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Come l’Ocse giudica le politiche italiane del lavoro

di

lavoro

L’approfondimento di Alessandra Servidori

Uno studio dell’Ocse pubblicato a metà maggio evidenzia i problemi che il nostro paese ha in materia di politiche del lavoro.

La relazione sull’Italia è il sesto studio nazionale pubblicato in una serie di relazioni che esaminano il modo in cui le politiche collegano le persone con l’occupazione e come le politiche attive del mercato del lavoro in Italia — sia a livello nazionale sia regionale — si sviluppano, concentrandosi in particolare sul processo di riforma nel sistema dei servizi pubblici per l’occupazione avviato dai recenti processi riformatori.

La riforma in corso avrebbe un buon potenziale per migliorare le prestazioni dei servizi per l’impiego, ammesso che le parti interessate del sistema cooperino per stabilire un quadro di gestione delle prestazioni vincolante e sviluppare la rete infrastrutturale IT nazionale a sostegno degli uffici locali per servire le persone in cerca di lavoro e  contemporaneamente i datori di lavoro. L’Agenzia nazionale per le politiche attive del mercato del lavoro ha un ruolo chiave nell’incoraggiare la cooperazione tra le parti interessate, guidando lo sviluppo di nuovi strumenti e metodologie e sostenendo così gli uffici locali per l’occupazione nell’attuazione del nuovo modello di servizio.

Oltre al processo generale di riforma, la revisione esamina alcuni approcci specifici per quanto riguarda la fornitura della rete dei servizi per l’occupazione, utilizzando strumenti di profilazione in cerca di lavoro per indirizzare le politiche attive del mercato del lavoro; aumentare la qualità e la capacità dei servizi per l’impiego in stretta collaborazione con i servizi privati  raggiungere i datori di lavoro e far progredire i servizi sul lato della domanda.

Dallo studio emerge che la spesa pubblica per le politiche attive è troppo bassa e la spesa per le politiche passive, pari al 1,29% del Pil, troppo elevata. Elevata rispetto alla media Ocse (pari allo 0,79% nel 2015) e poco efficace, in quanto in Italia solo l’8,5% dei disoccupati nel 2016 ha ricevuto sussidi di disoccupazione, la quota più bassa dopo la Repubblica Slovacca.

Secondo i dati Ocse, i costi salariali reali aumentano mentre la produttività totale dei fattori è diminuita negli ultimi vent’anni in media dello 0,2% all’anno, posizionando il mercato del lavoro italiano tra i peggiori dei paesi Ocse. Il tasso di disoccupazione tra i 15 ed i 74 anni è relativamente alto (pari all’11,2%). Risulta, invece, basso quello di occupazione (pari al 50,6% nel 2017). Seppur il tasso di occupazione delle persone in età da lavoro si avvicina nuovamente al suo livello pre-crisi, quello di disoccupazione rimane ben al di sopra, il terzo più alto tra i paesi Ocse. Inoltre, L’Italia con il 6,5% nel 2017 condivide la seconda posizione insieme alla Repubblica slovacca in termini di quota di disoccupazione di lunga durata, appena dietro la Grecia.

L’Ocse punta poi il dito su occupazione e divari di genere italiani. I dati parlano chiarissimo: nel 2017 il 75% degli uomini tra i 15 e i 64 anni era attivo sul mercato del lavoro mentre delle donne solo il 56%, contro il 46% del 2000. Altri paesi dell’Europa meridionale, che hanno avuto una partecipazione femminile simile in passato, si sono evoluti molto più velocemente (70% delle donne in età lavorativa partecipano alla forza lavoro in Spagna ed il 60% in Grecia).

Ad oggi, le prospettive del mercato del lavoro per le donne sono ancora in ritardo rispetto a quelle per gli uomini. Un quarto di tutte le donne in età lavorativa afferma che la ragione della loro inattività sia la carenza di istruzione e formazione. Più di una donna su dieci dichiara, poi, di essere fuori dalla forza lavoro a causa dei doveri familiari, mentre solo meno di un centinaio di uomini in età lavorativa percepisce i doveri familiari come principali barriere alla partecipazione alla forza lavoro.

La parte più interessante  della ricerca che vale la pena di leggere attentamente riguarda la situazione dei servizi di collocamento ovvero i Centri per l’impiego. Il dato più sconcertante è relativo ad età e livello di istruzione negli uffici pubblici di collocamento: poco più di un quarto del personale (27,9%) ha un’istruzione terziaria, mentre la maggioranza ha un diploma di scuola secondaria superiore e una parte sostanziale del personale ha un’istruzione secondaria inferiore (12,3%). Incide, poi, sul quadro delineato un turnover del personale molto basso. Da una panoramica su scala nazionale emerge come in Umbria e in Sardegna più della metà dei membri dello staff abbiano titoli di studio universitari, contro il 15% di Basilicata, Sicilia e Puglia. Emerge come il livello di istruzione tenda ad essere più basso nelle Regioni dove anche il numero di addetti dei Cpi risulta inferiore, andando ad aggravare ulteriormente la mancanza di risorse umane sufficienti e la fornitura di servizi adeguati.

Secondo l’Ocse, l’Italia trarrebbe vantaggio da un’allocazione più efficace delle sue risorse umane, infatti, la percentuale di personale dei servizi pubblici per l’impiego dedicato all’assistenza delle persone in cerca di lavoro è solo del 30% (al quartultimo posto tra i paesi dell’Ocse) contro l’80% della Svezia che si posiziona al primo posto.

Nel modello italiano un’ampia parte del personale è sopraffatta da compiti amministrativi, di fatto l’impostazione dei processi non lascia spazio ad attività di consulenza e attivazione di persone in cerca di lavoro o volte a facilitare l’incontro tra domanda e offerta.

La relazione evidenzia l’assenza di un valido sviluppo di strumenti veri di profilazione che servono ad orientare le politiche del mercato del lavoro eccetto poche regioni e comunque in maniera difforme. Nel 2015 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali sviluppò il primo modello nazionale di profiling quantitativo all’interno di Garanzia Giovani, estendendone, poi, l’applicazione a tutte le persone in cerca di lavoro presso i Cpi.

Nel 2017, Anpal ha elaborato un modello  in cooperazione con le regioni ed ora sta affinando uno strumento per mappare le competenze dei jobseekers italiani, integrandone l’utilizzo da parte dei centri per l’impiego con il PIAAC “Programme for the International Assessment of Adult Competencies”, sviluppato dall’Ocse.

Va ricordato però che l’iniziativa dei navigator messi sul mercato del lavoro in concomitanza con il reddito di cittadinanza non aiuta a progredire sul piano della profilazione delle politiche attive italiane, poiché ancora oggi si nota un’accentuata discrezionalità dell’operatore pubblico nella scelta della misura adatta alla persona, con troppo margine di errore per poter garantire una profilazione “qualitativa”. Quest’ultima si distingue da quella quantitativa per quanto riguarda i  jobseekers e nella gran parte dei paesi Ocse sembra essere proprio la combinazione di questi due approcci.

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