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Come e perché Johnson abbandona l’austerity di Cameron

Manica

Nel Regno Unito Johnson alza le tasse e ora i Tories sono il partito dell’Nhs. La svolta del premier analizzata da Daniele Meloni

Due promesse non mantenute in un solo giorno. Il più alto livello di tasse dal dopoguerra a oggi. La stampa conservatrice non ci è andata leggera con Boris Johnson. Abitudine ormai consolidata, peraltro. Ma l’annuncio dell’aumento della National Insurance di 1,25 punti percentuali per finanziare la sanità e l’assistenza sociale in Inghilterra ha fatto scatenare commentatori, parlamentari Tory e seniores del partito. Ben 3 ex Cancellieri dello Scacchiere – John Major, Ken Clarke e Phillip Hammond – si sono schierati contro la misura che il governo ritiene necessaria per smaltire le liste di attesa accumulatesi negli anni della pandemia, creare un numero maggiore di posti letto e dare sostegno concreto a chi necessita di assistenza sociale. Con la misura presa, i Tories garantiscono a tutti gli inglesi con un reddito inferiore a 20mila sterline cure gratuite tramite l’NHS.

Proprio sul “cigno nero” del Covid Johnson si è voluto soffermare ai Comuni. “È vero, avevamo promesso di non alzare le tasse”, ha detto con sorprendente franchezza l’uomo che i media UK hanno sempre bollato come “Superbugiardo”. “Ma in nessun programma di partito nel 2019 c’era una pandemia globale”. Il premier, che in mattinata ha spiegato le motivazioni della sua scelta al 1922 Committee – la riunione del gruppo parlamentari Tory – conta sul fatto che gli inglesi capiranno la situazione che si è venuta a creare con la crisi pandemica. Conta anche sul nuovo clima favorevole all’interventismo statale e all’accumulazione di debito pubblico che serpeggia a Londra e non solo. Eppure, i dati pubblicati dallo stesso governo non lasciano dubbi: un inglese con reddito di 20mila sterline annuali pagherà oltre 100 sterline in più di National Insurance ogni anno, mentre uno che ne guadagna 100mila ne pagherà oltre mille. Bene dire che l’assicurazione nazionale grava sia sulle persone fisiche che sulle imprese.

C’è poi la questione della seconda promessa bruciata da Johnson, quella relativa alla rivalutazione delle pensioni, che godevano di una “tripla garanzia”, che ora verrà temporaneamente meno per gli anni 2022 e 2023. Il Cancelliere Sunak e il suo staff al Tesoro temono che l’aumento medio dei salari – che il “triple lock” collega alle pensioni – possa determinare un aumento fino all’8% sugli assegni per i pensionati, determinando un’inflazione difficilmente gestibile. Molti over 60, però, costituiscono – specie nel prospero sud-est inglese – la base politica e sociale su cui i Tories hanno costruito il loro trionfo nel 2019. I dati relativi all’analisi elettorale della Library della Camera dei Comuni mostrano come oltre il 60% dei pensionati abbia votato per Johnson due anni fa. Forse il premier vuol fare leva sul carattere provvisorio del provvedimento, che dovrebbe sparire nel 2024, anno in cui si terranno le prossime elezioni.

Quella di ieri è stata definita come una giornata cruciale della legislatura da quasi tutti i commentatori. Beth Rigby, political editor di Sky News, ha parlato della volontà di Johnson di riscrivere in chiave sociale il conservatorismo britannico. Laura Kuenssberg della Bbc ha sottolineato come la partita ora si sia ribaltata con il Labour che accusa i Tories di spendere troppo e di alzare le tasse, e con questi ultimi che si impegnano a investire come non mai nel Servizio Sanitario Nazionale. Proprio questo sembra il fine del premier: fare dei Tories il partito dell’Nhs, come avevano suggerito intellettuali vicini ai conservatori come James Forsyth dello Spectator. Una nuova rivoluzione copernicana nella politica inglese dopo quella della Brexit, che servirà a Johnson per dare un brand al suo corso e lasciarsi alle spalle la stessa Brexit con cui è tutt’ora identificato.

I Tories non hanno gettato via tutte le fondamenta del thatcherismo, ma hanno deciso di comunicare politicamente con enfasi il loro abbandono delle politiche di austerity messe in atto da David Cameron tra il 2010 e il 2016. Per il partito, una scelta pragmatica che tiene conto della Brexit, del nuovo consenso ottenuto nel nord-est da Johnson, e della pandemia. Nella battaglia delle idee lo statalismo Labour prevale: solo che ad approfittarne, finora, sono stati i Conservatori.

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