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Come il voto degli americani all’estero può influenzare le Midterms 2018

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L’approfondimento di Fabio Vanorio sulle Midterms statunitensi previste per il 6 novembre

L’aspro confronto elettorale delle Midterm statunitensi previste per il 6 novembre prossimo si sta avvicinando con tutto il suo peso politico, economico e sociale. Mentre nella macchina organizzativa elettorale di ciascuno dei due Partiti, Repubblicano e Democratico, la componente interna rappresenta il core business, spesso il bacino elettorale all’estero viene trascurato.

Per gli americani che vivono all’estero, attualmente nessuno dei due partiti, Repubblicano e Democratico, dispone di una infrastruttura istituzionale per la mobilitazione elettorale, ma solo di network attivisti.

Democrats Abroad è una organizzazione politica internazionale, che partecipa con propri delegati alle convention del DNC (Democratic National Committee) in maniera analoga ad altri Stati degli Stati Uniti. L’organizzazione è composta da 45 comitati nazionali e i suoi 140.000 membri vivono in oltre 190 paesi. L’organizzazione ha contatti con centinaia di migliaia di elettori americani che donano, e partecipano agli eventi dei Democratici all’Estero.

Republican Overseas presenta una organizzazione più recente di Democrats Abroad essendo stata fondata nel 2013 ma in forte espansione con grande impiego di social media. Diversamente dai Democratici, non invia propri delegati alle convention del RNC (Republican National Committee).

Entrambi i network disseminano informazioni perlopiù a beneficio di coloro che si preoccupano di partecipare o di mantenersi informati sulle attività dell’organizzazione. Questo aspetto puà rappresentare un ostacolo nell’incentivazione al voto in quanto tralascia una parte di elettorato “passivo” (ma presente), comunque intenzionato a votare ma che non può esprimere agevolmente la propria preferenza a causa di uno scarso attivismo.

Negli Stati Uniti, il voto dall’estero necessità della manifestazione di volontà a votare, nonché della spedizione del voto che, altrimenti, risulta assente. La U.S. Election Assistance Commission ha riferito che nel 2016 il numero totale dei voti trasmessi all’estero è stato pari a 930.156, con solo il 68,1% (633.592) restituiti. Il numero di schede trasmesse oltreoceano è aumentato del 23% dal 2012 al 2016.

Una parte significativa di questo aumento è stata registrata nelle schede in Illinois, nel New Jersey e Washington. In occasione delle attuali Midterms, solo questi tre stati rappresentano 10 seggi detenuti dai Repubblicani, definiti “seggi altamente competitivi” dal Cook Political Report. Considerato che per riconquistare la House a novembre i Democratici devono ribaltare almeno 23 seggi repubblicani, questo aspetto è una dimostrazione di quanto il voto all’estero possa avere un peso significativo nelle Midterms.

Pur non esistendo un resoconto formale delle dimensioni della comunità degli espatriati, nel 2016 il Dipartimento di Stato ha stimato questa popolazione in 9 milioni di persone, superiore a quella di 40 Stati degli Stati Uniti. Molti elettori espatriati provengono da Stati come la California o New York – tradizionalmente Democratici – ma a questi si affiancano la Florida e l’Ohio, meno scontati nella preferenza elettorale. Anche se il numero di elettori stranieri sembra relativamente modesto, la potenziale influenza non è indifferente, e ciò ha trovato riscontro anche nel passato.

Nel 2000, i voti della Florida dall’estero hanno consentito a George W. Bush l’affermazione nelle elezioni presidenziali contro Al Gore. Qualche anno dopo, nel 2006, Jim Webb ha ottenuto la vittoria in Virginia grazie ai voti degli Expats, che consegnarono il controllo del Senato ai democratici. Nel 2008, l’ex-democratico senatore democratico del Minnesota, Al Franken, è stato eletto con voti della comunità all’estero.

Secondo il Rothermere American Institute, rappresentativo della comunità statunitense all’Università di Oxford, l’orientamento Democratico degli Expats è da considerarsi “sproporzionatamente” superiore. Secondo l’Istituto, “gli espatriati tendono ad abbracciare politiche internazionaliste, che collocano il protezionismo e il nazionalismo dell’amministrazione Trump in conflitto con i loro interessi.” Ciò ha portato ad un aumento dell’attivismo Democratico all’estero – dai manifestanti che marciavano intorno alla piazza di Buenos Aires ai manifestanti anti-Trump in città internazionali come Guadalajara e Sydney.

In tal senso, il ruolo degli ambasciatori neo nominati dal Presidente Trump sarà importante. Come considerazione meramente oggettiva, rileviamo che, secondo l’Ambassador Tracker su 188 posizioni nel mondo, in due anni l’Amministrazione Trump ne ha modificate 127 (il 67.5%), di cui il 52% di carriera ed il 48% di nomina politica, coprendo Paesi di grande rilevanza strategica tra cui Afghanistan, Algeria, Argentina, Armenia, Austria, Azerbaijan, Bahrain, Belgio, Canada, Cina, Emirati Arabi, Francia, Germania, Giappone, India, Israele, Italia, Kazakhstan, NATO, Norvegia, OECD, ONU, Polonia, Russia, Santa Sede, Sud Corea, Spagna, Svizzera e Liechtenstein, Regno Unito, Ungheria, Unione Europea, e Yemen.

Inoltre, il vantaggio rilevato dal Rothermere American Institute per i Democratici potrebbe trovare un serio ostacolo in Europa nella nuova regolamentazione comunitaria GDPR (General Data Protection Regulation). La GDPR è diventata norma di legge nell’Unione Europea il 25 Maggio scorso e impone a soggetti giuridici la protezione dei dati personali di coloro con i quali si interagisce.

A causa della regolamentazione GDPR, molti elettori americani residenti in Europa non possono disporre di un adeguato accesso ad un’informazione locale relativa alle loro zone d’origine negli Stati Uniti a causa della mancata compliance dei siti web delle testate giornalistiche di quelle aree. Per tradizione l’elettore statunitense è molto informato precedentemente ad ogni consultazione elettorale che lo riguardi. La sua preferenza è sempre accompagnata da grande consapevolezza nei confronti di candidati e programmi. Il non poter accedere a fonti sconosciute ai più ma di dettaglio per i nativi di quelle zone d’America sicuramente rappresenterà un aspetto di rilievo sia nella scelta del voto che nella stessa propensione all’esercizio del voto.

 

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Fabio Vanorio è un dirigente del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Attualmente vive a New York e si occupa di mercati finanziari, economia internazionale ed economia della sicurezza nazionale. È anche contributor dell’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”.

DISCLAIMER: Tutte le opinioni espresse sono integralmente dell’autore e non riflettono alcuna posizione ufficiale riconducibile né al Governo italiano, né al Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale.

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