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Come sarà la missione di Meloni in Cina? Parla Sisci

La prossima missione di Meloni in Cina fra dossier, sfide e auspici. Conversazione Francesco Sisci, sinologo, già corrispondente da Pechino per diverse testate italiane da Pechino, adesso senior researcher presso la China People’s University

Il presidente Giorgia Meloni ha annunciato che presto (dovrebbe essere nell’ultima settimana di luglio) andrà di visita ufficiale in Cina. Immaginiamo che tu dovessi svolgere il ruolo di sherpa, come prepareresti l’incontro?

Innanzitutto i veri suggerimenti da sherpa devono essere riservati perché altrimenti, appena sono pubblici, vedono la luce, diventano non più validi. Ma in ogni caso ci sono elementi che mi preoccuperebbero moltissimo. L’Italia sta simpatica alla Cina, ma ha una lunga storia di promesse non mantenute e c’è una faticosa mancanza di continuità. Ogni governo si è voluto inventare una sua politica sulla Cina che è durata lo spazio di un mattino. Quindi bisognerebbe per una volta cercare di avere qualcosa che abbia continuità. Questa esigenza è però costretta da un limite forte che non c’era 20 o 30 anni: la guerra fredda di fatto in corso. L’Italia è membro della Nato. Il Ministro della Difesa Crosetto ha detto che l’Italia non può trovare i soldi per gli aumenti di spesa della difesa previsti dalla Nato. Uno scivolone politico del governo in Cina potrebbe essere quindi tanto più pericoloso.

Dopo le decisioni del G7 quanto peserà sulla visita il comportamento di Pechino sul dossier Russia/Ucraina?

Naturalmente vedo grande e crescente preoccupazione per il ruolo della Cina di sostegno alla Russia. Senza questo impegno cinese e Nord Coreano la Russia sarebbe già crollata economicamente e militarmente da oltre un anno. D’altro canto questo impegno cinese a favore della Russia complica il rapporto dei paesi est europei con la Cina. Cioè più la Cina si coinvolge nella guerra in Ucraina più compromette i rapporti con l’Occidente e con l’Europa. Per la Cina però più dura la guerra in Russia meno diretto è lo scontro con gli Usa e l’occidente. Per la Cina è una “lose-lose proposition”, che ovviamente Pechino ufficialmente nega. Questo naturalmente è una complicazione per il viaggio di Meloni. Il cancelliere Scholz nella sua ultima visita l’anno scorso è stato meno di 24 ore a Pechino per segnalare una distanza, e la Germania è il maggior partner commerciale europeo. in Francia Macron ha voluto la Von der Leyen con sé per segnare una copertura europea a una attività commerciale (la vendita di aerei passeggeri). Meloni come ha pensato di affrontare questo rischio?

Sul piano dei rapporti bilaterali Giorgia Meloni può ragionevolmente contare su consistenti investimenti industriali cinesi in Italia o come è accaduto nel recente passato questa speranza si scontrerà con le posizioni di chiusura politica dei nostri principali alleati, Stati Uniti in primis?

Il diavolo è nei dettagli, e mai come ora i dettagli sono importanti. Gli stabilimenti di auto elettriche cinesi sono approvati da Ue e Usa? Senza queste approvazioni si rischia solo di sprecare tempo. Una fabbrica non si costruisce in due giorni, ma in anni. Fra qualche anno quale sarà l’atmosfera internazionale? Consentirà la vendita di queste auto? Quale sarà la proprietà dell’azienda e ci sarà trasferimento tecnologico da parte cinese e di cosa? Queste sono tutte domande che fanno o disfano il progetto.

Fonti qualificate parlano di una possibile svolta del prossimo plenum del Pcc nel campo della politica economica. Cosa possiamo aspettarci su questo fronte e pensi che l’Italia potrebbe trarne vantaggio?

Dobbiamo vedere due cose: cosa la Cina farà, e come il mercato interno reagirà ai cambiamenti, e come reagirà gli Usa e i paesi vicini. Io posso mettermi il vestito che mi sembra più bello per la festa ma se poi alla festa non piace che succede?

La Germania, la Francia e l’Italia si muovono in modo totalmente scoordinato nei confronti della Cina seguendo ciascuno la propria agenda e ignorando gli interessi degli altri partner europei. Giorgia Meloni – anche per il suo ruolo di presidenza in ECR – potrebbe (e dovrebbe?) secondo te svolgere un ruolo di mediazione tra le diverse agende nazionali per armonizzare le politiche europee verso la Cina?

Per mediare l’Italia dovrebbe saperne più di Francia o Germania. Cioè deve portare un valore aggiunto di conoscenze sul tavolo. E’ così? Altrimenti diventa una mediazione alla “volemose bene” non funziona. Meglio non provarci nemmeno, si perde la faccia.

La visita del Presidente del Consiglio sarà preceduta da una missione del Ministro Urso. In questi giorni si parla di nuovi dazi che Pechino sta preparando nel comparto agroalimentare con possibili seri danni per il Made in Italy. Pensi che Urso sarà in grado di evitare operazioni ostili verso i prodotti italiani?

Non lo so. Ma credo che il problema principale del commercio è che l’Italia ha un disavanzo di 40 miliardi con la Cina. Non è enorme ma nemmeno minuscolo. In caso di scontri commerciali in generale perde chi ha un surplus, non chi ha un deficit. Detto questo non è una semplice somma aritmetica. Il commercio è un animale estremamente complesso, ma usare dazi sul vino come ritorsione per tariffe su EV forse è mettere insieme cose molto diverse. Non conviene alla Cina.

I motivi che spingono Pechino ad alzare barriere doganali verso i vini italiani più pregiati sono gli stessi che hanno ispirato gli ostacoli alla importazione del cognac francese?

Io guarderei i volumi di queste esportazioni. Di quanto stiamo parlando? E cosa sono invece i volumi in ballo dalla Cina? Imposterei le cose in un altro modo. Non si possono mettere sullo stesso piano prodotti molto diversi. Si deve capire la logica complessiva che muove le nuove tariffe contro la Cina. Ho scritto un articolo sulla questione.  Il problema di fondo è che la Cina deve sviluppare il suo mercato di consumi interni. E’ un paese di 1,4 miliardi di persone che consuma meno di un mercato di 300 milioni come l’America o di 500 milioni come l’Europa. Si capisce che il paese ha bisogno di tempo per crescere e cambiare ma questo tempo non può essere infinito e ora siamo arrivati a una giuntura storica. Nessuno vuole peggiorare la situazione, per questo ci vuole grande collaborazione da parte cinese.

A 24 anni dall’ingresso nel WTO il controllo politico (del partito comunista e del governo) sul valore della moneta cinese e sulla libera circolazione sugli investimenti stranieri in Cina impediscono la realizzazione di un mercato basato su principi di una effettiva libera concorrenza. Come spieghi questa perdurante scelta conservatrice che rischia di avvantaggiare altre potenze emergenti come ad esempio l’India?

La questione è per la verità estremamente complessa, e non ci sono grandi scorciatoie. Con una battuta: la Cina è arrivata al punto di dovere portare avanti grandi riforme che sono economiche e politiche. Ma in queste grandi riforme oggi, diversamente dal passato quando non c’erano costi veri, i costi veri ci sono e di molti tipi. Vorrà pagare questi costi? E in cambio di cosa?

La settimana scorsa il Ministro Lavrov ha riunito per la prima volta in Russia i suoi colleghi Ministri degli Esteri nel Format Brics allargato. A tuo avviso il documento conclusivo articolato in 40 punti contiene aspetti significativi o non c’è niente di nuovo sotto il sole?

Di concreto non vedo molto. Vedo però un’altra cosa che occorre seguire con attenzione. Comunque vada con la Cina o la Russia c’è una stanchezza mondiale per il sistema attuale. Questo deve essere riformato e sarebbe meglio che ciò accadesse con gli attuali stockholders e non contro di loro. Oggi la Cina per una serie di sviste ed errori politici ed economici negli ultimi 20 anni ha spinto i vicini fra le braccia degli Usa. Ma questo non è spesso convinzione autentica, è solo che tra Cina e Usa tanti vicini alla fine preferiscono gli Usa. Gli Usa può accontentarsi della cosa oppure può cercare di trasformare questa occasione in un rapporto più intenso e vero. Non è facile ed è pieno di trappole. Ma se non accade, quando domani la Cina dovesse smettere di essere una minaccia, l’ordine mondiale rischia di essere più instabile di prima.

Tornando all’Italia qual è per te – da profondo conoscitore della realtà cinese – il settore di business in cui quantomeno in astratto la cooperazione industriale tra Italia e Cina potrebbe procedere in modo ottimale?

Di ottimale non c’è niente. Né ci sono formule magiche da adottare con lo stampino. Ogni business ha la sua logica. Il punto vero è che finora la politica è sempre stata distante dal business perché non ha davvero apportato valore aggiunto, ha spesso complicato le cose. La politica dovrebbe prepararsi a essere utile al business non di ostacolo. Ma per questo ci vuole capacità vera.

Forse si può aggiungere un aspetto: in questo momento così delicato è tanto più importante sottolineare il rapporto culturale profondo che unisce la Cina all’Italia. Esso è unico e particolare nel mondo occidentale. A questo proposito dovrebbe uscire in Cina (in cinese) in autunno la mia storia dell’Italia scritta apposta per il pubblico cinese. È una storia della penisola italiana come culla ed epicentro della civiltà occidentale per molti secoli. Vuole essere un filo rosso per i cinesi attraverso cui cercare di capire cosa è l’Occidente e la sua logica. Questo come italiani è forse un contributo particolare che possiamo offrire alla Cina e a tutto il mondo.

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