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Come e perché Vaticano e Cei vogliono “riaprire” le chiese

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L’articolo di Fabrizio Anselmo su come si muovono Vaticano e Cei in vista della fase 2 anche per le chiese

 

Sono in tanti ad aspettare la data del 4 maggio come una sorta di liberazione. Fabbriche, negozi, ristoranti, ma non solo. Tra questi anche il Vaticano e la Conferenza episcopale italiana (Cei) che oramai da qualche settimana spingono, più o meno apertamente, per una “riapertura” delle chiese (che, di per sé, non sono mai state chiuse fisicamente) in modo da riprendere le normali celebrazioni di messe, funerali e sacramenti. Su questo, infatti, Papa Francesco è stato chiaro quando, parlando delle messe in streaming in una delle prediche quotidiane da Santa Marta, ha affermato che “questa non è la Chiesa”.

Una certa insofferenza

La sensazione è che la Conferenza episcopale italiana si sia adeguata, con scarsa convinzione ma con evidente senso di responsabilità, alle indicazioni del governo. Dalla sospensione delle messe, decretata dalla Cei all’inizio di marzo, si è arrivati sino alla fine dello stesso mese per dirimere una questione ben precisa: se le chiese sono aperte, perché non posso uscire di casa per andare a pregare? Sul punto è dovuto intervenire il Viminale, chiarendo che l’ingresso in chiesa era consentito solamente se il luogo di culto si trovava lungo il percorso compiuto per spostamenti “giustificati”. Un’insofferenza probabilmente acuita dal fatto che questa sospensione avveniva proprio in quello che è il periodo più importante di tutto l’anno liturgico, la Quaresima e le successive celebrazioni pasquali.

Le polemiche

Non sono mancati, poi, esponenti del mondo laico, seppur molto vicino alla Chiesa, che si sono espressi chiaramente contro la decisione della Cei di sospendere le celebrazioni. Alberto Melloni, storico del cristianesimo e direttore della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna, ha sferzato la Cei parlando di “pigrizia burocratica di troppo” anche perché “tra dieci persone davanti a un negozio e dieci persone distanziate in una Chiesa non c’è differenza”. Sulla stessa linea anche il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, per il quale vi è stato un “appiattimento della Chiesa sulle istituzioni civili”.

Il crollo delle offerte

Secondo il quotidiano cattolico La Bussola Quotidiana dietro alle pressioni per il ritorno alla normalità vi sarebbe anche il fatto che la “chiusura” delle chiese avrebbe azzerato le entrate delle parrocchie, spesso utilizzate per far fronte alle spese correnti. Ciò a maggior ragione per il fatto che lo stop alle messe è caduto anche nel periodo quaresimale, che tradizionalmente è quello più ricco per le offerte. Senza poi dimenticare le benedizioni nelle case, tipiche del periodo che precede la Pasqua.

È arrivato il tempo di riaprire

Da più parti, oramai, si chiede un ritorno alla normalità. Lo ha fatto il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, che ha dichiarato che “è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell’Eucarestia domenicale e dei funerali in chiesa, oltre ai battesimi e a tutti gli altri sacramenti, naturalmente seguendo quelle misure necessarie a garantire la sicurezza in presenza di più persone nei luoghi pubblici”. A far sentire la propria voce è stato anche il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, sostenendo “la necessità di una ripartenza che tenesse presente che la dimensione spirituale entra nelle dimensioni fondamentali della persona e non può venir ignorata”. Tutte affermazioni in linea con il pensiero di Papa Francesco che da Santa Marta sottolinea come sia “un pericolo” celebrare la messa senza popolo.

Verso la fase 2

È quindi in una simile situazione che, in un documento di qualche giorno fa inviato al governo, la Cei non si limita a chiedere bensì ad “esigere” un progressivo ritorno alla normalità. Il documento contiene una serie di proposte per facilitare la “riapertura” delle chiese, dal distanziamento dei fedeli in chiesa all’altare sanificato, dalla comunione al proprio posto, all’eucaristia nelle mani. L’attesa delle gerarchie ecclesiastiche è quindi tutta per il nuovo decreto che dovrebbe essere pronto a giorni con la speranza che contenga linee guida in merito.

Una Chiesa comunque viva

Di fronte al “lockdown ecclesiastico” i singoli sacerdoti hanno dovuto trovare modi diversi per stare vicino ai propri fedeli. Il ricorso alla messa in streaming è stato quello più comune, anche se non sono mancati alcuni contrattempi. In provincia di Salerno, un sacerdote ha attivato per errore i filtri della propria telecamera con risultati esilaranti. C’è chi, però, ha optato per soluzioni più particolari, come il parroco di San Salvatore in Lauro a Roma che ha celebrato la messa di Pasqua sul tetto della chiesa con i fedeli sulle terrazze degli edifici vicini. O chi, come il giovane sacerdote Don Alberto Ravagnani ha preferito affidare le proprie riflessioni ad alcuni brevi, e divertenti, video su youtube, che hanno avuto un grande successo, all’insegna del motto “WLF” (“W La Fede”, ha tenuto a precisare il sacerdote). Ma c’è anche chi, in questo momento per molti difficile, ha cercato modi più diretti e personali per stare vicino ai fedeli, come don Cristiano Mauri, un sacerdote di origini lecchesi, che ha deciso di mettere a disposizione le proprie competenze da “coach e counsellor” a chiunque ne avesse bisogno.

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