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Come si dibatte sulla prossima Conferenza sul Futuro dell’Europa. Il Punto di Martial

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Le conclusioni del Consiglio Affari generali Ue? La presidenza croata deve ancora trovare un punto di equilibrio rispetto ai contenuti e alla forma, e gli Stati membri non hanno ancora le idee così chiare. Il Punto di Enrico Martial, esperto di questioni europee

 

Il Consiglio Affari generali – in sigla inglese “GAC” – cioè il Consiglio dell’Ue nella configurazione dei ministri degli Affari esteri o degli Affari europei (presente per l’Italia Vincenzo Amendola) ha trattato il 28 gennaio 2020 la questione della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Non è stato un esercizio secondario, perché Parlamento europeo e Commissione europea si sono espressi nei giorni scorsi con programmi e dettagli, mentre per gli Stati membri l’operazione, per quanto indirizzata, è tutt’altro che chiara, e presenta qualche significativo risvolto politico.

Intanto si deve ricordare che periodicamente – dalla Conferenza di Messina del 1955 alla Convenzione europea del 2002/2003 – l’Europa attraversa fasi di riflessione e di indirizzo, che producono poi atti in forma di processi legislativi, o di trattati o di loro revisione.

La Conferenza sul futuro dell’Europa giunge in un momento in cui l’Unione è sottoposta a una serie di sfide (o di minacce) a cui si tenta di rispondere non soltanto con le policies (per esempio integrazione militare o Green Deal) ma anche con un profilo più generale.

I fatti critici emergono di continuo nel dibattito pubblico europeo, e per esempio sono stati riassunti a novembre 2018 da Nicolas Gros-Verheyde su Bruxelles2 in tre gruppi: quelli esterni (terrorismo, migrazioni, pressione russa a partire dalla crisi in Ucraina, corona di instabilità nell’Africa vicina), i “traumi” politici (Trump e trumpismo, nuova postura turca, dinamica autocratica russa), e le tendenze all’implosione (Brexit, nazionalismo, populismo ed estrema destra, fino al separatismo interno, come nel caso catalano).

Per quanto vi fossero delle risposte settoriali, anche significative (politica estera, progressi nella difesa, qualità del negoziato sulla Brexit gestito da Michel Barnier), la crisi è diventata manifesta prima delle elezioni europee, come fu testimoniato dall’appello di Emmanuel Macron sui principali giornali europei del 4 marzo 2019.

Macron, che inquadrava i gilets jaunes anche nel più ampio panorama di pressioni esterne e interne, argomentava allora una serie di iniziative, di linee geopolitiche comuni, di protezione dell’Europa sociale e delle libertà, di sviluppo economico e ambientale, proponendo — sulla scia di innovazioni politiche già sperimentate in vari Paesi e nella stessa Unione — una consultazione partecipativa, appunto la Conferenza sul futuro dell’Europa.

Le elezioni europee del 23-26 maggio 2019 sono poi andate bene per l’Europa: alta partecipazione, nessuna spallata dal nazionalismo, quindi con rafforzamento politico del fronte europeista malgrado il relativo e contenuto progresso numerico di populisti ed estrema destra.

Sono seguiti ulteriori diversi fatti a favore dell’Europa. Per citarne uno chiaro agli osservatori italiani, va ricordato anche lo spostamento del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo il 16 luglio 2019, quando votò a favore di Ursula van der Leyen alla Presidenza della Commissione. La Lega a Bruxelles rimaneva isolata, e ad agosto sarebbe anche uscita, di propria iniziativa, dal governo italiano.

Tra le altre cose – come il Green Deal, la politica estera e di difesa – la presidente designata della Commissione Ursula van der Leyen aveva dunque messo nel suo programma anche la Conferenza sul futuro dell’Europa, dopo essersi ben consultata. La strada è diventata quindi in discesa, applicativa, da cui l’esercizio di questo mese di gennaio.

A fatto ormai accettato, il 12 dicembre scorso il Consiglio europeo ha dato il via libera alla proposta della Presidente della Commissione, e già si vedevano muovere i diversi leader nazionali ed europei per capire il proprio posizionamento nella Conferenza. Così il 15 gennaio il Parlamento europeo ha formulato la sua proposta e il 22 gennaio la Commissione ha adottato una propria Comunicazione sul futuro dell’Europa. Nei due casi, vi è stato un tentativo di disegnare una prima organizzazione della Conferenza, confermando un metodo partecipato dal basso. Così, al momento, si pensa a un ruolo preminente del Parlamento europeo anche per numero di membri della Conferenza (rispetto alla leadership degli Stati membri durante la Convenzione europea del 2002-2003), a formati di partecipazione di cittadini – un portale digitale, alcune arene di dibattito, le agorà, per gruppi di interesse, dai giovani ai corpi intermedi —  nonché un coinvolgimento attivo dei parlamenti nazionali, delle regioni e città, di altri istituzioni e soggetti.

Le proposte organizzative hanno un riflesso sul concetto stesso della Conferenza, ed è questo il punto su cui si è soffermato il Consiglio Affari Generali del 28 gennaio.

Perché se l’idea iniziale era quella del rilancio (democratico) dell’Europa a partire da un forte coinvolgimento dal basso dei cittadini, non tutti gli Stati membri hanno la stessa visione su come attuarla, anche perché le sfide e le pressioni li coinvolgono direttamente, dalla Polonia sull’indipendenza della magistratura o sul Green Deal del carbone fino alla Spagna presa tra nazionalismo e questione catalana.

Le conclusioni del GAC del 28 gennaio questo dicono: la presidenza croata deve ancora trovare un punto di equilibrio rispetto ai contenuti e alla forma, e gli Stati membri non hanno ancora le idee così chiare. Di certo, bisogna partire dal basso, e dunque gli strumenti non devono produrre un processo autoreferente e distante. Deve coinvolgere un ampio raggio di stakeholder per essere efficace, sottintendo non solo quattro o cinque panel finora immaginati di giovani o di lavoratori. Anche sul ruolo delle tre istituzioni, il peso numericamente preponderante del Parlamento europeo non è così scontato e piuttosto vanno fortemente coinvolti i Parlamenti nazionali.

La discussione è talmente aperta e la Conferenza così rilevante che il 31 gennaio prossimo i tre presidenti, Ursula van der Leyen per la Commissione, David Sassoli per il Parlamento europeo e Charles Michel per il Consiglio europeo si troveranno nella casa che fu abitata da Jean Monnet, nel piccolo comune francese di Bazoches-sur-Guyonne, per preparare qualche ulteriore progresso.

D’altra parte il tempo corre, perché la Conferenza, che durerà due anni, inizierà il 9 maggio prossimo, a Dubrovnik, e per l’occasione bisognerà anche redigere una Dichiarazione di avvio.

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