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Tecnostrutture

Come dilagano le tecnostrutture

La recensione del libro “L’ingranaggio del potere” (Liberilibri) scritto da Lorenzo Castellani Inserirei certamente l’ultimo libro del politologo Lorenzo Castellani – L’ingranaggio del potere (Liberilibri) – assieme alle Potenze del capitalismo politico di Alessandro Aresu (La nave di Teseo) tra i libri italiani più importanti usciti in questo 2020 funestato dal Covid19. Castellani evidenzia la…

Inserirei certamente l’ultimo libro del politologo Lorenzo CastellaniL’ingranaggio del potere (Liberilibri) – assieme alle Potenze del capitalismo politico di Alessandro Aresu (La nave di Teseo) tra i libri italiani più importanti usciti in questo 2020 funestato dal Covid19.

Castellani evidenzia la dialettica conflittuale tra il principio democratico della rappresentanza e quello tecnocratico della (presunta) competenza. L’analisi prende forma nella cornice di un più ampio approfondimento sulle articolazioni del potere nelle democrazie contemporanee, dove apparati amministrativi, istituzioni contro-maggioritarie (e quindi aree non rappresentative) si sono sviluppate in modo così pervasivo da fare quantomeno dubitare che il potere politico-decisionale appartenga e si esaurisca unicamente all’interno dei processi democratici sotto il controllo quindi dei cittadini e con la loro, per quanto in forma delegata, concreta partecipazione.

Oltre al grande valore scientifico dell’opera, va sottolineato il momento importante in cui irrompe nel dibattito pubblico e questo perché le conseguenze geopandemiche riportano al centro la dimensione dello Stato, l’interventismo in campo economico con il conseguente rafforzamento delle tecnostrutture e articolazioni pubbliche e para-pubbliche. E conseguentemente si evidenzia – nel perimetro pubblico – l’esigenza di riflettere sui criteri di selezione, di retribuzione, di promozione, di misurazione delle performance e dell’efficacia della produzione normativa.

Il saggio ha anche il merito di dare una nuova centralità ad autori come Gaetano Mosca, Carl Schmitt e Ortega Y Gasset: fondamentali per comprendere le “convulsioni” che accompagnano tutti i processi di modernizzazione. E affrontare questi temi diventa anche l’occasione per riscoprire un altro grande pensatore italiano ingiustamente trascurato Bruno Rizzi.

Tra i fondatori – nel 1921 – del Partito Comunista d’Italia, Rizzi non tardò ad accorgersi del mutamento della Rivoluzione bolscevica in una «dittatura burocratica». Espulso per le sue critiche dal PC d’I, Rizzi entra in relazione con Trotzkij, con cui intratterrà una corrispondenza che fornirà alcuni dei materiali per la sua prima opera importante, La Bureaucratisation du Monde, una serrata analisi sulla deriva di ogni regime verso una tecnocrazia e burocrazia universale: opera letta in precisi ambienti culturali apparentemente diversi, da George Orwell a Guy Debord (che lo ha definito «il libro più sconosciuto del secolo»), da Daniel Bell a Guido Ceronetti, da Bettino Craxi a Luciano Pellicani.

Il massimo esponente del trotzkismo americano, James Burnham fu ispirato dall’opera di Rizzi – di cui lesse le bozze in possesso di Trotzki – per il suo saggio di impatto globale: The managerial revolution, sull’emergere – appunto – della tecnocrazia.

Tornando poi alla tensione tra democrazia e tecnocrazia non possiamo non ricordare le riflessioni di Walter Lippmann che – già nel 1922 – annunciava come la natura della democrazia fosse profondamente cambiata; la democrazia in senso “forte” – il governo del popolo, basato sulla sua piena partecipazione alle decisioni politiche – non sarebbe più praticabile: l’opinione pubblica (dal titolo della più importante opera di Lippmann) – emotiva e irrazionale – non sarebbe infatti qualificata a guidare i processi di decisione politica (policy making).

Quindi viene propugnata una mutazione della democrazia in tecnocrazia: per governare efficientemente «il vasto e imprevedibile ambiente» del mondo contemporaneo sarebbero richieste la selezione, la coltivazione e l’educazione di un’élite di esperti e di tecnici che – in quanto detentori non di «opinioni», ma di «una scienza obiettiva» – dovrebbero affiancare i politici nelle proprie scelte.

Comunque, non è possibile parlare di Lippmann senza dar voce alle obiezioni sollevate dal suo più autorevole critico – il filosofo del pragmatismo John Dewey – nel volume The Public and its Problems (1927): proprio la passività del pubblico indotta dal tecnocratismo (benvista da Lippmann) che sottrae al popolo la decisione, provoca nella “gente” i difetti (mediocrità, autoindulgenza, conformismo) imputati alla democrazia. Per Dewey il paradigma democratico come autogoverno del popolo è un valore in sé: «il sano processo democratico è almeno tanto importante quanto il risultato».

La democrazia americana non sarebbe solo un metodo formale, ma l’essenza stessa degli Stati Uniti. Il luogo del dibattito e delle decisioni politiche è il luogo in cui persone diseguali per capacità, reddito, condizioni culturali, si comportano da uguali: sarebbe la cittadinanza a creare l’uguaglianza, non l’uguaglianza a conferire il diritto di cittadinanza.

Dewey contesta inoltre l’idea di Lippmann che l’informazione scientifica esatta renda inutile il dibattito, affermando che – anzi – sono proprio la conversazione, il parlare e l’ascoltare a essere essenziali nella ricerca della verità che serve alle decisioni.

Come si vede, e come ci ricorda Castellani, questo dibattito – avvenuto cento anni fa – mantiene intatte tutta la sua forza e la sua pertinenza in una fase come la nostra in cui la democrazia sta vivendo una difficile transizione. Ernesto Galli Della Loggia ha elencato i sintomi che costituiscono indizio della stanchezza – debole e vile – della democrazia: «La voglia di discutere sulle grandi questioni è sempre più affievolita e assente; sembriamo non avere più idee che ci scaldino, idee o libri che ci dividano, personaggi rappresentativi in cui riconoscerci, spettacoli che ritraggano o segnino gli anni che stiamo vivendo. I conflitti non innescano nessuna grande mobilitazione o riflessione degna di questo nome».

Una stanchezza amplificata da quella che Christopher Lasch ha definito il Tradimento delle élite: le moderne classi dirigenti, da cui dipende il dibattito politico e nelle cui mani si trova il flusso internazionale del denaro e dell’informazione, avrebbero perso il contatto con la gente, sarebbero ormai sempre più cosmopolite e migratorie, sempre meno legate alle collettività che governano. Non si preoccupano della distribuzione di proprietà e ricchezze, né di quella di idee e opinioni che costituiscono i prerequisiti fondamentali per la realizzazione della democrazia. Contro la diffusa sfiducia nei valori dell’Occidente, Lasch ha scritto un’appassionata difesa della libertà intellettuale e dell’impegno a non tradire la democrazia stessa.

Il processo democratico non è un fatto naturale: è un prodotto culturale che, come tale, ha bisogno di costante manutenzione in ragione della sua complessità. La lunga storia della democrazia è lo sforzo millenario di non piegarsi ai poteri di fatto (kràtos e bìa); in questo, forse, sta la chiave per uscire dalla crisi attuale.

La democrazia va sostenuta da virtù civili coltivate da un’energia attiva – per dirla con le parole dello stesso Galli Della Loggia – «politicamente viva ed eticamente pugnace». Anche perché come ammonisce Rizzi, quando sotto la pressione dei processi di burocratizzazione e con l’avvento della tecnocrazia il “mercato” (inteso non solo come sfera economica ma come luogo di scontro/confronto, di “conflitto regolato” tra idee e posizioni politiche) «si estingue, la civiltà regredisce e l’arte, l’economia, l’architettura, la poesia, la politica e ogni altra manifestazione del progresso umano sprofonda negli abissi della barbarie.

Sia che il mercato muoia per cause non previste, come avvenne in seguito alla diffusione della schiavitù nella civiltà antica, sia che muoia per una scelta deliberata rispondente a un preciso disegno politico, come in Urss, gli effetti sono sempre gli stessi: la nascita di una classe parassitaria di burocrati che assume, con la proprietà dei mezzi di produzione, il controllo degli individui».

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