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Come si dibatte tra Stati Uniti e Onu sulla minaccia del Climate Change alla Sicurezza Nazionale. La Geoingegneria (terza parte)

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L’analisi di Fabio Vanorio. Parte 3: La Geoingegneria (o Ingegneria del Clima).

Abbiamo visto come le Parti firmatarie del Paris Agreement del 2015 si siano impegnate a mantenere l’incremento nella temperatura media globale compreso tra 1.5° Celsius e 2° Celsius sopra i livelli pre-industriali (UNFCCC, 2015: Article 2.1[a]).

Studi, però, suggeriscono come sia poco probabile che l’umanità riesca ad impedire che la temperatura media della Terra cresca meno di 2° C al di sopra delle temperature preindustriali. In tal caso, il rischio di raggiungere un c.d. “punto di svolta” (tipping point), oltre il quale lo stato del clima potrebbe passare ad una fase peggiore della precedente, diventerebbe, dunque, molto alto con conseguenze già ampiamente anticipate nella loro entità: peggioramento delle siccità, maggiore frequenza di condizioni meteorologiche estreme, innalzamento del livello del mare oltre i livelli di guardia, maggiore diffusione di malattie e carestie.

In un chiaro segnale dei continui cambiamenti climatici a lungo termine associati alle concentrazioni record di gas serra (GreenHouse Gas, GHG) nell’atmosfera, gli anni 2015, 2016, 2017 e 2018 si sono confermati come i quattro più caldi mai registrati. Un’analisi dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (World Meteorological Organization, WMO) ha mostrato che la temperatura media globale di superfice nel 2018 è stata approssimativamente pari a 1°C superiore al periodo preindustriale (1850-1900), quarto anno più caldo mai registrato. Il 2016, influenzato da El-Niño, rimane l’anno più caldo in assoluto (1,2°C superiore al periodo preindustriale). Le temperature medie globali nel 2017 e 2015 sono state entrambe di 1,1°C superiore al periodo preindustriale.

Le ondate di calore intenso stanno diventando più frequenti a causa dei cambiamenti climatici. Le punte estreme di caldo nell’emisfero meridionale contrastano con il freddo estremo in alcune parti del Nord America nel mese di Gennaio. L’Artico si sta riscaldando ad un ritmo doppio della media globale causando lo scioglimento di una grande parte del ghiaccio presente nella regione. Quanto succede ai poli non rimane in quell’area ma influenza le condizioni climatiche nelle latitudini più basse. Una parte delle anomalie fredde a basse latitudini potrebbe essere collegata ai drammatici cambiamenti nell’Artico, influenzando i modelli meteorologici nell’emisfero settentrionale.

Seguendo Bahn (2018), le strategie impiegate per affrontare le minacce poste dai cambiamenti climatici sono tre:

  • mitigazione

La mitigazione mira a ridurre le emissioni di gas serra antropogeniche. Per raggiungere tali obiettivi di riduzione, i policy makers utilizzano due strumenti principali: misure obbligatorie (ad esempio, regolamenti, come gli standard di emissione ambientale) ed incentivi (ad esempio, crediti fiscali o trading di diritti di emissione). Secondo il Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico dell’ONU (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC), le emissioni di CO2 derivanti dalla combustione di combustibili fossili (e processi industriali) rappresentano attualmente circa due terzi delle emissioni di gas serra antropogeniche. È quindi importante considerare quali opzioni tecnologiche possono ridurre le emissioni di carbonio legate all’energia. Tali opzioni possono essere raggruppate per semplicità in tre categorie principali: risparmio energetico, utilizzo di energia più pulita e cattura del carbonio.

  • adattamento

Invece di ridurre le emissioni di gas serra, le misure di adattamento mirano ad adeguare le strutture economiche o sociali all’impatto dei cambiamenti climatici. Mentre la mitigazione limita i cambiamenti climatici e quindi l’incertezza sui danni, l’adattamento cerca di tutelare dall’impatto dei cambiamenti climatici senza, però, limitarne la portata. Per questo, l’adattamento perde efficacia all’aumentare dell’ampiezza e del ritmo del cambiamento climatico.

  • geoingegneria

Con l’introduzione nel sistema di soluzioni di geoingegneria (o ingegneria del clima, nel grafico identificate come Solar Radiation Management, SRM, o di Gestione della Radiazione Solare), l’obiettivo diventa quello di “alterare” deliberatamente (nell’intento di controllarne il ritmo di sviluppo) il sistema climatico per ridurre l’impatto dei suoi cambiamenti. Queste misure (come vedremo meglio) possono essere classificate in due categorie principali: rimozione dell’anidride carbonica (per ridurre i livelli di concentrazione di carbonio nell’atmosfera) e, appunto, gestione della radiazione solare (per ridurre la radiazione solare in entrata).

Analizzeremo in questo contesto, gli strumenti di ingegneria del clima. Dal 2000 ad oggi, infatti, il dibattito sulla loro fattibilità ed impiego si è spostato dai margini dell’informazione verso il mainstream.

Anche se la geoingegneria, in più di vent’anni, è diventata un parafulmine di controversie (e oggetto di cospirazioni), che dividono ricercatori e politici, molti scienziati presentano questa materia come un modo di salvare il nostro futuro da noi stessi, qualora le soluzioni tradizionali dovessero definitivamente fallire. Ad esempio, secondo Ken Caldeira, autorevole ricercatore in materia climatica presso la Stanford University, nonostante decenni di accordi multilaterali tra Governi ed ingenti investimenti pubblici e privati effettuati, la progressione inesorabile del riscaldamento globale sta rendendo la temperatura di alcune zone della Terra, eccessiva ed insostenibile per l’abitazione e le coltivazioni. La presenza di livelli elevati di diossido di carbonio nell’atmosfera determina traiettorie di ulteriore sviluppo del riscaldamento globale, suscettibili di peggiorare lo stato di crisi. In tal senso, la geoingegneria viene rappresentata come un modo per ritrovare la vivibilità del pianeta entro scadenze umanamente e socialmente sostenibili.

Come anticipato, la Geoingegneria si divide in due grandi categorie:

  1. Rimozione dell’anidride carbonica (CO2) dall’atmosfera.

La rimozione del biossido di carbonio dall’atmosfera ed il suo sequestro per un lungo periodo è intesa come trattenimento, assorbimento e immagazzinamento della CO2 negli oceani o all’interno delle formazioni rocciose. Rappresenta un processo costoso, lento, a basso rischio, che affronta il cambiamento climatico con interventi meno forzati sui sistemi naturali ma che richiede un impiego in grandi quantità.

Le principali tecniche proposte per la rimozione della CO2 sono tre.

  • Fertilizzazione degli Oceani

L’oceano è ricco di esseri viventi che usano la fotosintesi per catturare CO2, in particolare alghe monocellulari che assorbono il biossido di carbonio e rilasciano ossigeno (fitoplancton). Quando muoiono, affondano, portando con loro la CO2. Poiché il fitoplancton necessita di ferro per crescere, alcuni scienziati hanno proposto esperimenti di “fertilizzazione oceanica” aumentando il contenuto di ferro dell’oceano in maniera da incrementare la popolazione di fitoplancton, e accelerare il processo di eliminazione di CO2.

Chiamata “fertilizzazione con ferro” (“iron fertilization”), l’idea richiede di scaricare uno strato di ferro, preferibilmente sotto forma di cristalli verdastri di solfato di ferro, su un’ampia fascia della superficie dell’oceano.

Secondo la NASA, il ciclo del carbonio oceanico, nella sua forma naturale, trasferisce già circa 10 gigatonnellate di carbonio annue dall’atmosfera all’oceano profondo, e fornisce circa la metà dell’ossigeno del nostro pianeta. Secondo i sostenitori della fertilizzazione degli oceani, se operata su larga scala, la fertilizzazione con ferro, accelerando il processo, potrebbe rimuovere  una parte maggiore del biossido di carbonio antropogenico dall’atmosfera.

I critici di questa tecnica pongono l’enfasi sugli effetti indesiderati (e non adeguatamente anticipabili) che il pompaggio di ferro in mare potrebbe determinare sugli ecosistemi marini. Essi sottolineano che le grandi fioriture di fitoplancton assorbono anidride carbonica mentre sono vive, ma quando muoiono i loro minuscoli corpi in decomposizione attraggono i batteri. Masse di fitoplancton morente possono far sì che i batteri digerenti consumino tutto l’ossigeno nelle acque circostanti, creando una “zona morta” in grado di uccidere o far ammalare qualsiasi cosa vi nuoti all’interno. Inoltre, i modelli anche della più ideale delle fertilizzazioni con ferro mostrano come l’impatto verosimile sui livelli globali di anidride carbonica sarebbe minimo.

Nel 2008, il Center for Biological Diversity dell’ONU ha dichiarato una moratoria contro gli esperimenti di fertilizzazione con ferro, in seguito alla constatazione a livello scientifico della ingiustificazione di operazioni su larga scala “dato il carente stato attuale delle conoscenze sulla fertilizzazione oceanica”.

Tuttavia, l’idea continua a suscitare interesse come nel caso della conduzione di esperimenti negli Stati Uniti, noti come IRONEX 1 e IRONEX 2, durante i quali sono state scaricate 100 tonnellate di polvere di ferro nei pressi delle Isole Galapagos (Oceano Pacifico) con l’obiettivo di fertilizzare il plancton per assorbire l’anidride carbonica (l’operazione, ampiamente condannata, svolta nel 2012 da un uomo d’affari californiano, Russ George, rappresenta il più grande progetto di geoingegneria del mondo, realizzato con l’obiettivo di vendere “crediti di emissione” alle aziende produttrici di combustibili fossili).

  • Filtraggio del Carbonio

Tra le molte proposte di filtraggio del carbonio e seppellimento nel terreno (“sequestro del carbonio”), una tra le più interessanti riguarda una società svizzera, la Climeworks, che ha impiegato una tecnologia (“Direct Air Capture”), in uso non esclusivo, che impiega enormi ventole per aspirare l’aria attraverso un filtro a cui si lega chimicamente la CO2. Una volta riscaldato, il filtro rilascia la CO2 che può quindi essere venduta per altri usi, come la coltivazione di ortaggi in serra, la produzione di bevande gassate e persino il carburante. Tali usi non rimuovono la CO2 dall’aria in modo permanente, ma la tecnologia impedisce la produzione di gas per scopi commerciali. Nel suo stabilimento in Islanda, Climeworks ha trovato un modo per trasformare la CO2 in pietra, sequestrando il carbonio per milioni di anni.

  • Imboschimento

La più sensata proposta di geoingegneria è semplicemente… piantare alberi. Gli alberi usano l’energia della luce solare per attirare CO2 e H2O. Espirano ossigeno e usano il carbonio per costruire tronchi e radici. La fattibilità di piantare abbastanza alberi per compensare la CO2 emessa bruciando combustibili fossili è tuttavia fortemente contestata. Anche le cifre più ottimistiche indicano che avremmo bisogno di almeno un miliardo di ettari di foresta in più, un’area grande come il Canada. Secondo gli scienziati del Potsdam Institute for Climate Impact Research, la piantumazione di alberi può giocare solo un ruolo limitato, sebbene sia importante “se gestita bene”.

 

  1. Blocco o riflesso della radiazione solare in arrivo sul pianeta.

Le tecniche di “gestione della radiazione solare” (Solar Radiation Management, SRM) sono poco costose e rapidamente efficaci, ma trattano semplicemente i sintomi (e non le cause) del cambiamento climatico. In compenso, intervenendo con forza sui sistemi naturali, pongono rischi ambientali e sociali:

  • La compensazione dei cambiamenti antropogenici di temperatura e precipitazioni non è uniforme, dando luogo a zone con anomalie climatiche.
  • Il principale materiale candidato per l’iniezione di aerosol stratosferico – lo zolfo – potrebbe danneggiare l’ozono stratosferico.

Le principali tecniche proposte per la gestione della radiazione solare sono tre.

  • Stratospheric Aerosol Injection

Nel 1815, il vulcano di Mount Tambora (Indonesia) ha prodotto la maggiore eruzione registrata nella storia, espellendo un ammontare enorme di aerosol – particelle estremamente sottili sospese nell’aria – nella parte più alta dell’atmosfera, deflettendo così tanta luce solare che l’anno successivo è stato conosciuto come “L’anno senza estate”.

Alcuni scienziati intenderebbero impiegare lo stesso principio per compensare gli effetti dei gas serra. Un team di Harvard, guidato dagli scienziati Frank Keutsch e David Keith, sta preparando (per la prima metà del 2019) il primo esperimento all’aperto di iniezione di aerosol noto come Stratospheric Controlled Perturbation Experiment (SCoPEx). Il team del Professor Keith ha in programma di condurre la sua prima prova all’aperto, lanciando un pallone a lento movimento su Tucson (Arizona), per disperdere sostanze come la polvere di carbonato di calcio o anidride solforosa per riflettere i raggi del sole nello spazio. L’esperimento segnerà il primo tentativo di realizzare il controverso concetto di “oscuramento del sole”. Gli scienziati ritengono che questo esperimento di SRM potrebbe imitare l’effetto di raffreddamento del clima di un vulcano come il Tambora (Indonesia) o il Pinatubo (Filippine, la cui eruzione nel 1991 ha causato un temporaneo calo globale delle temperature di circa 1°F). Keith stima che il dispiegamento su vasta scala potrebbe arrivare a costare circa 1 miliardo di dollari all’anno.

La Stratospheric Aerosol Injection intende deflettere la luce in ingresso, riducendo l’effetto serra complessivo dell’atmosfera. Un recente studio sulla rivista Nature ha dimostrato che le iniezioni di aerosol stratosferiche nell’emisfero settentrionale raffredderebbero leggermente la regione e potrebbero persino ridurre gli uragani del Nord Atlantico. Ma causerebbero contestualmente anche siccità devastanti nell’Africa sub-sahariana. L’opposto – il rilascio delle particelle nell’atmosfera sopra l’emisfero meridionale – aumenterebbe le precipitazioni nell’Africa sub-sahariana ma aumenterebbe il numero di cicloni tropicali che colpiscono gli Stati Uniti orientali. In entrambi i casi, ciò si verificherebbe in quanto le correnti a getto regionali si rafforzerebbero e si sposterebbero verso il rispettivo polo. L’unico modo per evitare questa conseguenza negativa sarebbe un’iniezione costante – almeno ogni sei mesi – ad alta quota intorno all’equatore per assicurarsi che le particelle si distribuiscano uniformemente. Ma il costo e la regolarità necessaria richiederebbero un accordo globale tra governi.

Mentre gli aerosol riflettenti abbasserebbero la temperatura della Terra, nulla potrebbero per ridurre la quantità di gas serra ancora nell’atmosfera. Pertanto, questo schema richiederebbe anche il mantenimento continuo dello strato di gas riflettente per decenni, riducendo al contempo le emissioni complessive.

Altre strategie di geoingegneria implicano il posizionamento di matrici galleggianti di specchi o di massicci “parasole” nello spazio per deflettere o bloccare la luce solare. Dopo aver lanciato questi oggetti massicci nello spazio (o costruendoli nello spazio stesso dove possibile, per esempio, sulla Luna) essi verrebbero posizionati nel punto di equilibrio gravitazionale tra la Terra e il Sole, o in un anello attorno al nostro pianeta. Una ricerca finanziata dalla NASA nel 2006 ha calcolato che, riducendo i livelli globali di luce solare di appena il 2%, la Terra potrebbe raffreddarsi abbastanza da bilanciare anche il raddoppio del biossido di carbonio atmosferico.

Nel migliore dei casi, comunque, queste proposte sono suscettibili di determinare effetti collaterali ancora non perfettamente quantificati del taglio diretto della luce solare, che secondo alcuni esperti potrebbe causare la riduzione delle produzioni agricola, all’alterazione dei modelli meteorologici, allo spostamento della calotta polare ed alla modificazione dei comportamenti di circolazione oceanica.

  • Albedo

Un’altra idea è di aumentare l’”Albedo” della Terra, ossia la misura della quantità di radiazione solare che il pianeta riflette anziché assorbire. Poiché le superfici più bianche riflettono più luce di quelle più scure, una Terra più bianca rifletterebbe più energia del Sole nello spazio, contribuendo a mantenere le temperature più basse.

Una modalità per farlo sarebbe di rendere le nuvole più luminose e più bianche, idea proposta dal fisico John Latham nel 1990. Il Marine Cloud Brightening Project, progetto dell’Università di Washington, a Seattle, ha cercato di ottenere un risultato simile spruzzando acqua di mare nelle nuvole sopra l’oceano e tentando di causare, tramite l’effetto dell’acqua salata, un loro sbiancamento ed ampliamento. Altre proposte per aumentare l’albedo terrestre includono dipingere le case bianche, piantare colture che siano pallide e stendere fogli riflettenti nel deserto.

  • Riflettori Spaziali

L’idea di “specchi spaziali” fu proposta nei primi anni 2000 da un astrofisico, Lowell Wood, del Lawrence Livermore National Laboratory in California. Per essere efficace, dovrebbe essere riflesso almeno l’1 per cento della luce del Sole e, per raggiungere questo obiettivo, gli specchi dovrebbero avere un’area almeno di 1,6 milioni di km2, pari circa alla dimensione dell’Iran.

* * *

Possiamo riassumere quanto detto utilizzando un grafico della Royal Society per sintetizzare e confrontare, in base ad un rapporto tra Efficacia (sull’asse delle ordinate) ed Accessibilità (sull’asse delle ascisse), le diverse tecniche finora sommariamente discusse.

L’ONU si è espresso in documenti formali a favore dell’impiego di tecniche di geoingegneria.

Secondo l’ultimo rapporto ONU sul clima, la geoingegneria viene intesa come possibile “misura correttiva” temporanea qualora il mondo si dirigesse verso livelli insostenibili ed irreversibili di riscaldamento globale. Gli autori del nuovo studio 1.5C dell’IPCC affermano che vi è un alto consenso sul fatto che l’iniezione di milioni di tonnellate di biossido di zolfo nella stratosfera potrebbe aiutare a limitare l’innalzamento della temperatura come ausilio nel raggiungimento degli obiettivi posti dal Paris Agreement. Nel rapporto sono anche citate le incertezze sugli impatti sociali, ambientali ed ecologici, le quali inducono a ritenere preferibili (finche’ possibile) sistemi di raffreddamento “naturale” all’interno degli sforzi di politica industriale ed energetica nazionale e multilaterale tesi a ridurre le emissioni di carbonio.

Il documento – approvato nell’ottobre 2018 dai 195 Paesi dell’ONU – menziona le diverse opzioni di intervento diretto sui sistemi climatici già parzialmente analizzate in questa sede, (la fertilizzazione oceanica, la rimozione di CO2, la modifica dell’albedo della Terra, ed anche il brillamento delle nuvole marine) ponendo il focus principale sulla Stratospheric Aerosol Injection.

Il rapporto osserva che l’iniezione di anidride solforosa modificherebbe i modelli di precipitazioni e la circolazione meteorologica, oltre a disturbare la chimica stratosferica e la formazione di ghiaccio. Potrebbe anche comportare una maggiore esposizione alla luce ultravioletta, con un impatto negativo sulla salute umana. Si pongono, dunque, questioni istituzionali su chi supervisionerebbe tali operazioni e quali aree sarebbero interessate. Il rapporto suggerisce un numero di organizzazioni dell’ONU come possibili organi di controllo, ma gli autori osservano che, attualmente, vi è un vuoto normativo in materia che consente a qualsiasi paese di operare autonomamente in questo ambito. L’unica linea guida citata è la Convenzione sulla biodiversità, firmata da 168 paesi la quale richiede che “nessuna attività di geoingegneria legata al clima abbia ripercussioni sulla biodiversità”.

Ci sono anche dubbi sull’efficacia. Mentre gli aerosol potrebbero limitare l’aumento della temperatura, non arresterebbero l’accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera e l’acidificazione degli oceani. Allorquando questa “misura temporanea” fosse interrotta, il sistema planetario sarebbe colpito da un’impennata di temperatura (il c.d. “termination effect”).

L’IPCC afferma che queste incertezze limitano la capacità di attuare esperimenti di limitazione della radiazione solare nel prossimo futuro. Ma secondo gli autori del rapporto, “se gli sforzi di mitigazione non mantengono la temperatura media globale inferiore a 1,5°C, la modifica della radiazione solare può potenzialmente ridurre gli impatti climatici di una sovratemperatura temporanea, in particolare le temperature estreme, l’innalzamento del livello del mare e l’intensità dei cicloni tropicali”.

Secondo Johan Rockström, coautore del recente studio Hothouse Earth, il rapporto dell’IPCC può incentivare la discussione di queste misure estreme di emergenza, anche se è verosimile che il “punto di svolta” nell’opinione pubblica potrebbe arrivare troppo tardi, allorquando ad una temperatura media più alta di quella attuale fosse già iniziato il collasso dei ghiacciai (“in quel momento sarebbe probabilmente troppo tardi per impedire, anche tramite la geoingegneria, la perdita di città costiere”).

Progetti di alta geoingegneria e controllo climatico sono diffusi in tutto il mondo come una ricerca dell’ETC Group ha mostrato nel 2012 e rappresentato nel grafico.

Gli esempi più rilevanti, ovviamente, riguardano i principali Paesi del mondo dove i programmi di ricerca in materia di geoingegneria sono più avanzati (Regno Unito, Cina, Russia, Sud Africa). Ci concentriamo, però, sugli Stati Uniti che storicamente ne detengono la leadership.

Diciamo subito che Trump, pubblicamente, non ha mai nominato la geoingegneria, le sue proposte di bilancio non la menzionano, e nessuno dei suoi membri di Gabinetto ha pubblicamente espresso supporto al soggetto.

Nonostante ciò, al di là sia del trolling del Presidente Trump sul global warming in questi giorni di grande freddo negli Stati Uniti (con interpretazioni differenti relative al presunto errore di scrittura nel tweet, che per alcuni errore non è stato), sia della confusione tra i concetti di tempo metereologico e clima, in linea generale l’Amministrazione Trump sta appoggiando indirettamente la sfida al consenso scientifico sul climate change, fenomeno da sempre osteggiato da Trump (ancor 

prima di diventare Presidente), spostando la propria attenzione sulla revoca delle restrizioni alle emissioni da impianti di produzione elettrica, sulla possibilità di tagli radicali alla ricerca sulle energie rinnovabili ed in generale su una più approfondita valutazione relativa all’utilità ai fini degli interessi nazionali di Washington di una adesione o meno al Paris Agreement.

David Keith, professore di fisica ad Harvard, autore nel 2013 di un libro, “A Case for Climate Engineering”, alla guida di uno dei più avanzati progetti di ricerca sulla materia e promotore del sopra indicato esperimento di Stratospheric Controlled Perturbation Experiment (SCoPEx), ha affermato che “esiste un supporto molto più ampio sulla materia della geoingegneria di quanto ce ne potesse essere due anni fa.” A riprova di ciò, nel Febbraio 2018, Trump ha firmato uno stanziamento di bilancio che include le prime agevolazioni fiscali mai presentate in materia, con il supporto bipartisan, per l’utilizzo di nuove tecnologie per catturare l’anidride carbonica dall’atmosfera.

Per la verità, tra gli ultimi atti dell’Amministrazione Obama vi sono state decisioni analoghe. Nel documento National Global Change Research Plan 2012-2021, ad esempio, compare una richiesta esplicita alle agenzie federali di destinare in maniera prioritaria finanziamenti federali ad esperimenti di Solar Radiation Management (SRM).

Il crescente interesse per la geoingegneria, anche da parte degli scettici sul climate change, si deve in gran parte al pessimismo circa la capacità politica di contrastare in maniera efficace gli effetti silenziosamente catastrofici del cambiamento climatico. Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, ha investito sia nella ricerca di Keith che in una società che Keith ha fondato per cercare di catturare il carbonio dall’atmosfera. Nel 2015, due importanti gruppi ambientalisti statunitensi, l’Environmental Defense Fund ed il Natural Resources Defense Council hanno sostenuto la ricerca su scala ridotta in progetti definiti di “hacking del pianeta”.

Negli ultimi anni, scienziati e imprenditori di tutto il mondo hanno proposto più di una dozzina di diversi tipi di progetti di geoingegneria, dall’invio di 16 trilioni di piccoli robot nello spazio per deviare i raggi del sole dalla Terra, alla costruzione di milioni di pompe azionate dal vento nelle acque artiche per spingere l’acqua gelata sul ghiaccio per addensarla.

I sostenitori di Trump sono tra gli entusiasti della geoingegneria, vista soprattutto come un’alternativa a basso prezzo nel contrasto al global warming rispetto alla trasformazione radicale dell’economia statunitense ancora dipendente circa per l’80 per cento dai combustibili fossili. In linea generale, però, come detto, il supporto alla geoingegneria è bipartisan.

  • Nel Novembre 2017, il Rappresentante Lamar Smith (R-TX), Presidente del Science, Space and Technology Committee della House, sostenitore di Trump e fortemente finanziato dall’industria dei combustibili fossili, in precedenza noto come uno dei più aggressivi scettici in materia di climate change presente al Congresso, durante una audizione, ha aperto ad ulteriore ricerca sulla geoingegneria (“Alcuni scienziati ritengono che potrebbe ottenere sostanziali benefici ambientali a un costo inferiore rispetto alle normative”).
  • Nel Dicembre 2017, il Rep. Jerry McNerney (D-Cal.) ha presentato una proposta di legge senza precedenti per la destinazione di fondi per la ricerca e lo sviluppo nella geoingegneria.
  • Nel Novembre 2018, il Rep. Randy Weber (R-TX), Presidente del Subcomitato Energia del Science, Space and Technology Committee della House, ha affermato in una audizioneIl futuro e’ radioso per la geoingegneria”. In passato, Weber aveva osteggiato il consenso scientifico sul “raffreddamento globale” e si era posto contro una tassa sull’inquinamento da carbonio identificandola come blasfemia. Eppure, nel corso dell’audizione, ha sostenuto che proposte specifiche, pur non ancora testate, potrebbero avere un effetto di raffreddamento sull’atmosfera terrestre.
  • L’ex Speaker della House, il Repubblicano Newt Gingrich, alleato devoto di Trump, pur scettico nei confronti del climate change (da lui definito come “la scusa più recente per prendere il controllo delle vite”), ha elogiato la geoingegneria per la sua “promessa di affrontare le preoccupazioni per il riscaldamento globale solo per pochi miliardi di dollari all’anno.
  • David Schnare, già membro del Transition Team di Trump per l’Environmental Protection Agency (EPA), ha sostenuto la geoingegneria come “un mezzo per rimandare i più catastrofici effetti potenziali” del riscaldamento globale, spendendosi in più sedi a favore di un maggiore supporto federale. La sua proposta consiste in un piano a più fasi che prevede fondi alla ricerca in materia di Solar Radiation Management (SRM), l’avvio di test in condizioni reali dopo poco più di un anno, l’ampliamento su larga scala dopo tre anni e la sua prosecuzione per almeno un secolo.

Per diversi anni, anche molti think tank conservatori, tra cui l’American Enterprise Institute, l’Hoover Institution e l’Heartland Institute, hanno iniziato a sfidare il consensus scientifico sul clima promuovendo la geoingegneria. Gli studiosi che lavorano per il Geoengineering Project dell’American Enterprise Institute, ad esempio, supportano la strategia come “un approccio rivoluzionario ai cambiamenti climatici”.

A fronte dell’interesse riscontrato nella classe politica statunitense, le tecniche di SRM causano anche forte allarme tra i principali scienziati del clima.

Raymond Pierrehumbert, professore di fisica alla Oxford University, autore principale del Terzo Rapporto di Valutazione del IPCC dell’ONU, con il quale è risultato vincitore del Premio Nobel, ha affermato nel 2015 che “l’idea di aggiustare il clima ostacolando il riflesso della luce solare sulla Terra è selvaggiamente e terribilmente folle”. In un’intervista, Pierrehumbert ha paragonato queste strategie al “saltare dal monumento a George Washington sperando che qualcuno inventi l’anti-gravità prima di arrivare a terra”.

Pierrehumbert e altri scienziati affermano che l’irrorazione su larga scala di anidride solforosa nell’atmosfera, come ipotizzato negli studi di Keith ad Harvard, potrebbe impoverire lo strato di ozono, danneggiare piante e animali e avvantaggiare alcuni paesi causando siccità in altri, suscitando un conflitto globale. Inoltre, essi pongono l’enfasi sulla vulnerabilità della geoingegneria, il c.d. termination effect, per il quale tali progetti, una volta avviati, devono essere proseguiti a tempo indeterminato per prevenire una sorta di ipercompensazione qualora venissero interrotti (in pratica, un riscaldamento più elevato della situazione di partenza).

Un ulteriore pericolo, riconosciuto questa volta anche dallo stesso Keith, deriva dal potenziale “azzardo morale” della geoingegneria. In altre parole, le promesse della geoingegneria potrebbero consentire alla classe politica di non doversi preoccupare di riformare l’economia energetica. Al riguardo, Keith ha affermato nel corso di una conferenza nel 2017, che la cosa che teme di più è un tweet di Trump del tipo “L’ingegneria solare risolve ogni cosa! È fantastica! Non abbiamo bisogno di occuparci di tagliare le emissioni.

Identico timore riferito all’azzardo morale è sentito da Janos Pasztor, già Senior Adviser del Segretario Generale delle Nazioni Unite in materia di Climate Change dal 2015 al 2016 ed oggi Executive Director del Carnegie Climate Geoengineering Governance Initiative, promotore  di uno sforzo globale per migliorare il dibattito pubblico e la governance delle proposte di geoingegneria. Secondo Pasztor, la sopracitata audizione alla House “ha inviato il segnale sbagliato al mondo”, in quanto ha proposto un’alternativa scientificamente non riconosciuta nel momento in cui i leader mondiali si riunivano nella Conferenza annuale sul climate change dell’ONU.

Il vero problema, secondo i critici della geoingegneria, è: meglio una “soluzione rapida” al problema rappresentato dal cambiamento climatico o il costante lavoro di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili? Secondo i critici della geoingegneria, spesso si pensa al pianeta nel modo in cui alcune persone pensano di perdere peso: si preferisce prendere pillole per la dieta e continuare a mangiare terribilmente, risultando obbligati, alla fine, a lavorare più duramente di quanto si sarebbe dovuto fare se ci si fosse basati solo su dieta ed esercizio fisico fin dall’inizio. Il “termination effect” dimostra che l’umanità può far conto sulla geoingegneria, ma nel contempo riducendo anche drasticamente la quantità di gas serra nell’atmosfera e la quantità di emissioni prodotte. La soluzione, dunque, e’ nel mezzo (come spesso accade).

Negli ultimi tre articoli abbiamo affrontato, sommariamente, i tre temi principali della relazione tra climate change e sicurezza nazionale, la minaccia infrastrutturale, la minaccia geopolitica ed oggi la principale alternativa all’approccio tradizionale rappresentata dalla geoingegneria.

Nel prossimo articolo, si proporrà un aggiornamento sulla finanza connessa al climate change, dai Sistemi di Trading dei Diritti di Emissione di CO2, all’industria dei derivati legati al tempo (weather derivatives), allo stato delle emissioni di obbligazioni legate alle catastrofi (Cat Bonds).

(3.continua)

++

Fabio Vanorio è un dirigente in aspettativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Attualmente vive a New York. Si occupa di mercati finanziari (con particolare attenzione alla finanza islamica), economia internazionale (con particolare attenzione al climate change, ed ai rapporti tra Intelligenza Artificiale e crescita economica) ed economia della sicurezza nazionale. È anche contributor dell’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”.

DISCLAIMER: Tutte le opinioni espresse sono integralmente dell’autore e non riflettono alcuna posizione ufficiale riconducibile né al Governo italiano, né al Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale.

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