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Come e perché sulle aziende c’è maretta in Germania tra governo, industriali e sindacati

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Due ministri proporranno una legge per rendere le aziende tedesche responsabili di eventuali abusi, violazioni dei diritti umani e lavoro minorile nella catena delle filiere nei paesi in via di sviluppo. Polemiche e dibattito nel governo tedesco e tra imprese, sindacati e consumatori

 

Una legge per rendere le aziende tedesche responsabili di abusi, lavoro minorile e condizioni di lavoro disumano lungo tutta la catena di approvvigionamento, anche se tali soprusi dovessero verificarsi in aziende fornitrici di subappalto. È quello cui stanno lavorando due ministri del governo di Angela Merkel, il titolare del Lavoro Hubertus Heil e il suo collega alla Cooperazione e Sviluppo economico Gerd Müller. Più bipartisan di così l’iniziativa non potrebbe essere: socialdemocratico il primo, cristiano-sociale (Csu) il secondo. Così, mentre il recente scandalo del focolaio di covid-19 nei macelli tedeschi segnala che il tema del rispetto di condizioni umane di lavoro e dello sfruttamento riguarda anche attività svolte in casa, l’esecutivo pensa di risolvere le irregolarità che si annidano nelle attività delocalizzate all’estero, specialmente nei paesi in via di sviluppo.

I due ministri hanno difeso l’iniziativa all’unisono. “I nostri paesi industrializzati hanno delocalizzato le filiere produttive nei paesi in via di sviluppo eludendo quegli standard sociali ed ecologici che per noi sono scontati”, ha detto l’esponente cristiano-democratico. “In questo modo consolidiamo lo sfruttamento di uomini e natura nei paesi in via di sviluppo e tolleriamo il lavoro minorile in grande stile”, gli ha fatto eco il collega socialdemocratico, che nei giorni scorsi ha annunciato per questo mese anche una nuova legge contro analoghi abusi nell’industria della macellazione tedesca.

I ministri hanno annunciato l’intenzione di presentare entro agosto nel gabinetto di governo una proposta comune articolata in otto punti, in cui venga fissata la regola del dovere di vigilanza per i manager delle imprese tedesche nei confronti dell’intero processo produttivo che avviene nelle filiere all’estero, comprese violazioni che dovessero essere compiute da aziende subappaltatrici. La legge riguarderà circa 7.300 imprese con oltre 500 occupati.

Il motivo di questa accelerazione è che l’autoregolamentazione non ha funzionato. Le imprese tedesche si sono infatti verbalmente impegnate a controllare volontariamente il rispetto dei diritti umani e delle condizioni di lavoro nelle aziende delle filiere, ma nella realtà questo non avviene. A certificarlo uno studio completato dal Nationaler Aktionsplan Wirtschaft und Menschenrechte (Nap), l’organismo varato nella scorsa legislatura che aveva il compito di verificare che entro il 2020 almeno la metà delle imprese tedesche con oltre 500 occupati avesse integrato nei processi aziendali gli elementi fondanti del dovere di diligenza nei confronti dei diritti umani. Fuori dal linguaggio del diritto: che il managment delle imprese, oltre a dichiarare pubblicamente di voler rispettare i diritti umani, monitorasse continuamente la situazione nelle aziende della filiera, introducesse meccanismi per favorire le lamentele, riconoscesse i rischi di violazioni e, alla bisogna, intervenisse con contromisure adeguate a risolvere gli abusi. E che tutta questa attività di sorveglianza fosse comunicata con trasparenza all’esterno.

Secondo quanto riferito da Müller, nel rapporto consegnato alla commissione interministeriale competente c’è la documentazione che tale obiettivo non è stato raggiunto. In un sondaggio che ha coinvolto 2.250 aziende, solo 455 hanno fornito risposte e appena 91 sono risultate adempienti. C’è dunque necessità di intervenire con una legge, sostengono Müller e Heil, perché l’industria ha gettato al vento l’opportunità di autogestirsi.

Ma che il percorso della nuova legge sarà accidentato lo dimostrano le prime reazioni negative, che dal mondo delle imprese arrivano sul tavolo del governo attraverso il ministro dell’Economia Peter Altmaier, esponente del terzo ma più importante partito della Coalizione, la Cdu di Merkel. “Non bisogna tirare conclusioni affrettati su un tema importante come questo”, ha detto Altmaier attraverso una sua protavoce, sostenendo che le imprese tedesche siano all’avanguardia per quanto riguarda il rispetto degli standard sociali, ambientali e di rispetto del lavoro. E sebbene i dati del Nap sembrerebbero raccontare il contrario, il ministro dell’Economia vuole ancora verificare quali mancanze vi siano e allarga la soluzione a un impegno di tutta l’Ue per un corretto modello continentale delle catene dell’approvvigionamento e del valore, anche per evitare che iniziative nazionali possano alimentare distorsioni della concorrenza all’interno dell’Unione. Il semestre di presidenza tedesco dell’Ue potrebbe servire a coinvolgere gli altri Stati membri nella ricerca di una soluzione comune, ha concluso Altmaier.

Una posizione condivisa (forse suggerita) dagli industriali tedeschi, che in realtà non gradiscono molto l’attivismo di Spd e Csu sull’argomento e temono svantaggi nei confronti dei competitori internazionali. Lamentano inoltre che il sondaggio sia stato compiuto nei mesi della pandemia, con le imprese in lockdown, alle prese con il lavoro ridotto e le catene delle filiere saltate: non proprio il momento adatto per rispondere a un questionario.

Ma non solo la tempistica offre spunti per uno scetticismo. La Frankfurter Allgemeine Zeitung vede un approccio doppiamente problematico: “Quali standard imprenditoriali minimi dovrebbero essere scelti come criterio per l’osservazione dei diritti umani in tutto il mondo e con quale autorità il gestore tedesco potrà controllare la conformità nelle società straniere”, si chiede il quotidiano. Per poi aggiungere: “Certamente, dal punto di vista di una società benestante come quella tedesca, gli standard non possono mai essere abbastanza alti. Tuttavia, questa visione minaccia l’esistenza di milioni di persone povere, che spesso possono integrarsi nella divisione internazionale del lavoro attraverso vantaggi in termini di costi”.

Müller e Heil sono però decisi ad andare avanti, e almeno il ministro socialdemocratico è spalleggiato dall’intero partito, mentre negli altri due partner della coalizione le posizioni sono frastagliate, tra coloro che sono vicini alle posizioni dell’industria e chi è espressione del mondo sindacale o delle associazioni dei consumatori, quest’ultime tutte favorevoli a una nuova legge. Dalla loro parte hanno un capitolo del contratto di governo: quello in cui i partiti della coalizione si dichiaravano pronti a intervenire sul piano legislativo qualora la verifica del Nap avesse palesato deficit nel perseguimento degli standard di tutela dei diritti umani nella catena delle filiere da parte delle imprese tedesche. Ora quel rapporto c’è.

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