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Come va davvero l’economia della Turchia

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Turchia

L’economia della Turchia fra numeri, analisi e trionfalismi governativi. L’analisi di Giuseppe Gagliano

Settima potenza agricola al mondo e prima in Medio Oriente, leader nella produzione di numerose commodity agricole (nocciole, ciliegie, fichi, lenticchie, albicocche, ecc.), la Turchia può inoltre vantare una bilancia commerciale agricola con un surplus (+ 4,9% secondo i dati di Türkstat).

Da tempo ritirata nel mercato interno, l’industria alimentare turca sta ora cercando, sulla scia dei suoi leader (Anadolu Efes, Yıldız Holding, Tiryaki Gıda, Eti, Beta Food, ecc.), di diventare un partner rispettato sul mercato internazionale. Le successive acquisizioni da parte del conglomerato Yıldız Holding della cioccolateria belga Godiva nel 2007 e poi nel 2014 della società United Biscuits (includendo nel suo portafoglio i marchi BN, Delacre o McVitie’s) hanno così posto il settore agroalimentare turco in prima linea sulla scena finanziaria. Allo stesso modo, la recente raccolta fondi di oltre 450 milioni di euro effettuata con grande rapidità dalla società Ülker (anch’essa di proprietà di Yıldız Holding) per sviluppare le proprie attività, in particolare all’estero, ha dimostrato la volontà di alcuni grandi gruppi turchi per rafforzare la loro presenza nel mercato globale.

Tuttavia esistono delle evidenti criticità dell’economia turca.

In primo luogo, l’inflazione travolgente che ha minato l’economia turca per diversi anni sta erodendo il potere d’acquisto delle famiglie. Nonostante gli annunci del governo, e soprattutto del presidente Erdoğan, che afferma la sua “determinazione a ridurre il tasso di inflazione a una cifra”, la realtà quotidiana della economia turca è caratterizzata da un vertiginoso e prolungato aumento dei prezzi.

In secondo luogo — in questo cupo contesto — la stagnazione del consumo di carne è diventata esemplare degli sviluppi che i settori agricolo e alimentare turco hanno vissuto negli ultimi anni. Non ci sono ragioni dietetiche, ambientali o etiche alla base di questa stagnazione, ma le difficoltà economiche incontrate da una quota crescente di famiglie: dal 2007, il prezzo medio del pollame è aumentato del 238% e quello della carne bovina del 290%. In Turchia mangiare carne è diventato infatti un lusso riservato ormai a una piccola parte della popolazione.

In terzo luogo questa situazione è il risultato dell’apertura per diversi anni dell’agricoltura nazionale al mercato internazionale e dell’utilizzo delle importazioni come variabile di aggiustamento in tempi di crisi. Sia sufficiente riflettere sull’origine dei prodotti alimentari che arrivavano sui banchi di fruttivendoli, macellai e altri droghieri: grano e mais importati dalla Russia, riso dagli Stati Uniti, fagioli secchi e ceci dall’India, Messico o Canada, carne rossa dalla Francia, dalla Polonia o dalla Bosnia-Erzegovina, ecc. Una situazione preoccupante per la sovranità alimentare del Paese nel medio e lungo termine, ma anche un grosso tassello per un governo che vuole manifestare, attraverso il suo presunto potere agroalimentare, la sua influenza politica.

Tra la grave situazione economica domestica e le dichiarazioni ufficiali caratterizzate da verve e autorevolezza, il divario è impressionante e continua ad allargarsi. All’inizio di agosto 2020, mentre l’opposizione, per la voce del deputato Lütfü Türkkan, metteva in dubbio i meriti del ricorso sistematico alle importazioni di grano, il vicepresidente Fuat Oktay, in visita ufficiale alle rovine del porto di Beirut, annuncia la volontà della Turchia di venire in aiuto alla popolazione di Beirut: fornitura del porto di Mersin, consegna di medicinali e attrezzature mediche nonché invio di grano e farina a centinaia di migliaia di vittime. L’esempio libanese non è isolato. Con la copertura mediatica da parte dei media filogovernativi l’esperienza della campagna di aiuti alla Libia guidata dall’ONG İnsani Yardım Vakfı reputata vicina all’AKP aveva già dimostrato l’importanza che la diplomazia turca attribuisce all’aiuto alimentare come mezzo per affermare la propria presenza all’interno una regione politicamente instabile.

L’interesse di Ankara per questa particolare forma di soft power non è un segreto. Invitato a parlare alla conferenza annuale del think tank turco SETA nell’agosto 2018, il ministro degli Affari esteri Mevlüt Çavuşoğlu ha assunto in modo inequivocabile questo nuovo orientamento strategico affermando che la Turchia sta mostrando al mondo il potere del paese in modo duro sul campo militare ma anche in modo più gentile al tavolo dei negoziati.

Non sorprende, quindi, che gli aiuti umanitari, soprattutto alimentari, abbiano trovato un posto nell’arsenale politico e diplomatico della Turchia.

Nel 2019 la Turchia potrebbe quindi essere orgogliosa di essere il “Paese più generoso del mondo” con un budget di 7,6 miliardi di dollari stanziati per gli aiuti umanitari, molto più avanti degli Stati Uniti o dell’Europa. Abbastanza per parlare di soft power? In realtà la politica turca non sembra aver conosciuto alcuna rivoluzione significativa: la fiducia in un forte potere di comando, rimane la chiave di volta della politica internazionale turca come dimostrano, per esempio, le scelte poste in essere in Libia.

Tuttavia, l’utilizzo del soft power analogo a quello posto in essere dalla Cina e dalla Russia in relazione al Covid-19 rileva in modo evidente la volontà della Turchia di presentarsi al mondo come una potenza regionale autorevole e temibile di cui tenere conto per decidere gli equilibri di potere nel contesto internazionale.

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