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Come e perché i capitali della Cina stanno salutando la Russia di Putin

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Russia Putin

Che cosa succede nei rapporti economici tra Russia e Cina? Ecco le novità che emergono dagli ultimi dati della Banca centrale russa? L’approfondimento di Marco Orioles

Stretta nella morsa delle sanzioni occidentali, che almeno nel breve termine non verranno meno (il recente incidente dello stretto di Kerch ha semmai compattato l’Occidente nella volontà di continuare a colpire Mosca), la Russia, in cerca di capitali esteri che compensino la fuoriuscita di quelli europei, guarda disperatamente ad Est. E, in particolare, in direzione di un antico rivale: la Cina.

Gli investimenti cinesi rappresentano un obiettivo succulento per un Paese che, dall’invasione della Crimea, ha assunto agli occhi di mezzo mondo lo status di paria. Sono almeno tre i motivi per cui la Russia ha ottime ragioni per guardare a Pechino come fonte alternativa di sostegno al proprio sviluppo economico. C’è, anzitutto, l’ingente disponibilità finanziaria delle aziende cinesi più o meno legate alla macchina statale. In secondo luogo, c’è la strategia economica del governo di Pechino, che guarda con favore e incentiva gli investimenti esteri delle proprie imprese. Infine, c’è la storica propensione del governo centrale a non interferire nelle vicende interne degli altri Paesi – atteggiamento che ha condotto la sua dirigenza a non esporsi nella controversia che divide da una parte la Russia e dall’altra l’Ucraina e la comunità internazionale schieratasi dalla parte di Kiev.

Naturale, perciò, che la Russia guardi con favore e speranza ai capitali cinesi, per uscire dalle secche di una stagnazione legata a doppio filo alla fuoriuscita di quelli occidentali. Una logica che appare stringente, se non fosse che Pechino, nota per non avere molti scrupoli quando si tratta di stringere legami economici con paesi non proprio conformi agli standard di democrazia e rispetto dei diritti umani, non pare affatto intenzionata ad esporsi nel mercato russo.

Secondo i dati ufficiali resi noti in questi giorni, i capitali cinesi non solo non si stanno dirigendo verso Mosca, ma stanno al contrario prendendo la direzione opposta. Come emerge dalla relazione della Banca centrale russa diffusa la settimana scorsa, il volume totale di investimenti esteri diretti cinesi in Russia è calato di ben un quarto (24%) nel primo semestre del 2018: in valore assoluto, gli investitori cinesi hanno ritirato dalla Russia circa un miliardo di dollari, riducendo l’ammontare complessivo degli investimenti cinesi in Russia a 3,18 miliardi di dollari. Il 92% di questo deflusso (921 milioni di dollari) è legato alla contrazione della presenza cinese in Russia, ovvero da una fuoriuscita di capitali cinesi dalle aziende russe.

Che dietro a questo trend ci siano ragioni prettamente politiche lo dimostrano i dati del Ministero del Commercio di Pechino, che documentano il notevole incremento degli investimenti esteri cinesi nel mondo. Nel primo semestre del 2018, le imprese cinesi hanno investito 65 miliardi di dollari in quattromila aziende straniere di 152 paesi, segnando un aumento rispetto all’anno precedente pari al 14%.

Gli investimenti cinesi sembrano essere andati dappertutto tranne che in Russia, dove le aziende cinesi stanno disinvestendo massicciamente in un trend che, secondo i dati della Banca centrale russa, prosegue da quattro quadrimestri consecutivi. Appare più che una coincidenza che questa flessione sia cominciata in concomitanza con l’invasione russa della Crimea: l’attuale stock di investimenti cinesi in Russia è infatti pari a due terzi del suo ammontare registrato prima dell’annessione russa della penisola di Crimea del marzo 2014.

Non è tutto. Dai giorni ad altissima tensione del 2014, sono finite in un vicolo cieco tutte le grandi partnership russo-cinesi annunciate con grande fanfara negli anni scorsi. Basti pensare al progetto di vendere a CEFC, il conglomerato cinese dell’energia, una quota delle azioni di Rosneft, svanito con il motivo ufficiale dell’arresto del direttore di CEFC, Ye Jainming. Tramontato anche il grande progetto “Eurasia”, che prevedeva la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità che collegasse Pechino a Mosca e Berlino. La giustificazione appare come una foglia di fico: il progetto è stato dichiarato infatti “non profittevole”.

Ma il segnale forse più appariscente della ritrosia cinese ad esporsi in Russia riguarda l’annunciato piano di costituire un’area di libero scambio analoga alla Trans-Pacific Partnership promossa dagli Usa di Barack Obama (e ripudiata da Donald Trump). Un altro progetto che si è arenato nonostante la sollecitazione fatta direttamente da Vladimir Putin all’ultimo summit dell’Organizzazione della Cooperazione di Shangai a Qingdao e nonostante una tempistica inizialmente molto stretta per la sua realizzazione (si parlava addirittura di due anni e mezzo). Come nota Alexander Knobel, direttore del Centro per gli Studi Internazionali sul Commercio RANEPA, il progetto non è mai andato oltre lo stadio degli studi di fattibilità e dei memorandum.

Questi dati e fatti sembrano dare ragione ad Yuri Zaytsev, ricercatore del Gaidar Institute, per il quale la Cina non intende esporsi in Russia se non a determinate condizioni, siano esse l’allentarsi dell’aggressività russa verso l’Occidente o – che è più o meno la stessa cosa – l’offerta di condizioni migliori per i propri investimenti. La Cina, in poche parole, non è intenzionata a legarsi più di tanto ad un Paese instabile, propenso alle provocazioni e non in grado quindi di offrire alle proprie aziende un clima economico ideale. Gli auspici di Putin di una luna di miele con Pechino, insomma, sembrano destinati a restare tali. Almeno fino a quando lo zar non effettuerà qualche ripensamento sul ruolo della Russia nel mondo.

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