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Perché tentenna già la Conferenza sul futuro dell’Europa

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L’approfondimento di Enrico Martial

 

Senza ancora saper bene come andrà a finire, il 9 maggio è stata inaugurata a Strasburgo la Conferenza sul futuro dell’Europa. Era in cantiere da tempo, ma la preparazione fu sospesa per l’emergenza Covid e il suo avvio ritardato di un anno. Non dovrebbe essere una conferenza come quelle con cui l’Europa ha progredito con i successivi trattati, da Messina (1955), a Maastricht (1990-1991), alla Convenzione europea (2002-2003) che infine ha dato luogo al Trattato di Lisbona. Troppo difficile proporre modifiche ai trattati, esposte a referendum e a difficoltà nelle ratifiche, nonché all’ostilità di diversi Stati membri. Da anni ormai si procede per singoli problemi, l’ultimo quello delle risorse proprie per far funzionare il Recovery plan europeo (alla ratifica mancano ancora 8 parlamenti su 27). Eppure, la Conferenza qualcosa dovrà fare.

Durante la presentazione pubblica del 9 maggio, si è vista qualche retorica arricchita di musica e filmati, con i vertici di Bruxelles, da Ursula Von Der Leyen a Charles Michel a David Sassoli, dal Presidente di turno del Consiglio, il primo ministro portoghese António Costa, al “presidente ospitante” (novità protocollare), Emmanuel Macron. Tuttavia, sotto c’è dell’altro, l’idea di Conferenza è rimasta in piedi non tanto per inerzia quanto perché non sono venuti meno i problemi strutturali che rischiano invece di peggiorare.

Durante la prima preparazione della Conferenza, a gennaio 2020, si parlava di “minacce esterne” (terrorismo, migrazioni, pressione militare russa, instabilità mediterranee e dell’Africa vicina), di “traumi politici” (trumpismo, rafforzamento delle posture autocratiche in Paesi vicini, come appunto Russia e Turchia), di “tendenze all’implosione” (Brexit, neo-nazionalismi e sovranismi, radicalizzazioni politiche, separatismi interni, come quello catalano). A luglio 2020, a Conferenza rimandata, l’ufficio studi del Parlamento europeo ha pubblicato un corposo studio sui rischi strutturali per l’Ue (Towards a more resilient Europe post-coronavirus), che riprende questo stesso schema ed elenca 66 grane principali, integrandovi quelle ambientali, sanitarie, digitali ed economiche, compresa la sicurezza degli approvvigionamenti energetici (es. il gas dalla Russia), i debiti sovrani, la sicurezza alimentare.

Inoltre, sotto gli occhi di tutti, vi è il ruolo abnorme che hanno assunto gli Stati e il Consiglio, sia nella (concreta) concezione ed elaborazione degli atti legislativi che nell’insieme del processo decisionale, a scapito del ruolo motore della Commissione, pensata in origine da Jean Monnet come indipendente e strumento principale per evitare l’ottocentesca concertazione tra gli Stati, che alla fine ne fa prevalere alcuni, con le fratture politiche conseguenti. Ad esempio, all’incontro con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, il 6 aprile scorso, la vicenda della sedia mancante per la presidente Ursula von der Leyen ha ben rappresentato il declassamento politico della Commissione europea rispetto al Consiglio (degli Stati) guidato da Charles Michel.

Inoltre, da decenni impegnati a connettere l’Europa con la gente (dall’elezione diretta del parlamento europeo del 1978 alla cittadinanza europea del 1993), è stata accolta la proposta di democrazia partecipativa, sul modello che proprio Macron aveva lanciato nel suo Paese, per esempio con la Convenzione civica sul clima. L’idea è stata integrata e però annacquata per non perdere le redini del processo, recuperando modelli organizzativi tradizionali, con la presenza parlamentare e degli esecutivi. Oltre ai 116 “partecipativi” cittadini europei (dunque in minoranza), ci saranno 108 deputati al parlamento europeo, 108 parlamentari nazionali, 18 membri dal Comitato delle Regioni e dal Comitato economico e sociale, 54 rappresentanti degli Stati (due per ciascuno) e 3 membri della Commissione europea, per un totale di 433 membri.

Assomiglia a una specie di Convenzione del 2002, con l’aggiunta di cittadini europei e di altri strumenti nuovi, come una piattaforma digitale per contribuire e workshop partecipativi sul territorio europeo, i cui meccanismi sono ancora da definire.

L’esito sarà inquadrato: occorrerà il consenso di tutte le istituzioni, non ci sarà un capo (era nell’aria di nominare Guy Verhofstadt), ricordando come Valéry Giscard d’Estaing prese l’iniziativa di guidare la Convenzione verso un trattato, non necessariamente prefigurato ai tempi del vertice di Laeken che l’aveva istituita, nel dicembre 2001.

Con una presidenza collettiva e tutte queste prudenze organizzative, si andrà forse verso un laboratorio di idee, forse a una kermesse partecipativa, forse verso la presa in carico di almeno qualcuno dei “rischi strutturali”, con qualche proposta puntuale che da qualche parte, nei trattati, potrebbe entrare.

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