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Come le Regioni europee vogliono mettere il becco nel Recovery Plan

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regioni europee

Che cosa chiedono le Regioni (tra cui il Lazio presieduto da Zingaretti) sul Recovery Plan. Il punto di Enrico Martial

Nella confusione nazionale della preparazione del nostro Piano di Resilienza e Ripresa, si aggiunge la presa di posizione delle Regioni europee, con una lettera che è stata sottoscritta anche da tre Presidenti italiani che per le loro funzioni ne rafforzano il valore politico: si tratta infatti di Nicola Zingaretti, che oltre a guidare la Regione Lazio, come segretario del PD è un grande azionista del governo nazionale, di Stefano Bonaccini, Presidente dell’Emilia Romagna che guida anche la  Conferenza delle Regioni italiane e le rappresenta, di Arno Kompatscher, che dalla Provincia autonoma di Bolzano contribuisce con la sua firma alla voce delle regioni e province a Statuto speciale. Della lettera bisogna prendere buona nota, perché da metà dicembre è iniziata a circolare con relativa importanza, come una specie di punto di partenza della pressione regionale in Europa per il 2021, in cui i Recovery Plan nazionali vedranno la luce. Tra le altre 24 regioni firmatarie diverse sono di peso, tra cui le Fiandre e la Vallonia belghe, il Baden-Württemberg, la Baviera, il Land dell’Hessen, la regione polacca di Wielkopolska, tre regioni spagnole tra cui i Paesi Baschi e la Catalogna.

La Joint letter of European Regions regarding the European Recovery Plan è stata indirizzata ai presidenti della Commissione (Ursula von der Leyen), del Consiglio (Charles Michel), del Parlamento europeo (David Sassoli), delle presidenze di turno dell’Unione, Angela Merkel perla Germania, Antonio Costa per il Portogallo e Janez Janša per la Slovenia, insieme ad altri cinque commissari europei, ai quattordici vicepresidenti del Parlamento europeo, ai tre presidenti delle commissioni parlamentari interessate, e al presidente del Comitato delle regioni, il greco Apostolos Tzitzikostas.

La lettera chiede il riconoscimento e afferma la centralità del livello regionale nella realizzazione del Recovery Plan europeo – che vale 750 miliardi di euro – considerata la stessa diversità dell’Unione, sia territoriale, sia istituzionale (per l’articolazione interna delle competenze) sia per le differenti situazioni socio-economiche e per i settori di competitività. D’altra parte, sottolinea la lettera, le regioni europee hanno acquisito esperienza e capacità nelle azioni di sviluppo (per esempio, va detto che la Polonia ne è un caso di successo), hanno affrontato direttamente la crisi sanitaria con misure proprie, anche di ripresa economica. L’approccio “unico” per il Recovery Plan, cioè statalista e verticale, sarà quindi da evitare.

Già a settembre, in Italia, il Governo aveva chiesto alle Regioni dei contributi per la preparazione del Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR), ma in modo generale, per “progetti” e non per strategie, e che fossero “pronti” (nel linguaggio tecnico si parla di “progetti sponda”), con una priorità quindi per la capacità di spesa, e non per  il raggiungimento di obiettivi condivisi. Dunque mancavano le quantificazioni assegnate per le priorità europee (Green Deal e transizione digitale), con uno schema comune ancora fragile e poco interiorizzato, e cioè le Linee guida. Lo stesso lavoro del Comitato interministeriale per gli affari europei (CIAE) è restato troppo chiuso nelle stanze ministeriali, con un effetto di isolamento del processo di elaborazione.

In questo modo a Roma sono arrivati progetti che si possono definire quantomeno variegati – alcuni già in linea con il recovery europeo, sull’Agenda digitale o l’idrogeno, ma altri costruiti come per un elenco della spesa, fino al letto d’ospedale da sostituire, e comunque con il rischio di spendere il funzionamento e non per l’investimento. La risposta del governo è stata finora di nuova centralizzazione, con la proposta di task force del Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, e un meccanismo di gestione sul modello Invitalia, del tutto verticale.

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