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Cina

Crepe con la Russia, XX Congresso e poteri a Xi: dove va la Cina? Parla Sisci

Dove va la Cina di Xi? Conversazione con Francesco Sisci, ricercatore della China People’s University

 

La “partnership illimitata” tra Cina e Russia proclamata solennemente da Xi e Putin venti giorni prima dell’invasione dell’Ucraina? “È durata lo spazio di un mattino”, afferma Francesco Sisci sottolineando come Pechino, alla luce della disastrosa condotta militare russa, abbia ormai preso le distanze dal suo ex alleato.

Questo è solo uno degli spunti che Sisci, corrispondente per anni per diverse testate italiane da Pechino e adesso senior researcher presso la China People’s University, ha proposto a Start Magazine in questa intervista che prende le mosse dalla seminuova leadership emersa a Pechino in chiusura del Congresso del Partito comunista.

Sisci ci aiuta a capite la portata e gli effetti del Congresso e a penetrare nei meandri del pensiero cinese sul mondo. Un pensiero che si è necessariamente evoluto dopo la funesta avventura militare di Putin che costringe ora la dirigenza cinese a sposare una linea di maggior prudenza su una questione cruciale come Taiwan, nella consapevolezza che, precisa Sisci, “il tentativo di un’invasione di un’isola è molto più difficile di un’invasione terrestre”.

Professore, qualche giorno fa a Pechino, alla chiusura del Congresso del Partito, abbiamo preso atto della nuova verticale del potere al cui apice c’è sempre Xi Jinping. Ci piacerebbe sentire la sua valutazione.

Da questo congresso emerge un dato chiarissimo ed è la maggiore concentrazione del potere nelle mani di Xi Jinping; una concentrazione non solo personale ma anche in termini di nomenklatura: sia il Politburo ristretto sia quello allargato sono pieni di uomini che gli sono fedeli e non rispondono a nessun altro. Le altre “correnti” del Partito sono state semplicemente espulse dal centro del potere.

Quali sono stati i contenuti, le linee emerse dal Congresso?

I contenuti corrispondono alla parte iniziale della relazione del Presidente, che sottolinea quello che lui chiama consolidamento del Partito, cioè il rafforzamento della struttura, dell’organizzazione del partito stesso e di quella che i cinesi chiamano democrazia popolare, ossia quel sistema di costruzione dal basso verso l’alto che loro considerano il sistema più efficiente, più equo che esiste. Mi sembra significativa invece l’assenza di parole indicative, di direttive sull’economia se non il fatto che negli ultimi dieci anni l’economia cinese è raddoppiata. Come è stato fatto notare, nell’intervento di Xi la parola marxismo è utilizzata svariate volte mentre quella di mercato vi ricorre solo tre. Questo fa capire che per il Partito la crescita economica non è oggi così importante quanto l’efficienza e la penetrazione del partito nel Paese, il consolidamento del suo potere.

Degli organi apicali del Partito, come usciti dal Congresso, spicca la completa assenza di donne; quella comunista è dunque una leadership tutta al maschile?

In realtà le donne nel Politburo erano delle foglie di fico, a parte il fatto che erano incluse nel Politburo allargato e non certo in quello ristretto. Era una specie di minima quota rosa, messa lì probabilmente per soddisfare una certa opinione pubblica internazionale. Oggi questo elemento non c’è neanche più.

Cosa è successo all’ex presidente Hu Jintao, e perché è stato allontanato a forza dal Congresso?

In realtà sono emersi dei filmati e delle foto dei momenti precedenti la sua uscita postate dalla rivista spagnola ABC da cui emerge che Hu non stava  bene; tra l’altro si sapeva che aveva un Parkinson avanzato, Le foto mostrano che Hu stava cercando di aprire la busta chiusa che tutti i delegati avevano; chi gli stava accanto ha tentato di fermarlo, ma lui continuava a cercare di aprire la busta, senza peraltro riuscirci. A quel punto Xi ha chiamato gli inservienti i quali hanno allontanato l’ex presidente. Il problema è allora: perché uno che stava male è stato portato al Congresso? Questa secondo me è la vera domanda. E la risposta è: perché serviva a Xi Jinping, nell’ennesima ritualità del Congresso, dimostrare che aveva l’appoggio del suo predecessore.

Quale linea è emersa su Taiwan?

Una linea di grande prudenza. Nel discorso non ci sono note nuove. Si parla di fare progressi, di avanzare nella strategia per Taiwan, ma non ci sono progressi. Non che ci sia un rilassamento della politica verso Taiwan, ma non ci sono nemmeno irrigidimenti.

Certo è che, specialmente dopo la prova di forza cinese di quest’estate dopo la visita di Nancy Pelosi, Taiwan rimane una linea rossa per Pechino e lei sa meglio di me che ci sono vari analisti che addirittura forniscono la data precisa in cui avverrà l’invasione. Lei crede che entro il periodo di reggenza di Xi si arriverà a uno scenario del genere?

Credo che, specie dopo il fallimento disastroso dell’invasione russa dell’Ucraina i cinesi, che già non sono pazzi, sanno che il tentativo di un’invasione di un’isola è molto più difficile di un’invasione terrestre. Quindi, se già prima erano prudenti, oggi lo sono molto di più.

Alla data odierna quella tra Cina e Russia è ancora una “partnership illimitata” o sono emerse crepe come per esempio abbiamo visto a Samarcanda, dove lo stesso Putin ha ammesso che Pechino nutre perplessità sull’invasione russa?

Credo che questa storia della partnership illimitata sia durata lo spazio di un mattino. Già un paio di settimane dopo l’invasione dell’Ucraina la Cina si era resa conto di essere stata sostanzialmente ingannata dalla Russia che prometteva un successo rapido sul campo. Da qui ha preso le mosse un processo di allontanamento progressivo.

Tuttavia la partnership energetica tra Cina e Russia rimane solida. Pechino ad esempio sta facendo incetta del petrolio di Mosca rifiutato dall’Occidente ed è in piedi un progetto colossale come il gasdotto Power of Siberia II.

Però il gasdotto sarà completato nel 2026. Da qui ad allora chissà se ci sarà ancora la Russia.

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