 miliardi di dollari per il mese di luglio, lo stesso trend degli ultimi mesi a partire da maggio. La Turchia deve sfamare quasi 85 milioni di abitanti ma non essendo mai stato un paese autosufficiente dal punto di vista alimentare, ha bisogno di importare beni di prima necessità e generi alimentari. Nonostante il miglioramento nelle tecniche di produzione in campo agricolo, la Turchia resta fortemente dipendente dall’estero per il suo approvvigionamento. La Turchia d’altro canto è un paese esportatore di alcuni generi alimentari e soprattutto dopo le sanzioni di Stati Uniti e Ue alla Russia, a seguito dell’invasione e annessione della Crimea, ha rafforzato i legami con Mosca, diventandone un importante fornitore di prodotti, in particolare di frutta e verdura.

E il commercio con l’Ue?

I rapporti commerciali Turchia-Ue sono regolati dalle tariffe preferenziali accordate ai paesi associati dall’Unione, ma non sono assolutamente sufficienti ad alleviare la crisi della bilancia commerciale turca giacché i beni che la Turchia potrebbe esportare nel mercato comunitario sono tra quelli che l’Ue già produce in eccesso, con la parziale eccezione della frutta secca e dell’olio, che viene utilizzato per essere miscelato con altri oli alimentari di produzione Ue. In definitiva, solo un ingente prestito internazionale potrebbe riequilibrare gli effetti del deficit commerciale e frenare la terribile svalutazione che la lira turca sta vivendo.

Ma non ci sono altre fonti di capitali provenienti dall’estero?

Ci sono, ma hanno anch’esse registrato una forte contrazione: gli investimenti stranieri a causa della instabilità interna e le rimesse degli emigranti a causa degli effetti della pandemia di questi ultimi mesi. Per lo stesso motivo è crollato anche il turismo, che tuttavia era in difficoltà già prima del Covid-19, a causa delle tensioni internazionali e della deriva autoritaria del presidente, che aveva soprattutto raffreddato il turismo europeo. In un primo momento questa caduta era stata compensata dai flussi provenienti dalla Russia e più in generale dall’Europa orientale, ora però anche quel turismo è bloccato a causa della pandemia.

Come si può immaginare, dunque, che la Turchia possa uscire da questa crisi?

GS: Innanzitutto intervenendo sulla politica monetaria: nonostante gli sforzi della Banca Centrale Turca, che ha per questo bruciato una parte importante delle sue riserve, la lira turca si è deprezzata sempre di più, anche perché Erdoğan si oppone caparbiamente all’adozione di qualsiasi misura di politica monetaria restrittiva. La fase di caduta generalizzata della domanda sui mercati internazionali, peraltro, priva la Turchia dei benefici effetti sulle sue esportazioni che la svalutazione della lira in altri tempi le aveva regalato, in attesa di qualche prestito internazionale che salvasse un indispensabile alleato della NATO.

Si può immaginare che anche in questo caso, alla fine, intervengano gli Stati Uniti?

Il contesto internazionale è cambiato radicalmente e non sarà facile trovare alleati ben disposti nei confronti della Turchia: gli Stati Uniti non sono gli stessi del passato e con Trump si mostrano più ondivaghi che mai. Per questo Erdoğan sta mettendo in campo tutti gli strumenti di negoziazione che ha a sua disposizione per avere forme di sostegno dalla finanza internazionale. Ma il rischio di fallire è alto: Fmi e Ue non sembrano essere particolarmente solerti nel venire in soccorso del presidente e i rapporti con gli Stati Uniti sono, come detto, incerti non meno di quelli con la Russia e la Cina. Pechino, poi, che dopo il 2008 aveva elargito prestiti a profusione, per investimenti, opere pubbliche, costruzioni, etc., appare ora molto più cauta, per il timore di un’eccessiva esposizione finanziaria.

Inoltre, un altro motivo per cui Erdoğan non troverà nella Cina un alleato disposto a concedere prestiti, è la concorrenza della Turchia in Africa, che alla Cina non piace affatto. Insomma, una perfetta tempesta politico-finanziaria è dunque servita e non è facile immaginare che sarà Erdoğan a portare la Turchia fuori da essa.

(Estratto di un articolo pubblicato su Policy Maker, qui la versione integrale)

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