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Come gli economisti in Germania plaudono ai prestiti del Recovery Fund

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I commenti dei maggiori centri studi economici in Germania che in parte hanno avuto un ruolo nella definizione della strategia europea di Merkel. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

Che la sponda dei principali istituti economici tedeschi sia stata decisiva per il cambio di rotta di Angela Merkel nella gestione della crisi pandemica rispetto alle crisi precedenti viene confermato dalle reazioni dei loro presidenti all’indomani dell’accordo di Bruxelles. “È uno storico cambio di paradigma”, per il capo dell’Istituto dell’economia globale Ifw di Kiel, Gabriel Felbermayr. “Una comune reazione solidale alla crisi”, sostiene il presidente dell’Ifo di Monaco Clemens Fuest. E il responsabile dell’Istituto economico tedesco Diw di Berlino Marcel Fratzscher si spinge più avanti: “Il programma potrebbe essere la pietra angolare di un’unione fiscale europea”.

Persino Lars Feld, il presidente del Sachverständigenrat, il Consiglio dei cinque esperti economici del governo, sempre catalogato dalla stampa europea nella categoria ornitologica dei falchi, non si scompone più di tanto descrivendo l’approvazione del Recovery Fund come un passo dell’Unione Europea “verso uno Stato federale”. Anche se appare preoccupato della capacità dei paesi indebitati di ridurre il debito pubblico.

Tante e diverse reazioni, nella maggioranza positive, chiudono il cerchio che si era aperto in primavera, quando gli istituti tedeschi presentarono i loro suggerimenti al governo sulla base delle prime stime dell’impatto della crisi del covid-19 sulle economie europee. E giunsero unanimemente alla conclusione che questa volta si trattava di una crisi diversa, capace di far saltare in aria alcuni Stati membri, l’euro e alla fine l’intero complesso dell’Ue. In un contesto segnato dal crescente conflitto Usa-Cina, dalla fine della stagione d’oro della globalizzazione, dalle guerre commerciali e, per l’Ue, dalla Brexit, gli stessi cultori delle politiche di austerity si erano convertiti a una sorta di neo-keynesismo. Qualcuno aveva esplicitamente infranto il tabù degli eurobond, tutti avevano invitato Angela Merkel a non lesinare aiuti ai paesi più colpiti, specie quelli legati alla filiera produttiva tedesca, come Italia e Spagna.

FRATZSCHER (DIW): PIETRA ANGOLARE DI UN’UNIONE FISCALE EUROPEA

“Il piano di ricostruzione europeo con un volume complessivo di 750 miliardi di euro è un successo più grande di quel che appare a prima vista”, ha commentato Fratzscher del Diw, forse l’unico fra i presidente dei grandi istituti a non aver sempre condiviso le posizioni rigoriste. “Non si tratta solo di trasferimenti e prestiti per coprire i buchi economici creati dalla pandemia. Il Recovery Fund crea un nuovo strumento per affrontare insieme i compiti europei2, ha aggiunto, “è il punto di partenza per una trasformazione nella difesa del clima e nella digitalizzazione e può attrezzare l’economia europea in vista di future crisi”. Per Fratzscher il cammino è appena iniziato: “Il programma potrebbe costituire la pietra angolare di un’unione fiscale europea, perché per la prima volta si ammette in maniera esplicita che i trasferimenti fiscali sono necessari per far avanzare l’Europa e che per questo scopo è ragionevole anche indebitarsi”.

Il capo del Diw conosce bene i borbottìi in Germania per il tema della condivisione dei debiti: il governo può anche aver trovato conveniente cambiare rotta, ma l’opinione pubblica così come parte dei politici e dei media restano, come dire, frugali: “Anche se molti qui si lamenteranno, il compromesso raggiunto è un notevole vantaggio, anche per la Germania”, ha concluso Fratzscher, “di fronte ai comportamenti sempre più nazionalisti di Cina e Usa, possiamo difendere i nostri interessi solo come parte di un’Europa più forte. Ora si tratta di passare dai documenti scritti alla pratica. Allora Merkel e Scholz avranno ottenuto un grande successo proprio all’inizio del semestre tedesco di presidenza europeo”.

FELBERMAYR (IFW): VERSO UNA COMPETENZA FISCALE DELL’UE

“I quattro paesi frugali non hanno potuto impedire che l’Ue per la prima volta si indebitasse”, ha fatto eco il presidente dell’Ifw di Kiel Gabriel Felbermayr, “si sta chiaramente andando verso una competenza fiscale dell’Ue”. Un passaggio reso possibile proprio dalla Brexit, che per la prima volta si riflette positivamente sull’Europa: “Con il Regno Unito una tale decisione sarebbe stata inimmaginabile”. Per l’economista tedesco sarebbe un errore minimizzare il volume di 390 miliardi di euro delle sovvenzioni: “La somma è sempre pari al Pil dell’Austria”. Il rimborso dei debiti peserà per decenni sui bilanci Ue, ha osservato Felbermayr, e questo spingerà l’Ue a cercare nuove fonti finanziarie: “Per i paesi contribuenti netti, in particolare per la Germania, l’appartenenza all’unione Europea diventerà tuttavia più cara”. È però corretto che l’erogazione degli aiuti sia significativamente legata alla gravità della recessione che la pandemia sta causando ai diversi paesi membri e non al livello delle prestazioni economiche prima della crisi.

L’aspetto negativo è invece legato alla riduzione dei finanziamenti per digitalizzazione e green economy rispetto alle ambizioni iniziali: “Specie nel settore della ricerca, i tagli sono spiacevoli”.

FUEST (IFO): SALTO DI QUALITA’ RISPETTO ALL’EUROCRISI

Nel coro dei soddisfatti rientra anche il presidente dell’Ifo di Monaco, Clemens Fuest. “È positivo che gli Stati dell’Unione siano riusciti ad accordarsi su una reazione comune e solidale alla crisi”, ha detto Fuest, “un segnale di solidarietà ma anche di capacità di agire e una chiara differenza rispetto alla reazione durante l’eurocrisi. Allora, è l’opinione di Fuest, vennero concessi prestiti legati a condizionalità di vasta portata, mentre il Recovery Fund sostiene la ripresa economica dei paesi più colpiti dalla crisi pandemica rendendo i trasferimenti quasi senza condizionalità.

È vero che i 390 miliardi di sovvenzioni avranno effetto nei prossimi anni e non potranno fungere da pacchetto di stimolo diretto, “ma essi cambieranno le aspettative attuali di aziende, consumatori e investitori sui mercati dei capitali e in questo modo stanno già sostenendo la ripresa economica nei paesi più colpiti dalla crisi”.

Meno efficaci, almeno per molti dei paesi Ue, saranno i 360 miliardi di prestiti, giacché molti Stati possono già finanziarsi da soli a condizioni molto buone. Non sarà questo il caso dell’Italia. Per Fuest l’Europa ha dimostrato di saper cambiare nel profondo dando un anticipo di fiducia ai paesi beneficiari: “Ma la ripresa economica avrà successo solo se gli Stati interessati intraprenderanno da soli grandi riforme”.

Il presidente dell’Ifo ha indicato poi i passi successivi. A livello europeo sono necessarie ulteriori riforme, l’Unione deve acquisire sempre maggiori competenze in quelli che l’economista chiama “beni pubblici europei”: la politica di sicurezza e di difesa, la politica migratoria e gli aiuti allo sviluppo. E spostare di conseguenza gli stanziamenti di bilancio.

FELD: L’UE IN MARCIA VERSO UNO STATO FEDERALE

Infine più preoccupato Lars Feld, direttore del Walter Eucken Institut di Friburgo (quello guidato nella seconda metà degli anni Sessanta da Friedrich August von Hayek) ma soprattutto presidente del Consiglio dei cinque esperti economici, il Sachverständigenrat. In un articolo sull’Handelsblatt ha illustrato i vari punti dell’accordo trovato dopo quattro giorni di trattative al massimo livello intergovernativo, giungendo alla conclusione: “L’Unione Europea si muove in direzione di uno Stato federale”. Nonostante le rassicurazioni sulla temporaneità delle misure e sull’adozione di specifiche tasse a copertura, la cosa deve essere ben presente ai parlamenti nazionali: le decisione dello scorso martedì dimostra ancora una volta che in tempi di crisi è richiesta una dimensione federale.

Per Feld c’erano naturalmente delle alternative, “ma l’idea del trattato di Maastricht secondo cui gli Stati membri dell’euro devono far conto sulle proprie politiche finanziarie ed economiche per resistere agli shock era diventata irrealistica di fronte all’enorme indebitamento di alcuni paesi”. Ora però “i meccanismi dovrebbero fare in modo che i problemi non vengano interrati con i soldi dell’Ue, senza che gli Stati alla fine trovino una maggiore resilienza attraverso un rapporto debito pubblico più basso”. Il problema, conclude Feld, è che questo non è affatto garantito. “Ma è ciò che conta”.

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