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Come Francia e Germania possono far saltare l’accordo Ue su migranti, porti e ong

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Che cosa va e che cosa non va nell’intesa Ue firmata a Malta su migranti e porti. L’approfondimento di Natale Forlani

 

In merito ai contenuti dell’intesa sottoscritta a La Valletta da Italia, Malta, Germania e Francia, allo stato attuale possiamo riferirci solo a quanto comunicato dai rispettivi ministri dell’Interno nella breve conferenza stampa successiva all’incontro. Data la delicatezza della materia, i dettagli sono significativi, tuttavia i punti di accordo illustrati rappresentano una notevole evoluzione dell’approccio europeo sul tema dell’accoglienza e della gestione dei richiedenti asilo.

La prima novità è rappresentata dal metodo adottato. Finalmente si è preso atto che l’unica via per innovare le politiche europee non poteva che essere quella di convenire, su base volontaria tra Paesi, le nuove iniziative, vista l’impossibilità delle istituzioni Ue di imporre obblighi agli Stati aderenti, perché nei trattati costituenti la materia dell’immigrazione rimane nelle competenze dei singoli Paesi.

La seconda vera novità, certamente la più importante, è rappresentata dalla volontà di costruire un meccanismo automatico di redistribuzione dei migranti irregolari sulla base del semplice requisito della richiesta di asilo. Una modalità che trasferisce gli obblighi di accertamento dai Paesi di approdo a quelli di collocazione finale, con le relative incombenze di rilasciare i permessi di soggiorno per motivi di protezione internazionale. Ovvero disporre l’espulsione e il rimpatrio, ove possibile, dell’immigrato.

Tale scelta, ancora tutta da dettagliare (dove e con quale modalità avverrà l’accertamento dei prerequisiti dei richiedenti asilo e i conseguenti trasferimenti), viene delimitata solo agli sbarchi gestiti dalle autorità marittime nazionali e dalle Ong. Modalità che dovrebbe prefigurare un diverso regime di pattugliamento e raccolta diverso dall’attuale. L’aspetto non è marginale. È noto, infatti, come, allo stato attuale, la maggioranza degli ingressi via mare stia avvenendo con imbarcazioni di piccolo cabotaggio gestite dai trafficanti.

L’intesa dovrebbe essere temporanea, sei mesi di sperimentazione, e sarà proposta in un prossimo vertice europeo ai 28 Paesi aderenti con l’intento di allargare le adesioni volontarie da incentivare, nelle intenzioni dei proponenti, con sanzioni verso i Paesi che non aderiscono.

Cosa potrà accadere? Nell’ambito del vertice di Malta le probabilità di allargare le adesioni sono concrete, ma altrettanto prevedibili sono le ostilità dei Paesi del Nord e dell’Est Europa. Il punto più delicato, e lo è stato anche nell’intesa tra i quattro Paesi proponenti, è rappresentato dalla possibilità di trasferire in via automatica i migranti senza il riconoscimento formale di essere profughi, e i minori non accompagnati. Per alcuni Paesi tale scelta contrasta, anche formalmente, con le loro legislazioni nazionali.

La Ue, nonostante l’enfasi data dai proponenti, non può disporre sanzioni. E in tale direzione si è già pronunciato anche il Parlamento europeo. Semmai è ragionevole pensare che possano essere introdotti incentivi, cioè risorse a disposizione, solo per i Paesi che aderiscono all’intesa.

Tutto da verificare l’impatto sull’entità dei nuovi sbarchi. L’intesa sperimentale, checché se ne dica, è stata favorita dalle politiche adottate per contrastare e ridurre i flussi. Non casuale il fatto che l’intesa preveda il mantenimento degli accordi italiani con la Libia. Tuttavia la riapertura formale delle operazioni di raccolta degli immigrati in mare, nonostante la stagione invernale, potrebbe incentivare la ripresa dei flussi su scala più ampia, utilizzando il doppio canale delle navi militari/Ong e delle piccole imbarcazioni.

Il verificarsi di una simile eventualità produrrebbe inevitabili tensioni politiche interne ai Paesi con conseguenze imprevedibili per il proseguo dell’intesa stessa.

)Estratto di un articolo pubblicato su ilsussidiario.net)

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