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Come amministrano i 5 Stelle? Ecco cosa si borbotta a Livorno

di

5 stelle

Il post di Gianfranco Polillo

 

Sosta a Livorno per un giorno, in attesa di prendere un traghetto. Visti gli allarmi per il bollino nero, in autostrada, viaggio in treno. Comodissimo. Alla stazione un taxi per giungere all’albergo. E domanda di rito. Ci sono ancora i 5 stelle che governano la città? Il vecchio tassista mi guarda con aria stralunata e mi risponde brusco: sta scherzando? Per tranquillizzarlo gli dico che vengo da Roma. Aria di intesa che lo tranquillizza.

Alle ultime elezioni – continua – per fortuna ha vinto una lista civica, appoggiata dal Pd. Abbiamo scontato la giusta punizione, per antichi peccati, di cui non ho contezza. Ma alla fine è stata una seconda liberazione. Lo faccio parlare, per capire. Roma non è quindi un’eccezione, ma il riflesso di una tendenza più generale. Le diverse dimensioni fisiche della città, le differenze di ruolo, evidentemente non contano. Di fronte ad una generale incompetenza la somma, come diceva il grande Totò, fa sempre il totale. Ed i risultati sono pressoché identici.

Cinque anni di disastri, continua sempre più scatenato, il mio interlocutore. Non un’opera pubblica realizzata. Livorno è una delle poche città della Toscana che non ha ancora un ospedale. C’era il progetto, ma è stato bloccato. Ancora oggi non se ne capiscono le ragioni. Paura di amministrare, idiosincrasia per qualsiasi opera pubblica di un qualche respiro, semplice disinteresse per la vita “normale” della gente. Le uniche cose realizzate sono state piste ciclabili e restringimento delle strade. Con mille rotonde, non sempre necessarie, che hanno ridotto ulteriormente lo spazio urbano. Risultato: un traffico sempre più congestionato.

Per il resto è stata la completa paralisi. A Livorno si fanno i fuochi artificiali due volte l’anno. A Capodanno e durante la festa “Effetto Venezia”. Una grande kermesse che riempie le vie della città vecchia. Canti, bancarelle, ristoranti dove si cucina il piatto tipico – il cacciucco – una zuppa di pesce piccantissima di antica tradizione, innaffiata da vino, rigorosamente, rosso. Negli ultimi cinque anni c’è stato il coprifuoco. Né uno sparo, né un mortaretto. Va a capire perché. Malinteso senso del risparmio pubblico? Inquinamento acustico? Di certo un mortorio che i livornesi si sono legati al dito.

Altro tema la raccolta differenziata. L’umido ritirato solo due volte a settimana. In una città che si nutre soprattutto di pesce, questa scelta comportava tante piccole pattumiere casalinghe ed un odore insopportabile, specie nelle giornate estive. Nessun attenzione prestata ad un vecchio detto popolare. L’ospite è come il pesce, dopo tre giorni puzza. Averne tenuto conto, avrebbe risparmiato tanta rabbia popolare. Cittadini sempre più infuriati contro le fumisterie di chi non capiva che, fin troppo spesso, il meglio è nemico del bene.

Poi ci sono i fuoriusciti. Nuovi strali al vetriolo contro Luca Lanzalone. L’ex presidente di Acea, accusato di corruzione e traffico d’influenza per lo stadio della Roma. Era stato l’attuale ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, uno dei più stretti collaboratori di Di Maio, – a quanto si dice – a indicarlo come possibile consulente al sindaco di Livorno Filippo Nogarin, che all’epoca si trovava a gestire la complicata vicenda dell’Aamps, l’azienda municipale che si occupa dei rifiuti, che rischiava il fallimento. Risultati, come si è detto, tutt’altro che brillanti. Giusta quindi la fuga verso la Capitale, dove la corsa è terminata nelle aule del Palazzo di giustizia.

Ma c’è n’è anche per Gianni Lemmetti, l’attuale assessore al Bilancio del Comune di Roma. Anche lui oriundo livornese. Meglio che sia andato altrove a compiere disastri. Quelli di Livorno hanno lasciato una scia maleodorante, visto come è stata gestita la raccolta dei rifiuti. La vecchia municipalizzata – l’Aamps – sarà stata pure salvata dal concordato preventivo in continuità. Ma si è visto con quali effetti per le cucine dei livornesi, costretti a convivere con l’umido per tre giorni di fila.

Ma l’ex sindaco?, chiediamo a questo punto. Una furia. Non me ne parli. Ci sono ancora nove morti – a seguito dell’alluvione del 2017 – che attendono giustizia. Il sindaco fu avvertito solo quando la catastrofe si era compiuta. Sarà l’inchiesta, tutt’ora in corso, ad accettarne le responsabilità. Ma nell’immaginario popolare resta ancora il refrain: io non c’ero e se c’ero dormivo. Visto l’esito negativo delle tante telefonate effettuate per richiedere un intervento, che coordinasse i soccorsi. E rimaste senza risposte. Filippo Nogarin – conclude sconsolato il nostro interlocutore – non se l’è sentita di ripresentare la sua candidatura a sindaco. Ha scelto le elezioni europee, ma è stato trombato.

Siamo arrivati al nostro hotel, di fronte al porto. Costruito all’interno di un vecchio bastione. Scherziamo con il gestore. Ho parlato con il tassista – gli dico – non è stato tenero con i 5 stelle. Del resto – aggiungo – nelle ultime elezioni sono crollati, non riuscendo nemmeno a conquistare il ballottaggio. È vero – mi risponde – ma io ricordo ancora quanto accadde cinque anni fa, con tutti i tassisti schierati, per festeggiare quella vittoria. Non c’è che dire: il tempo è galantuomo.

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