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Come far gustare l’Italia all’estero

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Parte “Economia del Gusto”, il blog sull’economia del turismo a cura di Gianandrea Abbascià

 

Ci Siamo! Questa è la prima puntata di “Economia del Gusto”, la rubrica dedicata all’Economia del Turismo, che vorrà provare a proporre spunti per avviare ragionamenti e riflessioni.

L’obbiettivo non è solo quello di poter parlare di turismo quale strumento di cultura, relax e divertimento, ma allargare il campo di ragionamento e comprendere quali ambiti il turismo abbraccia provando a studiare o intercettare le sue potenzialità economiche.

Dall’agroalimentare ai trasporti, dalle strutture recettive al sistema formazione, come operatività diretta o come indotto, i numeri sono stratosferici e, specie in alcuni settori, in fortissima crescita; proviamo ad approfondire e capire cosa è opportuno fare, dove è necessario intervenire o forse meglio, perché è importante fermarci a riflettere.

Il Made in Italy. Guardiamolo però non tanto sotto l’aspetto brand o style; proviamo piuttosto a comprendere cosa rappresenta di fatto. Se c’è una cosa che gli italiani hanno sempre dimostrato di saper fare, e farlo bene, è l’intraprendenza. Certo, di tanto in tanto, con digressione, l’intraprendenza non ha dato un’immagine positiva e una buona reputazione del nostro Paese, all’estero; ma di questo avremo modo di parlarne più avanti, con una nuova puntata della rubrica.

Proviamo a spostarci e ad osservare il Made in Italy da un altro punto di vista; spostiamoci all’estero. Se hai la possibilità di viaggiare, di girare il mondo, capisci davvero cosa si nasconde dietro il Made in italy: un infinito. Asia, Australia, Messico, USA, parte dell’Europa.

Sono posti che ho avuto la fortuna di visitare e dove, oltre che accoglierti come un divo se dici di essere italiano, noti come si cerca in tutti i modi di mettere qui o la un piccolo cappello per potersi fregiare del made in Italy. Ristoranti che servono alcune acque, senza far nomi di etichette per non voler essere di parte, con orgoglio, bar-pasticcerie che espongono il “loro” brand di caffè, rigorosamente italiano. In Vietnam, ad Hanoi, ad esempio, ho persino scoperto “Casa Italia” e qui lascio a voi la curiosità di scoprire di che si tratta.

Ad Adelaide, Australia, nel 2004, mi ritrovai in un parco della città in una due giorni tutta italiana; una sorta di fiera dove ognuno, con grande orgoglio, esponeva e rappresentava un “pezzo di Italia”. Un’azienda, un borgo, un prodotto tipico, una fotografia, etc. Come non poter citare Little Italy nella Grande Mela. Insomma, all’estero hanno voglia di Italia; ed è proprio quando sei all’estero che comprendi come le cose di cui disponi non le si valorizzano quanto meritano e che rappresentano grandi risorse. I

l tutto chiaramente si tradurrebbe non solo in export, ma anche in “import” inteso proprio come attrattività e relativo incremento di flussi turistici, il che a sua volta si traduce in una molteplicità di attività economiche: trasporti, strutture recettive, agroalimentare, incremento occupazionale, gettito fiscale e tanto molto altro. Insomma, in famoso cerchio gira e generare plus!

All’estero hanno così tanto capito che il made in italy è un concentrato di risorse, soprattutto economiche, che, senza pensarci troppo, ci imitano e lo fanno anche male, molto male, ma nonostante ciò ci guadagnano, moltissimo, e a scapito della nostra economia oltreché del nostro nome. Il Parmesan, il Parmesao, altre ad altri vari formaggi, il vino in bustina, confezioni di Barolo liofilizzato (!!), solo per citarne alcuni.

Ciò, purtroppo, non solo sottrae risorse alla nostra economia, indi il cerchio rallenta la sua velocità, ma mette fortemente in discussione quindi la reputazione del nostro Paese; di certo, al di là del know how, non credo che gli standard qualitativi siano accettabili o comunque in linea con quelli da noi utilizzati. Apprendiamo, proprio da uno studio della Coldiretti, in occasione della presentazione delle nuove norme sull’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti approvate con la legge n.12 dell’11 febbraio 2019 sulle semplificazioni , che “il valore del falso Made in Italy agroalimentare nel mondo si attesta oltre i 100 miliardi e con un aumento record del 70% nel corso dell’ultimo decennio, per effetto della pirateria internazionale che utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che richiamano all’Italia, per alimenti taroccati che non hanno nulla a che fare con il sistema produttivo nazionale. A far esplodere il falso – sottolinea la Coldiretti – è stata, paradossalmente, la “fame” di Italia all’estero con la proliferazione di imitazioni low cost”.

Forse quindi è doveroso sedersi ad un tavolo, un unico tavolo, e riflettere con più Parti, non solo per recuperare e far girare il cerchio, ma soprattutto non perderci.

Con questi spunti di riflessione vi saluto e vi attendo sabato prossimo!

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