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Cina e Russia guerreggiano contro gli Stati Uniti a colpi di sharp power

di

cina

Estratto dell’introduzione firmata da Francesco Bechis al libro “L’era dello Sharp Power” (Università Bocconi Editore) scritto da Paolo Messa

 

I grandi cambiamenti della storia richiedono un ripensamento delle categorie con cui abbiamo imparato a leggerla. La narrazione del soft power come chiave di lettura delle relazioni internazionali così brillantemente lanciata da Joseph Nye a inizio anni Novanta è riuscita a diventare mainstream. È entrata nei think tank, nelle università e perfino nelle costituzioni e nei documenti programmatici di alcuni Stati.

Ma è davvero ancora sufficiente, da sola, per leggere la lotta per l’egemonia propria di questo secolo? È la domanda a cui, senza pretese di esaustività, vuole rispondere questo volume. Gettando luce su una nuova forma di potere che sembra più affilato, silenzioso, e pericoloso, adatto a spiegare la nuova sfida di Cina, Russia e Iran all’Occidente: lo sharp power. L’espressione è stata usata per la prima volta in un rapporto del National Endowment for Democracy (NED), noto think tank americano fondato da Ronald Reagan, nel novembre del 2017.

I ricercatori del NED, si leggerà nelle pagine che seguono, hanno denunciato il tentativo di Cina e Russia di penetrare i sistemi politici di Paesi democratici con una nuova offensiva culturale che assume le vesti di una spregiudicata propaganda politica. Lo studio ha suscitato feroci critiche e un vivace dibattito accademico, in cui si inserisce questo libro, che allarga il campo di studio ad altre forme di influenza, ben più intrusive, negli affari interni di uno Stato.

Gli investimenti nelle infrastrutture critiche, l’uso di troll e bot per diffondere propaganda e notizie false sul web. E poi il cyberwarfare, approdo inevitabile della rivoluzione cyber del XXI secolo, una realtà che vede all’opera tanto Stati democratici quanto regimi illiberali.

Il saggio offre infine una panoramica d’eccezione sulla rete di influenza di Russia e Cina in Italia. Gli Stati eurasiatici cercano nel Belpaese una porta per entrare in Occidente.

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