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Come mai la riconversione islamica di Santa Sofia non ha interessato i giornali

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Santa Sofia

Il corsivo di Teo Dalavecuras sulle reazioni alla decisione di Erdogan di restituire Santa Sofia al culto islamico

 

Voluta dall’imperatore Giustiniano – che non ha lasciato al mondo occidentale solo la più importante codificazione giuridica di tutti i tempi ma anche questo edificio emozionante come pochi – inaugurata nel 537 d.C. e destinata a far da prototipo a secoli di basiliche cristiane e di moschee islamiche – Santa Sofia di Costantinopoli il 24 luglio ridiventa moschea, dopo essere stata il principale luogo di culto cristiano per i primi cinque secoli della sua lunghissima esistenza e poi cristiano ortodosso dopo lo scisma del 1054, fino al 1453. Poi altri cinque secoli di “servizio” all’Islam durante il dominio ottomano e infine, dal 1935, luogo non più di culto religioso ma di culto della memoria umana, museo: frutto, quest’ultima trasformazione, della decisione di uno dei pochissimi autentici rivoluzionari del XX secolo, Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Turchia moderna.

Comprensibilmente la decisione di Recep Tayyip Erdogan di restituire Santa Sofia al culto islamico, che ha gettato nella prostrazione il mondo cristiano ortodosso e ha “addolorato” papa Francesco non ha emozionato più di tanto l’opinione pubblica occidentale. Nella newsletter che presenta l’edizione del giorno, le due principali testate nazionali non si sono sforzate: Repubblica, con due interviste importanti e un articolo di Roberto Saviano da presentare, non aveva proprio spazio, il Corriere ha “linkato” un articolo (di qualità, come sempre) di Andrea Riccardi del 2 luglio.

Nel marzo di un anno fa, a un gruppo di fedeli islamici che reclamava la trasformazione in moschea di Santa Sofia (Aghia Sofia in greco e, con minimo sforzo di fantasia Agiasofià in turco) Erdogan rispose gelidamente che queste decisioni si prendono valutando benefici e costi, e lui non sarebbe cascato nelle trappole tese dai suoi nemici. Evidentemente in quest’ultimo anno qualcosa è cambiato: che cosa, lo lasciamo decidere agli specialisti di geopolitica, un ceto professionale che sta rischiando di affollarsi come quello dei geologi ai tempi di Enrico Mattei.

Dal punto di vista ideologico, non c’è da scervellarsi, men che meno da “stupirsi” – come anche questa volta è accaduto secondo lo stantio copione massmediatico. Il leader turco, il cui stretto legame con i Fratelli Mussulmani è conclamato, da molto tempo sta procedendo al metodico ribaltamento del regime laico edificato da Mustafa Kemal sulle ceneri dell’impero Ottomano, e se qualcuno ancora dubitasse del fastidio che arreca a Erdogan l’ombra lunga del fondatore della Turchia moderna, dovrebbe bastare il palazzo presidenziale di Ankara, dal costo sicuramente superiore ai mille miliardi di dollari; ma non è il costo, va detto, il dettaglio più significativo, bensì il fatto che il mastodontico edificio sia stato costruito nell’area del “bosco Atatürk”, un parco voluto e dedicato dal fondatore della repubblica turca al suo popolo, un luogo dove per evidenti motivi simbolici non si sarebbe dovuto costruito neppure un gazebo e infatti nulla è mai stato costruito prima fino alla decisione del nuovo sultano. E se nemmeno questo bastasse, c’è un altro “dettaglio”. La riconversione a moschea di Santa Sofia non è stata decisa solo in omaggio alla fede religiosa prevalente nel paese, ma anzitutto per un motivo “legale”: secondo i giureconsulti di Erdogan la deliberazione con la quale la basilica fu trasformata da Atatürk in museo era illegittima, in quanto ledeva i diritti di una fondazione risalente a Maometto II il Conquistatore: un’ulteriore implicita ma oltraggiosa sberla alla memoria del capostipite della Turchia secolarizzata, che con questo gesto scende un altro po’ nella fossa dell’oblio.

La coerenza dell’ideologia del regime confessionale dell’autoritario (autoritario ma non dittatoriale, preciserebbe Paolo Mieli) presidente della Turchia in veste di nuova potenza regionale non potrebbe essere più evidente, sicché le manifestazioni di sorpresa o di sdegno provenienti dall’Europa dovrebbero esserci risparmiate: come nel processo civile per i procedimenti d’urgenza, così anche nell’universo dei media per gli eventi messi in scena, vale la regola che, passato un certo tempo, né l’urgenza né lo sdegno stupito sono più credibili.

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