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Come e quanto Macron investe sulle città cercando di non consumare suolo

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Con il piano France Relance, la presidenza Macron si è posta anche l’obiettivo di riduzione del consumo di suolo nelle città. L’articolo di Enrico Martial

Il piano “France Relance” da 100 miliardi di euro del 3 settembre scorso – oltre a corpose misure sul piano sociale, sull’idrogeno o sulla riduzione delle tasse per le imprese – contiene anche alcuni rinforzi a politiche in corso.

Sull’urbanistica, per esempio, la presidenza Macron si è posta l’obiettivo di riduzione del consumo di suolo (zéro artificialisation nette). La strategia è ampiamente diffusa in tutta Europa: in Germania è operativa dal 2003 (riduzione del consumo da 115 ettari/giorno nel 2004 a 30 ettari/giorno nel 2020), ma anche in Italia se ne discute sebbene in ritardo, con progetti di legge sempre in corso e qualche legge regionale adottata. Il tema è stato oggetto di varie comunicazioni della Commissione europea che – anche senza riuscire a produrre una direttiva – ha comunque indicato nel 2050 la data entro cui azzerare il consumo di suolo nuovo in Europa.

In Francia, anch’essa in ritardo sulla Germania, la strategia è apparsa nel piano sulla biodiversità approvato dal governo a luglio 2018. Nel 2019 è seguito un rapporto sugli strumenti da adottare di “France Stratégie”. Si tratta dell’agenzia che tornerà a chiamarsi “Commissariat au Plan” con l’arrivo alla presidenza di François Bayrou, nominato il 3 settembre scorso.

Per alcuni di quegli strumenti, il piano France Relance ha previsto 650 milioni in due misure principali. La prima – di “concentrazione urbana” (densification urbaine) – vedrà assegnare 350 milioni di euro ai sindaci dei comuni con più forte espansione (quindi con consumo di suolo), per esempio concedendo un aiuto, sulla base dei permessi di costruzione e nell’ambito di limiti urbanistici, per alzare di un uno o due piani un edificio in progettazione passando, per esempio, da 20 a 30 nuovi appartamenti, piuttosto che utilizzare terreni non urbanizzati, i greenfield.

La seconda istituisce un fondo con 300 milioni di euro per le zone industriali dismesse (friches o brownfields) o le zone urbane sottoutilizzate (sono circa 1375 in Francia), per spostarvi la domanda di nuove costruzioni. Già annunciato da Barbara Pompili, ministra della transizione ecologica del nuovo governo di Jean Castex, il 27 luglio scorso, al termine di un “Consiglio di difesa ambientale”, una specie di CIPE-Ambiente composto dai ministri che seguono la tematica, il fondo servirà per coprire i sovraccosti di demolizione o disinquinamento che rendono meno appetibili economicamente queste aree rispetto a terreni agricoli, oppure a riqualificazioni “chiavi in mano”. Vi sono vari esempi di riuso degli spazi dismessi, come in Italia e in molta parte dell’Europa: per esempio a Normanville, a 100 km a est di Parigi (un caso di compensazione degli extra-costi) o nel sito delle concerie a Barjol, 80 km a nord-est di Marsiglia, con un recupero integrale, oppure nei 25 ettari recuperati di Fives Cail di Lille, che hanno ospitato uno dei più grandi e storici siti industriali francesi. Al Consiglio di difesa ambientale (appunto un CIPE-Ambiente) del 27 luglio erano state annunciate altre misure di contorno: la moratoria per i nuovi centri commerciali di periferia e un censimento dei siti dismessi con relativa cartografia, già accessibile in versione beta.

Il piano di recovery francese aggiunge poi una complessa azione destinata alla rivitalizzazione dei centri storici urbani, in relativo decadimento in alcune zone del Paese, su cui esiste un’azione pubblica attraverso la “Banca dei territori”, la denominazione di una direzione della Cassa depositi e prestiti nata nel 2018. Diversi strumenti e programmi nazionali vengono sostenuti o accelerati, sia per le “piccole città del futuro”, per i “centri città” (Coeur de ville). 100 milioni integrano i 200 già assegnati in passato per l’azione sui centri città, a cui si aggiungono prestiti per 500 milioni. Sono somme in parte già in carico alla Banca dei territori, ma il piano contribuisce con 180 milioni aggiuntivi.  L’azione si focalizza nel recupero dei negozi e delle attività commerciali: dal 2008 al 2015, anche in ragione della crisi, il tasso delle mancate locazioni è passato dal 7,2 al 12%. Vi è l’intento di recuperare circa 2000 esercizi commerciali tra il 2020 e il 2021 e di proseguire a un ritmo di 1300 all’anno.

Dunque, sulle città grandi e piccole – tra concentrazione urbana, recupero delle aree dismesse e interventi nei centri città – il piano di recovery francese investe circa 830 milioni di euro, e supera il miliardo di euro se si aggiungono la mobilità dolce e le piste ciclabili. È un importo a cui vanno poi affiancati i 6,5 miliardi per il recupero energetico degli edifici, per un totale di 7,5-8 miliardi di euro.

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