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Come si muoverà la Lega su Ppe, Draghi e non solo

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Mentre molti esponenti della maggioranza giallorossa continuano a evocare la “tassa del Papeete”, la Lega con Salvini e Giorgetti sta preparando il terreno per tornare al governo. Ecco come. La Nota di Paola Sacchi

Sarà magari solo perché ormai è novembre, fa già abbastanza freddo e i ricordi dell’estate scorsa sono sempre più appannati. Ma è un fatto che, tranne alcuni ultimi giapponesi della “guerra” della sinistra rossa e fuksia a Matteo Salvini dipinto come un “ubriaco” di vacanze, ormai di Papeete Beach quasi non si parla più.

La compagine governativa delle “quattro sinistre” (5s, Pd, Leu, Italia Viva), per dirlo alla Berlusconi, è talmente nei guai, a cominciare dal premier Giuseppe Conte, sul caso Ilva e non solo, che di tirar fuori il Papeete o la cosiddetta “tassa del Papeete” quasi sembra non ricordarsi più. Giancarlo Giorgetti, numero due leghista ha definito con La Repubblica la crisi sotto Ferragosto “un investimento per il futuro” da parte di Salvini. E cioè per il ritorno al governo dalla porta principale.

È quello stesso Giorgetti che quest’estate veniva dipinto, secondo un ritornello di molti media, come contrario addirittura a Salvini per le modalità e la tempistica della crisi di agosto. Sempre quell’ex sottosegretario a Palazzo Chigi, che lì visse non certo i suoi giorni più felici, la cui stretta di mano a Conte, dopo la dura reprimenda al Senato contro l’ex ministro dell’Interno e vicepremier, venne addirittura scambiata per un dissenso interno alla Lega, mentre bastava forse guardare tutte le faccette dello stesso Giorgetti quel giorno, alcune anche forse volutamente un po’ comiche, per capire che si trattava solo di formale buona educazione.

Il numero due leghista, come una sorta di Gianni Letta padano di tutti i leader della Lega, a cominciare dal fondatore Umberto Bossi, è del resto una vita che un po’ si diverte anche a fare battute enigmatiche che fanno cadere i giornalisti in trappola. Invece con Repubblica è stato così serio che un’intervista a Il Corriere della sera del plenipotenziario Pd al governo, Dario Franceschini, sembra, a sua insaputa, di fatto come dargli ragione.

Franceschini, di fronte a l’evidenza dei fatti e per lanciare un altro penultimatum a Matteo Renzi, ammette che il governo giallo-rosso-fuksia nacque in una situazione di difficoltà, dopo la crisi di agosto e con alle porte una impegnativa manovra finanziaria da fare. Insomma, è un fatto oggettivo che la mossa di Salvini, dipinta come una sorta di “ubriacatura” da Papeete beach, costrinse per la tempistica e le modalità sorprendenti, che un po’ ricordano un certo estro di Bossi, come scrisse Start, gli avversari a mettere su di corsa un esecutivo del tutti contro il “capitano” leghista. Un “investimento”, per dirla alla Giorgetti, dal quale è ripartita la riscossa nell’Umbria non più rossa dopo 50 anni e che potrebbe fare a gennaio da apripista a un bis molto più fragoroso in Emilia Romagna.

Ma Salvini nel frattempo ha infilato altri risultati e mosse: la “benedizione” di Monsignor Camillo Ruini; la decisione di incontrare privatamente a Milano la senatrice a vita Liliana Segre vittima e testimone sopravvissuta all’ignominia dell’Olocausto; starebbe di fatto preparando una marcia di avvicinamento, a precise condizioni però, al Ppe (come anticipò Salvini in questa mia intervista per Start).

Infine, ha detto anche quel why not per Mario Draghi come presidente della Repubblica. Come finirà ovvio che non si sa. Ma certamente è una mossa volta a togliere gli alibi al “Tutti contro Salvini” nato proprio per impedire che fosse una maggioranza di centrodestra ad eleggere nel 2022 il capo dello Stato.

Forse la road map era già fissata con lo stesso Giorgetti, in ottimi rapporti con “Mario”, negli stessi giorni della “pazza” crisi di agosto? Quelli della cosiddetta “ubriacatura” del Papeete?

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