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Come nasce il progetto di riforma del Mes (e le insidie per l’Italia)

di

Bankitalia

Il punto sulla riforma del Mes: il Mes riformato si candida ad essere l’organo gestore delle crisi di debito pubblico nei prossimi anni. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Dicembre è, da almeno due anni, un mese decisivo per i rapporti tra Italia e UE.

A chi abbia voglia di capire come è nato il progetto di riforma del Mes e le insidie che nasconde (solo agli occhi di chi non vuole vederle, tanto sono evidenti), suggeriamo di seguire questa cronistoria che si intreccia in modo molto sospetto con lo scontro consumatosi tra l’autunno 2018 ed il luglio 2019 tra il governo Conte 1 e la Commissione Ue.

Ma andiamo con ordine e ricostruiamo i passaggi fondamentali della vicenda, come in un giallo di Agata Christie, dove l’unica vittima certa al momento è la volontà del Parlamento ed una legge (234 del 2012) che impone al Governo di tenerlo in considerazione.

  1. Eurogruppo 4 dicembre 2018: il “termsheet” di 3 pagine stilato dai ministri delle Finanze in quella riunione conteneva “in nuce” tutti gli elementi essenziali della riforma:
    1. Prestito – paracadute del Mes al Fondo di risoluzione delle crisi bancarie.
    2. Modifica delle condizioni di ammissione alla linea di credito precauzionale e, per differenza, a quella a condizioni rafforzate. Introduzione di parametri quantitativi.
    3. Tema della valutazione sostenibilità del debito e della capacità di rimborso da parte dello Stato membro. Introduzione della clausola di azione collettiva a voto unico da parte dei creditori di tutto lo stock di debito (CAC single limb).
    4. Rapporti tra Commissione e Mes. Con estensione del ruolo di quest’ultimo.
  2. L’Euro summit del 14 dicembre successivo approvava tutto (“Approviamo inoltre la lista di condizioni per la riforma del meccanismo europeo di stabilità (MES). Su tale base, chiediamo all’Eurogruppo di preparare le necessarie modifiche al trattato MES (compreso il sostegno comune al Fondo di risoluzione unico) entro giugno 2019”)
  3. Il 18 dicembre l’Italia, sotto la pressione dello spread a 300, si faceva praticamente riscrivere la legge di bilancio 2019 dalla Commissione che, con lettera del 19/12, accettava le modifiche avanzate dall’Italia e si impegnava a non aprire la procedura d’infrazione per debito eccessivo.

Non ci vuole particolare acume per comprendere come, in quelle condizioni di pressione politica, il ministro dell’epoca Giovanni Tria, si trovò in condizioni molto simili a quelli di De Gasperi alla conferenza di pace nel 1946 (“…sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato …”). Ai suoi colleghi di maggioranza che gli chiedevano conto di quelle decisioni, Tria continuò a ripetere per mesi che “si tratta solo di un termsheet, nulla è deciso”.

  1. Il 12 giugno 2019, finalmente il senatore Alberto Bagnai riusciva a guardare la bozza del testo riformando e, quando ne riferì le criticità a Matteo Salvini, partì l’ormai famoso “non firmiamo un cXXXX”.
  2. Eurogruppo 13 giugno 2019: è questo il secondo passaggio decisivo. Sempre in presenza del ministro Tria, si annunciava il raggiungimento di un ampio accordo sulla revisione del Trattato del Mes in esecuzione dell’accordo del dicembre 2018. Si annunciava altresì la prosecuzione dei lavori per la definizione del testo e degli altri aspetti legali, con la previsione di raggiungere un accordo su tutti gli aspetti entro dicembre 2019.
  3. Nel frattempo, la puzza di bruciato aumentava e finalmente il Parlamento prendeva coscienza della gravità del problema. Tutta sintetizzata in una risoluzione (Molinari – D’Uva 19 giugno 2019) che impegna il Governo “a render note alle Camere le proposte di modifica al trattato ESM, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato”.
  4. Due giorni dopo, in occasione dell’ Euro Summit del 21 giugno 2019, il Presidente Giuseppe Conte vendeva alla sua maggioranza come un grande successo la cosiddetta “logica di pacchetto”: cioè la riforma del Mes avrebbe dovuto essere approvata congiuntamente al nuovo bilancio per la competitività e la convergenza (BICC) ed alla garanzia comune sui depositi (EDIS).
  5. Il 4 luglio 2019, la Commissione accettava la capitolazione dell’Italia sul bilancio 2019 (il cui deficit/PIL si rivelerà poi pari al 1,6%, tra i più bassi degli ultimi 25 anni).
  6. Eurogruppo 4 dicembre 2019: esattamente 12 mesi dopo il primo accordo politico, questo organo informale dell’Eurozona (per l’occasione in formato inclusivo, cioè con i Paesi non euro), comunicava al Presidente dell’Euro Summit Charles Michel, di aver raggiunto un accordo “in principle” (in linea di massima) su tutto il pacchetto di documenti relativo alla riforma del Mes. Si prevedeva di firmare il Trattato riformato all’inizio del prossimo anno.
  7. L’11 dicembre 2019, arrivava la risoluzione di maggioranza 6-00091 (Perilli, Marcucci, Faraone, De Petris) a ricordare al Governo quanto già noto da tempo: “mantenere la logica di pacchetto”; “escludere interventi di tipo restrittivo sulla detenzione di titoli sovrani da parte di banche”; “assicurare il pieno coinvolgimento del Parlamento in tutti i passaggi del negoziato sul futuro della UE e sulla conclusione della riforma del Mes”; “prevedere il pieno coinvolgimento del Parlamento in una eventuale richiesta di attivazione del Mes”.
  8. All’Euro Summit del 13 dicembre 2019, Conte accoglieva “con favore” le conclusioni dell’Eurogruppo del 4/12 ed il comunicato finale recitava: “incarichiamo l’Eurogruppo di continuare a lavorare sul pacchetto di riforme del MES – fatte salve le procedure nazionali – e di proseguire i lavori su tutti gli elementi dell’ulteriore rafforzamento dell’unione bancaria, su base consensuale.”
  9. Il 20 gennaio 2020, l’Eurogruppo confermava la necessità di dedicare ancora qualche settimana di lavoro a limare gli ultimi dettagli sulle CAC e si riprometteva di raggiungere l’accordo finale a marzo a cui far seguire subito la firma del Trattato riformato.
  10. Il 16 marzo 2020, l’Eurogruppo ribadiva che erano rimasti sono alcuni aspetti di tipo legale da chiarire con riferimento all’accordo già raggiunto a dicembre, ma ormai la scena era stata presa dal Covid e si rimandava la finalizzazione della riforma “a tempi migliori”.

A chi ha avuto la pazienza di seguire questa cronistoria, non possono sfuggire le seguenti conclusioni:

  1. La fase decisiva, quella tra dicembre 2018 e giugno 2019, si è svolta sotto la minaccia della procedura d’infrazione per debito eccessivo, minaccia sventata solo il 4 luglio 2019. Non a caso passarono solo circa 40 giorni ed il governo Conte 1 cadde.
  2. Gli elementi essenziali della riforma del Mes, quelli più pericolosi per il nostro Paese sono ben definiti almeno da dicembre 2018, con il Parlamento che praticamente non ha toccato palla sul tema. I parlamentari possono sempre consolarsi sapendo che anche il Governo, come organo collegiale, non ha avuto un grande ruolo.
  3. Arrivati a questo punto, l’Eurogruppo di oggi pomeriggio ben poco potrà cambiare rispetto a tutto quanto già definito. Il confronto parlamentare del 9/12 con le comunicazioni del Presidente Conte ed il voto su una risoluzione di maggioranza, seguito dall’Euro Summit del 11/12, costituirà probabilmente l’ultimo passaggio utile per poter fermare un treno ormai lanciato a velocità troppo alta per poterlo arrestare.

Come è accaduto troppo spesso in quasi 30 anni di storia dell’Unione Europea, ci ritroviamo ad accettare decisioni potenzialmente molto dannose per il futuro dell’economia del nostro Paese, senza aver avuto un minimo di dibattito almeno nelle sedi istituzionali competenti. Per non parlare dell’opinione pubblica che brancola nel buio o è ammorbata dalla più becera propaganda.

Il Mes riformato si candida ad essere l’organo gestore delle crisi di debito pubblico nei prossimi anni e non è difficile prevedere chi sarà il suo primo cliente, anche e soprattutto a causa di regole che faciliteranno la caduta in disgrazia del nostro Paese agli occhi dei mercati.

Se nei due rami del Parlamento c’è ancora qualcuno che tiene al futuro dell’Italia, in questi giorni ha l’occasione per dimostrarlo.

Qui si fa l’Italia o si muore.

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