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Come i giovani si stanno liberando dalle gabbie ideologiche

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 Il paper del Centro Studi Machiavelli, un think tank sempre più attivo presieduto da Daniele Scalea, curato da Francesco Giubilei

Fino a poco tempo fa non pochi commentatori affermavano che la forza dei partiti “sovranisti” e “antieuropeisti” era in Italia soprattuto una questione demografica. Essendo ormai le generazioni adulte o anziane la maggioranza in un Paese che ha l’età media dei suoi abitanti fra le più alte al mondo, per l’effetto congiunto dell’allungamento della vita e della scarsa natalità, ed essendo queste generazioni generalmente “risentite” e “rabbiose” per aver visto scendere negli ultimi anni il loro tenore di vita, era gioco forza, secondo questi opinionisti, che esse si rivolgessero a partiti nuovi come costituzione ma che avevano la testa all’indietro, rivolta a un passato che non c’è più.

I giovani però, secondo costoro, guardavano al futuro, il quale non poteva non essere che quello di una Europa unita, politicamente corretta, con norme uguali per tutti perché eticamente “superiori”, con sempre più diritti e con individui “neutri” in tutti i sensi perché liberi di creare e disfare continuamente e arbitrariamente la propria identità. Individui con una libertà così assoluta che non poteva non fondarsi che su un nulla di senso. Un relativismo e un nichilismo assoluti che, come sa chi se ne intende, non potevano che sfociare in contraddizioni profonde fino a contraddire nel suo contrario quella stessa libertà di cui ci si voleva fare paladini. Che le cose non stiano proprio così, e che sia anzi vero il contrario, lo dimostrano i dati e le analisi contenute in un paper del Centro Studi Machiavelli, un think tank sempre più attivo presieduto da Daniele Scalea.

Il documento, uscito questa settimana, è stato redatto da Francesco Giubilei, uno dei più giovani e influenti intellettuali italiani. Dalla sua lettura si evince che, mentre in Europa il voto giovanile è confluito in parte rilevante verso le forze ambientaliste, in Italia i movimenti “sovranisti”, in particolare Lega e Fratelli d’Italia, hanno preso una percentuale di voti addirittura superiore a quella generale fra coloro che sono nati dopo il 1997 (la cosiddetta “generazione Z”). Anche fra costoro, fra l’altro, il crollo del Movimento Cinque Stelle è stato verticale.

Giubilei individua quattro “macromotivazioni” che hanno indirizzato i giovani verso i “sovranisti”: 1) La presenza di un leader forte, empatico e ritenuto vicino alle persone; 2) l’utilizzo di una comunicazione social vincente facendo arrivare i messaggi direttamente ai giovani senza intermediazione; 3) la comunicazione sui social network non sarebbe sufficiente se non affiancata da una costante presenza sul territorio e nelle piazze 4) le motivazioni socio-economiche legate alle prospettive dei giovani italiani e del contesto lavorativo con cui si devono rapportare”. In particolare, mi sembra interessante la connessione individuata fra le piazze virtuali e quelle reali, laddove la sinistra non ha capito la potenzialità, anche in senso reale, delle nuove forme di comunicazione di massa. I social saranno sempre più un mezzo fondamentale nella ricerca e organizzazione del consenso: esorcizzarli o trattarli con superiorità è sbagliato prima di tutto da un punto di vista politico (qualche leader si è addirittura vantato di non usarli).

Si può poi osservare come le motivazioni del successo siano fattori concreti e non ideologici, e questo mi sembra molto importante: il segnale positivo che ci arriva dai giovani delle ultime generazioni. Nel “lungo Sessantotto” italiano i giovani, per natura anticonformisti e ribelli, indirizzavano le loro idee e pratiche politiche verso forze e stilemi di pensiero e di azione “di sinistra”. Con il risultato di contribuire a rinsaldare, senza accorgersene e pensando di fare il contrario, proprio quel conformismo ideologico che è stata la cifra dell’Italia degli ultimi decenni. Quell’Italia che ancora va in piazza a sfidare gli improbabili “fascismi” che vede sotto gli occhi a cagione soprattutto dell’interesse di ben noti e potenti centrali culturali e politiche. Che oggi i giovani mandino il messaggio di cominciare a sentirsi liberi da quelle “gabbie ideologiche”, “sovranismo” o non “sovranismo”, credo che sia comunque una buona notizia. Un risultato da apprezzare e un processo da incoraggiare.

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